martedì 4 dicembre 2018

Hannah Arendt, Vita activa , Bompiani, PP. 133-136
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Il pericolo che la moderna emancipazione del lavoro non solo fallisca nell'iniziare un'epoca di libertà per tutti, ma al contrario spinga per la prima volta tutto il genere umano sotto il giogo della necessità, fu già chiaramente intuito da Marx, quando egli insisteva sul fatto che lo scopo di una rivoluzione poteva non essere la già compiuta emancipazione delle classi lavoratrici, ma doveva consistere nell'emancipazione dell'uomo dal lavoro. A prima vista, questo scopo sembra utopistico, il solo elemento strettamente utopistico nel pensiero di Marx (82). L'emancipazione dal lavoro, secondo le stesse parole di Marx, è emancipazione dalla necessità, che significherebbe, in definitiva, emancipazione dal consumo, dal metabolismo con la natura che è la condizione effettiva della vita umana (83). Tuttavia gli sviluppi dell'ultimo decennio e specialmente le possibilità aperte dall'ulteriore incremento dell'automazione, consentono di domandarsi se l'utopia di ieri non diventerà la realtà di domani, così che, alla fine, solo lo sforzo del consumo sarà l'ultimo elemento rimasto di quella fatica e di quella pena connaturate al ciclo biologico al cui motore è legata la vita umana. Tuttavia, nemmeno questa utopia potrebbe mutare l'essenziale futilità mondana del processo vitale. Le due fasi per cui deve passare il ciclo sempre ricorrente della vita biologica, le fasi del lavoro e del consumo, possono mutare le loro proporzioni anche al punto che quasi tutta la «forza-lavoro» umana sia spesa nel consumo, con il concomitante grave problema sociale del tempo libero: cioè, in sostanza, come provvedere sufficienti opportunità di spreco quotidiano per mantenere intatta la capacità di consumo (84). Il consumo senza pena e senza sforzo non muterebbe, ma solo aumenterebbe, il carattere divorante della vita biologica, finché una umanità interamente liberata delle catene della pena e dello sforzo non fosse libera di «consumare» il mondo intero e di riprodurre giornalmente tutte le cose che desidera consumare. Il numero delle cose che comparirebbero e scomparirebbero ogni giorno e ogni ora nel processo vitale di una società del genere sarebbe nella migliore delle ipotesi irrilevante per il mondo, se il mondo e il suo carattere oggettivo potessero resistere al dinamismo incessante di un processo vitale interamente motorizzato. Il pericolo della futura automazione non è tanto la deplorata meccanizzazione e artificializzazione della vita naturale, quanto il fatto che, nonostante la sua artificialità, ogni produttività umana sarebbe risucchiata in un processo vitale enormemente intensificato, e seguirebbe automaticamente, senza pena o sforzo, il suo sempre ricorrente ciclo naturale. Il ritmo delle macchine intensificherebbe a dismisura il ritmo naturale della vita, ma non modificherebbe, rendendola solo più micidiale, la funzione principale della vita rispetto al mondo, che consiste nel consumare ciò che è durevole. La strada che porta dalla graduale diminuzione delle ore lavorative, progredita costantemente per quasi un secolo, a questa utopia, è molto lunga. Inoltre, il progresso è stato piuttosto sopravvalutato perché fu misurato in rapporto alle condizioni eccezionalmente inumane di sfruttamento prevalenti nelle prime fasi del capitalismo. Se pensiamo a periodi un po' più lunghi, l'ammontare totale annuo di tempo libero goduto attualmente non appare tanto un risultato della modernità quanto una tardiva approssimazione alla normalità. Sotto questo e altri aspetti, lo spettro di una società di mero consumo è più allarmante in quanto ideale della società attuale che come una realtà da sempre esistente. L'ideale non è nuovo; era chiaramente indicato nell'assunto incontestato dell'economia politica classica che lo scopo finale della "vita activa" è lo sviluppo della ricchezza, l'abbondanza e la «felicità del maggior numero». E che cos'altro è, infine, questo ideale della società moderna se non l'antico sogno del povero e dell'indigente, che può avere un fascino finché rimane un sogno, ma diventa il paradiso di un pazzo non appena è realizzato? La speranza che ispirava Marx e gli uomini migliori dei vari movimenti operai - che il tempo libero potesse emancipare definitivamente gli uomini dalla necessità e rendere produttivo 1'"animal laborans" - si basava sull'illusione di una filosofia meccanicistica secondo cui la forza-lavoro, come ogni altra energia, non deve andare mai perduta, così che, se non è spesa ed esaurita nel lavoro faticoso per vivere, potrà dar vita automaticamente ad altre, «superiori» attività. Questa speranza di Marx aveva indubbiamente come modello l'Atene di Pericle che, nel futuro, con l'ausilio della produttività enormemente aumentata del lavoro umano, non avrebbe più avuto bisogno di schiavi per esistere, ma sarebbe divenuta una realtà per tutti. Un centinaio d'anni dopo Marx comprendiamo l'errore di questo ragionamento; il tempo libero dell'"animal laborans" non è mai speso altrimenti che nel consumo, e più tempo gli rimane, più rapaci e insaziabili sono i suoi appetiti. Che questi appetiti divengano più raffinati - così che il consumo non è più limitato alle cose necessarie, ma si estende soprattutto a quelle superflue - non muta il carattere di questa società, ma nasconde il grave pericolo che nessun oggetto del mondo sia protetto dal consumo e dall'annullamento attraverso il consumo. La verità piuttosto sconsolante è che il trionfo ottenuto dal mondo moderno sulla necessità è dovuto all'emancipazione del lavoro, cioè al fatto che l'"animal laborans" è stato messo nella condizione di occupare la sfera pubblica; e tuttavia, per tutto il tempo che l'"animal laborans" ne rimane in possesso, non può esistere una vera sfera pubblica, ma solo attività private esibite apertamente. Il risultato è quella che è eufemisticamente chiamata cultura di massa, e il disagio radicato e profondo che la caratterizza è una insoddisfazione universale, dovuta da un lato all'equilibrio turbato di lavoro e consumo e, dall'altro, alla persistente richiesta dell'"animal laborans" di ottenere una soddisfazione che può essere raggiunta solo quando i processi vitali dell'esaurimento e della rigenerazione, della pena e del sollievo dalla pena, si incontrano in un perfetto equilibrio. La richiesta universale di felicità e l'infelicità largamente diffusa nella nostra società (le due facce della stessa medaglia) sono i segni più convincenti che viviamo in una società dominata dal lavoro, ma che non ha abbastanza lavoro per esserne appagata. Infatti solo l'"animal laborans", e non l'artigiano né l'uomo d'azione, ha sempre chiesto di essere «felice» o pensato che gli uomini mortali possano essere felici. Uno dei più evidenti segni di pericolo, che mostra come siamo in procinto di tradurre in realtà l'ideale dell'"animal laborans", è la misura in cui la nostra intera economia è divenuta un'economia di spreco, in cui le cose devono essere divorate ed eliminate con la stessa rapidità con cui sono state prodotte, ammesso che il processo stesso non giunga a una fine improvvisa e catastrofica. Ma se l'ideale fosse già una realtà, e noi non fossimo che membri di una società di consumo, non vivremmo più nemmeno in un mondo, ma saremmo semplicemente guidati da un processo in cui le cose appaiono e scompaiono in cicli sempre ricorrenti, appaiono e svaniscono senza mai durare abbastanza per fornire uno sfondo al processo vitale. Il mondo, la casa dell'uomo, costruita sulla terra e fatta dei materiali che la natura affida alle mani dell'uomo, non consiste di oggetti da consumare ma di oggetti da usare. Se la natura e in generale la terra costituiscono la condizione della "vita" umana, allora il mondo e le cose del mondo costituiscono la condizione in cui questa vita specificamente umana può avere la propria dimora sulla terra. La natura vista con gli occhi dell'"animal laborans" è la grande fornitrice di tutte le «buone cose», che appartengono egualmente a tutti i suoi figli, che «[le] prendono dalle [sue] mani» e «si mescolano con» essa nel lavoro e nel consumo (86). La stessa natura, vista con gli occhi dell'"homo faber", il costruttore del mondo, «fornisce solo i materiali quasi senza valore in se stessi» (87), in quanto l'intero loro valore sta nell'opera che li trasforma. Senza strappare le cose dalle mani della natura e senza consumarle, senza difendersi dai processi naturali della crescita e del deperimento, l'"animal laborans" non potrebbe mai sopravvivere. Ma senza trovare la propria dimora tra oggetti resi dalla loro durata adatti all'uso e alla costruzione di un mondo, la cui permanenza si pone in diretto contrasto con la vita, questa vita non potrebbe mai essere umana Più sarà diventata facile la vita in una società di consumatori o di lavoratori, più sarà difficile rimanere consapevoli della necessità da cui è guidata, anche quando la pena e lo sforzo, manifestazioni esteriori della necessità, sono riconosciuti a stento. Il pericolo è che una società del genere, abbagliata dall'abbondanza della sua crescente fecondità e assorbita nel pieno funzionamento di un processo interminabile, non riesca più a riconoscere la propria futilità - la futilità di una vita che «non si fissa o si realizza in qualche oggetto permanente che duri anche dopo che la fatica necessaria a produrlo sia passata» (88)

Note:
N. 82. La società senza classi e senza stato teorizzata da Marx non è un'utopia. Anche a parte il fatto che gli eventi moderni mostrano una tendenza indubbia a eliminare le distinzioni di classe nella società e a sostituire il governo politico con l'«amministrazione dei beni» che, secondo Engels, rappresenta il tratto caratteristico della società socialista, già in Marx questi ideali erano concepiti in accordo con la democrazia ateniese; soltanto, nella società comunista, i privilegi colà riservati ai cittadini liberi dovrebbero essere estesi a tutti. N. 83. Non è forse esagerato dire che "La condition ouvrière" (1951; trad. it. "La condizione operaia", Milano 1950) di Simone Weil, è il solo libro, nella vasta letteratura sulla questione del lavoro, che tratti il suo oggetto senza pregiudizi e sentimentalismi. Simone Weil sceglie come motto per il suo diario a cui affida giornalmente le sue esperienze di fabbrica, il verso di Omero: "poll'alkadzomene, kratere d'epikeiset ananke" [«molto è contro la tua volontà, perché la necessità è molto più potente di te»] econclude che la speranza di una liberazione dal lavoro e dalla necessità è il solo elemento utopistico nel marxismo, ed è al tempo stesso il motore di ogni movimento del lavoro ispirato al marxismo. Esso è appunto quell'«oppio del popolo» che Marx riteneva essere la religione. N. 84. Questo tempo libero non è naturalmente la stessa cosa che la "schole" dell'antichità, che non era un fenomeno di consumo, abbondante o meno, e non si connetteva al problema di guadagnare del tempo strappandolo al lavoro, ma consisteva al contrario in una consapevole «astensione da» tutte le attività connesse con la mera sussistenza, con l'attività del consumo non meno che quella della produzione. Il tratto distintivo di questa "schole", rispetto all'ideale moderno del tempo libero, è la ben nota frugalità della vita greca del periodo classico. E' caratteristico a questo proposito che il commercio marittimo, che era la maggior fonte di ricchezza per Atene, era considerato con diffidenza, sicché Platone, associandosi a Esiodo, raccomandava che le nuove città-stato venissero fondate lontano dal mare. N. 85. Si ritiene che nel Medioevo nessuno lavorasse più che metà dei giorni dell'anno. I giorni festivi ufficiali erano 141 (confer Levasseur, op. cit., p. 329; confer anche Liesse, "Le travail", 1899, p. 253, per la quantità dei giorni di lavoro in Francia prima della rivoluzione). L'estensione mostruosa delle giornate lavorative è un fatto caratteristico dell'inizio della rivoluzione industriale, quando cioè i lavoratori entrarono in concorrenza con le macchine. Prima di allora la lunghezza della giornata lavorativa era di 12 ore nell'Inghilterra del quindicesimo secolo, e di 10 nel diciassettesimo (confer H. Herkner, «Arbeitszeit», in "Handwörterbuch für die Staatswissenschaft", 1923, 1, 889 e segg.). In breve, «i lavoratori, nella prima metà del diciannovesimo secolo, hanno conosciuto condizioni di esistenza peggiori di quelle subite precedentemente anche dai più disgraziati» (Edouard Dolléans, "Histoire du travail en France", 1953; trad. it. "Storia del movimento operaio", Firenze, 1968, 3 voll.). La misura del progresso conseguito nel nostro tempo è generalmente sopravvalutata, perché viene comparato a una vera e propria «età buia». Può accadere per esempio che l'aspettativa di vita dei paesi più civili del nostro tempo corrisponda a quella di certi secoli dell'antichità. Non è possibile una maggiore precisione, ma la durata della vita dei personaggi di cui ci restano le biografie suffraga questa ipotesi. N. 86 Locke, op. cit., sez. 28. N. 87. Ibid., sez. 43.
N. 88. Adam Smith, op. cit., I, 295.

giovedì 15 novembre 2018

Comunicazione, processi di identificazione e Big Data.

Matteo Minetti



Posso forse affermare, senza scandalizzare nessuno, che viviamo nella società dell'informazione, come qualche anno fa vivevamo nella società del valore.

Ciò significa che mentre prima la società si divideva, grossolanamente, per chi utilizza un paradigma del conflitto fra classi, in poveri e ricchi, oggi si divide in detentori di informazioni e privi di informazioni.

Le categorie quasi coincidono ma si differenziano per la loro relazione.

Coloro che possiedono le informazioni sono anche ricchi, coloro che non le hanno sono irrimediabilmente anche poveri.

Visto che non frequento i ricchi, i veramente ricchi che detengono le informazioni, non so come e dove se le scambiano ma , frequestando i poveri so dove si scambiano le loro poche (e spesso errate) informazioni. Ovvero nei mezzi che hanno a disposizione, ovvero oltre ai discorsi, internet e i social.

La gran parte dei contenuti che vengono veicolati atttravarso i social sono prodotti da centrali di produzione starategica di informazioni come redazioni, uffici stampa, agenzie di comunicazione, giornalistiche o di immagini, influencer professionali o amatoriali, content media manager dei più vari.

Chi si occupa di “Comunicazione”, e il temine è una sineddoche volutamente ambigua perchè sostituisce i termini più corretti di “Propaganda” o “Pubblicità commerciale”, produce gran parte dei contenuti strategici presenti sui social. La parte restante dei contenuti è formata da ciò che gli utenti producono autonomamente, quindi i commenti, i like, le condivisioni, gli stati, le immagini e i video, che forniscono informazioni all'occasionale destinatario di quelle interazioni e al sistema proprietario, ovvero a chi assume la proprietà di tutte quelle informazioni, Mr. Zuk.

Spostiamo momentaneamente l'attenzione su uno dei soggetti che producono informazione strategica sulla rete, un soggetto politico come Potere al Popolo! che afferma di essere dalla parte degli sfruttati.

Questo soggetto ha circa 10.000 utenti registrati su una propria piattaforma informatica, Liquid Feedback, programmata con codice open source, su un proprio server, che non sottrae dati, quindi informazioni, ai propri utenti e non li vende a soggetti terzi.

Potere al Popolo! ha più di 100.000 iscritti ad una pagina Facebook, e divese migliaia a pagine locali e gruppi, sempre in Facebook, in cui viene proposta la comunicazione verso l'esterno e interna del soggetto politico.

Mediante lo stesso social, molte persone manifestano la propria contrarietà all'utilizzo del software libero LQFB per la decisionalità online, disertando il forum che ha solo 1400 iscritti, preferendo il dibattito nei commenti ai post su Facebook, partecipato anche dai leader del soggetto politico, a meccanismi considerati “passivizzanti” di democrazia digitale.

Gli eventi più partecipati in presenza sono state due assemblee con circa 1000 partecipanti e una manifestazione nazionale con circa 5000 presenze.

La valorizzazione della politica fatta con i corpi, in presenza, viene condotta sui social mediante una comunicazione che fa dei partecipanti in carne ed ossa dei “figuranti” per la rappresentazione online, i cui contenuti rispecchiano le stesse strategie di tutti gli altri soggetti politici che praticano il marketing politico.

Questa comunicazione politica, condotta su social propretari che estraggono dati dagli utenti e li incrociano, come Facebook, Whatsapp, Twitter, Instagram, Youtube, Google-Android, replicano quasi totalmente la strategia più diffusa, il gioco linguistico più comune, la costruzione dell'identità.


Analizziamo due post sullo stesso argomento, del tutto speculari:

Nelle prime 3 righe la notizia, sono due sgomberi.

La differenza tra le due è che da una parte ci si identifica con gli sgomberati, dall'altra con le autorità che li eseguono.


A sinistra

Nemici: Polizia con blindati.

Amici: I migranti per strada.

Noi: Solidali con i migranti e chi li aiuta

Valori: Solidarietà, accoglienza, umanità, diritti, dignità.










A destra

Nemici: Occupanti abusivi Rom.

Amici: Forze dell'ordine.

Noi: Italiani. Bisognosi di sicurezza.

Valori: Legalità, sicurezza, ordine.








La quantità di informazioni trasmesse dal destinatore che non siano già conosciute dal destinatario è minima. La maggior parte del contenuto è una narrazione che ingloba dei “valori” a cui si chiede di aderire individuando gli “amici” e i “nemici” identificandosi con un Noi.

Schema:

Oggi un nemico ha attaccato un nostro amico. Oggi abbiamo attaccato un nemico. Noi siamo dalla parte dei nostri amici. I nostri valori sono questi.

Questa comunicazione, curiosamente, è diretta ai propri sostenitori, sapendo già che si identificano in quelli che vengono posti come “amici”. Perchè allora confermarglierlo? 
La piramide dei bisogni di Maslow (1954)
 
Perchè appartenere ad un Noi per l'individuo è 
importantissimo. 


La differenza sostanziale nei due esempi è nei valori che sono dietro quel NOI.


Mentre il bisogno di Sicurezza è alla base della piramide di Maslow, quindi precede anche il bisogno di identificarsi in un gruppo, valori come il Rispetto reciproco e ancora di più Solidarietà (moralità) e Accoglienza (accettazione,assenza di pregiudizio) li troviamo sulla cima della piramide. Bisogna prima aver soddisfatto i bisogni che sono alla base per poter prendere in considerazione quelli al vertice.



La violenza del linguaggio usato da chi scrive nei commenti serve a farsi “riconoscere” in quanto appartenenti a quel Noi e viene alimentato dai Troll nemici che, con altrettanto odio verbale, attaccano l'identità del Noi.

Torniamo al punto principale.

Avevamo detto all'inizio che la società non si divide in Noi e Loro, in “amici” e “nemici” in base a quelle differenze decise e inculcate da chi si occupa di propaganda o marketing.

La società si divideva in ricchi e poveri; e oggi in detentori di informazioni e privi di informazioni.

Dal nostro gioco linguistico della costruzione dell'identità, il destinatore del messaggio (chi lo ha prodotto) ha estratto l'informazione del numero di utenti che si sono identificati con quel Noi e alcune note personali di chi ha scritto dei commenti.

L'utente (alcuni geek li definiscono U-tonti) ha fornito alcune informazioni personali che lo riguardano (analizzabili con software appositi esempio), al destinatore (“sono dalla tua parte” o “contro”) ma soprattutto fornisce un numero incredibile di informazioni personali al proprietario della piattaforma. Assieme alle sue identità palesi (Like, iscrizioni a gruppi, relazioni (amici), titolo di studio, età, libri, film, musica preferiti), l'utente fornisce tutti quei dati che spesso non sa di condividere (siti visitati, posizione, viaggi, acquisti, locali frequentati, cronologia di ricerche, video youtube guardati, siti porno, dispositivi smart posseduti e loro uso...), spesso incrociati con i dati delle App installate sullo smartphone, che vanno a formare i Big Data.



Insomma questo soggetto politico anticapitalista, dalla parte degli sfruttati, permette, grazie alle sue pagine Facebook e alle attività social, che i suoi aderenti e simpatizzanti vengano profilati dalle strutture del post capitalismo e dalle agenzie di intelligence, che estraggono i dati degli utenti e se ne appropriano, mettendole a valore, risultando così egemoni nel post-capitalismo. Viene estratta informazione da chi ne ha poca per accrescere il numero di informazioni di chi ne possiede e gestisce quantità enormi. Ricorda qualcosa?

Lo scopo di questa argomentazione è suscitare una riflessione sulle contraddizioni insite nella comunicazione politica e spingere per lo spostamento della comunicazione interna di Potere al Popolo!,  quindi non propagandistica, su strumenti non proprietari che garantiscano la privacy e la tutela dei dati degli aderenti.  Un Forum visibile ai soli iscritti e protetto, dei social indipendenti, sicuri e open source, lato client e server,come il social Mastodon   https://todon.nl/about o la messaggistica di Riot https://about.riot.im/why-riot/ o altri che vorremo testare e utilizzare. Se siamo troppo pigri, possiamo anche tenerci il post-capitalismo, a lui non facciamo schifo, ci sfrutta volentieri.

Per approfondire: 

COMUNICAZIONE E COSTRUZIONE DELL'IDENTITÀ
NEI GRUPPI TELEMATICI intervento di L.Pezzullo, Università di Padova

lunedì 20 novembre 2017

La visibilità dell'obiettivo nella lotta per la riduzione del tempo di lavoro. 4 ore/die - 15 €/ora.

La visibilità dell'obiettivo nella lotta per la riduzione del tempo di lavoro. 
4 ore/die - 15 €/ora.
La difficoltà che incontra oggi, parlando con lavoratori, soprattutto più giovani, chi volesse diffondere la prospettiva di una riduzione delle ore di lavoro a parità o con aumento di salario, sono le obiezioni che questi stessi lavoratori portano, mostrando di aver compiutamente assorbito le ragioni della controparte di classe: il loro datore di lavoro.
Facciamo un passo indietro.
Qualche anno fa, spesso l'elemento determinante la condizione disagiata del lavoratore era l'orario.  Poteva dirti: «mi alzo alle cinque». Oppure: «attacco alle 7, lavoro su turni, anche la domenica». Che una persona lavorasse 8 ore e percepisse uno stipendio normale, cioè sufficiente, era scontato.
Oggi ti dice: «guadagno 3 euro e mezzo l'ora, o 5«. «Mi cambiano turni ogni settimana e a volte il giorno stesso, non so quando lavoro». Se chiedi: «quanto guadagni al mese?» ti dicono: «dipende», «tolte le tasse» o «se va bene, 800-1000«. Poi c'è anche chi ti dice 350 o 600 euro, perchè non lavora abbastanza. «Ho ancora due mesi di contratto, chissà se mi rinnovano".
Parlare di riduzione dell'orario di lavoro a queste persone è inutile, l'orario di lavoro non lo sanno nemmeno loro e se lo sanno è poco, vorrebbero lavorare di più, perchè solo così possono guadagnare di più, cioè un salario sufficiente per vivere.
Invece quanto guadagnano all'ora, o a chiamata, consegna, contratto... lo sanno tutti benissimo!  
Paga, diviso ore lavorate per guadagnarsela.

Posto che l'uomo in generale, e quindi la sua possibilità di rappresentarsi nel mondo, è determinato dalle particolari condizioni storiche, quindi economiche e sociali, in cui vive,
il semplice dipendente, non abituato a maneggiare le categorie di plusvalore e pluslavoro, di produttività e capitale fisso... non riesce a figurarsi la possibilità che il lavoro sia declinato in maniera differente da quella che ha sperimentato: che possa essere determinato dai bisogni e dalla volontà dei lavoratori piuttosto che, come nel presente neoliberista, dal padrone e dall'andamento onnipotente del mercato.
Per lui o lei, il lavoro salariato, e oggi quello neofeudale della totale disponibilità in cambio nemmeno della sopravvivenza dignitosa, sono l'unica realtà possibile e immaginabile.

Per scardinare questa certezza ci sono degli esempi di successo e una lotta che è all'interno delle regole del mercato capitalista e sta attraversando il mondo.
La rivendicazione di una paga oraria minima di 15€ ora.
Lavorando 4 ore al giorno per 5 giorni fanno circa 80 ore al mese, che moltiplicate per 15€ netti fanno 1200€ di salario mensile minimo.
Certo, il padrone potrebbe volere 8 ore per 5 giorni, ma a quel punto il salario minimo salirebbe a 2400€. Penso che qualsiasi padrone a questo punto cercherebbe di rendere più efficienti i suoi processi interni e cercherebbe di far lavorare le persone il meno possibile, convergendo sull'obiettivo della riduzione dell'orario di lavoro.

Tornando alla rivendicazione di un salario minimo orario di 15€/ora.
La difficoltà è aumentare il costo di una merce sovrabbondante al giorno d'oggi come il lavoro umano.
L'unica possibilità di riuscire in questa impresa è fare leva sull'aspetto «umano», sulla possibilità che gli uomini e le donne hanno di non agire come esseri inanimati o non senzianti, come cavalli ad esempio.
Il lavoro umano è l'unica merce che va contrattata con la merce stessa (con il suo proprietario unico e inalienabile). 

L'unica, ma formidabile arma, che i lavoratori hanno è non accettare paghe inferiori al richiesto e organizzarsi socialmente per tenere il punto in questa contrattazione. Solo la fame o uno stato analogo di bisogno li dovrebbe far capitolare, sappiamo che non è così.
Soprattutto i giovani che ancora vivono in famiglia, che non hanno figli, che sono legati a consumi voluttuari (auto, abiti, intrattenimento), accettano condizioni di lavoro misere o il lavoro gratuito perchè pensano, in prospettiva, di vincere così la concorrenza dei proletari più adulti, quelli che, dovendo mantenere una famiglia, non possono accettare condizioni economiche inferiori alla sussistenza. 

Per questo è importante lavorare sulla rappresentazione che i lavoratori hanno di se stessi: smetteremo di accettare condizioni umilianti quando smetteremo di sentirci miseri nel benessere, quando smetteremo di sentirci deboli quando non lo siamo, quando smetteremo di svalutare il nostro lavoro e noi stessi, quando smetteremo di fare appello al welfare familiare.
Il ruolo dei sindacati è quello di sostenere questa lotta di chi difficilmente si sente categoria (tantomeno classe) e che non può più appellarsi ad una contrattazione collettiva nazionale. 
Sostenere mutualmente il controllo popolare, scioperi, picchetti, boicottaggi, blocchi, occupazioni e tutte quelle forme di lotta che impediscano ai padroni di procurarsi sottocosto la merce lavoro è una attività che non può essere delegata ad altri.
Gli annunci di lavoro indegno possono essere boicottati e i datori di lavoro dileggiati e denunciati quando non offrono un salario dignitoso.
Dall'altro canto bisogna costruire una sponda parlamentare che intervenga politicamente nell'approvazione di una legge nazionale sul reddito minimo orario e sulla riduzione generalizzata dell'orario di lavoro, perchè il ruolo dello Stato, previsto dalla nostra costituzione, è proprio quello di garantire il rispetto della persona e dei diritti dei lavoratori in ogni occasione, non solo in quelle stabilite dai contratti nazionali di categoria.
Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.

mercoledì 1 novembre 2017

Relazione assemblea 28-10-17 Lavorare meno, tutti!

Lavorare meno, tutti!      28 ottobre 2017 - come se bar - Roma
   
 
A seguito degli interventi dei relatori, Stefano Peppoloni, Pino  Nicolosi e Marco Craviolatti, i presenti si sono disposti in cerchio e, guidati dal facilitatore, hanno formulato delle domande a cui collettivamente avrebbero voluto cercare di dare risposta.
Le domande poste sono state:

    1- La produttività è un valore?
    2- Che c'entra DIEM25?
   3- Come si può intervenire per ridurre, anche in sede di contrattazione, la flessibilità degli orari di lavoro?
    4- Come mai non ci si è resi conto anni fa della discontinuità nei metodi della produzione (automazione, IA)?  E perchè non si è creato un modello diverso?
    5- Come sensibilizzare i cittadini alla ricerca della qualità della vita, piuttosto che al solo reddito?
    6- Perchè non tenere più in conto i tempi di vita, con i lavori di cura delle presone, del territorio, dei beni comuni, piuttosto che all'esclusivo sviluppo economico?


I partecipanti hanno deciso, tramite votazione, di rispondere alla domanda:
5- Come sensibilizzare i cittadini alla ricerca della qualità della vita, piuttosto che al solo reddito?
tenendo conto che questa domanda si lega anche alle domande n. 1 e n. 6.

A questo punto i presenti hanno cercato di trovare delle risposte al quesito. Un partecipante ha rilevato che, anche rispetto al quesito n. 1, nella qualità della vita c'è una produttività, che ovviamente non è immediatamente monetizzabile ma contribuisce al benessere collettivo, e indirittamente anche allo sviluppo economico. Gli studi dell' Economia della felicità si basano su questo presupposto.
Un'altro partecipante propone di valorizzare maggiormente quei percorsi di cura del territorio e delle persone, che direttamehnte impattano sul benessere dei cittadini.
Una giovane economista fa notare come per apprezzare la bellezza è necessario prima essere liberi dal bisogno materiale, dall'ansia per la sopravvivenza.
Altri aggiungono che in una condizione di scarsità delle risorse, la stessa intelligenza è compromessa (libro Scarcity. Perché avere poco significa tanto, di Eldar Shafir). Una soluzione parziale a questo problema potrebbe quindi essere l'istituzione del salario minimo orario e di un reddito universale di base, per liberare disoccupati e lavoratori poveri dalla condizione di bisogno.
Viene anche fatto notare che, rispetto alla condizione italiana, il problema della sopravvivenza materiale, riguarda all'incirca quel 30% di persone disoccupate, sottoccupate o comunque con salari molto bassi.  Il restante 70% dei cittadini e lavoratori dovrebbe essere più sensibile al tema della qualità della vita, perchè teoricamente libero dal bisogno.  Nella pratica sappiamo che non lo sono. Vengono portati gli esempi dei molti lavoratori in difficoltà perchè non riescono a sostenere debiti contratti, spesso per l'acquisto di beni voluttuari come macchine di lusso, seconde case, oggetti tecnologici...
Una proposta, tornando alla domanda, che è: come sensibilizzare i cittadini alla ricerca della qualità della vita? - Potrebbe essere una riflessione collettiva sul senso del proprio lavoro.
Pensare a quale utilità sociale ha il proprio lavoro e pretendere che ce l'abbia, può aiutare le persone a smettere di scambiare il proprio tempo esclusivamente in cambio di denaro, cercando invece di dare senso al proprio tempo, dentro, ma anche al di fuori del lavoro.
Un partecipante osserva quindi che il lavoro non deve essere santificato di per sè, gli esempi del lavoro pubblico inefficiente, clientelare, costoso per corruzione e ricercata inefficienza, i cui effetti ricadono negativamente sui servizi pubblici, sulle opere pubbliche e quindi sulla vita dei cittadini, vanno combattuti, per migliorare la vita delle persone. Si fa l'esempio di un recente progetto artistico, chiamato Incompiuto Siciliano, che in Italia ha mappato circa 1000 opere incompiute, quindi inutili, abbandonate al loro destino.
Viene fatto notare che quei lavori inutili, a volte dannosi e spesso riccamente retribuiti senza nessun nesso con la loro produttività, non sono in effetti dei veri e propri lavori, bensì delle rendite di posizione assicurate ai sodali, o dei lavori inutili (bull shit jobs), secondo la teminologia di Picketty o di Graeber, fanno quindi parte delle rendite parassitarie che pesano sui lavoratori utili.
Viene citata una ricerca di psicologia sociale sulla propensione dei lavoratori a scambiare il proprio tempo di lavoro con tempo libero, pagando. Rispetto ad anni fa , in cui si era disposti a pagare meno del proprio salario, recentemente i lavoratori sarebbero disposti a pagare più di quanto percepiscono per ottenere tempo libero, segno che il bisogno di maggiore tempo di vità è largamente percepito.

domenica 25 giugno 2017

Ottobre 2017. Lavorare meno, tutti!

C'è qualcosa che unisce lavoratori dipendenti e autonomi, super-occupati e precari, disoccupati e vicini alla pensione. C'è qualcosa che unisce i lavoratori di tutto il mondo e tutti quelli che per vivere hanno bisogno di lavorare. 
Tutti costoro vendono il proprio tempo in cambio di denaro o altri beni.
Tutti costoro non saranno mai ricchi perchè possono sfruttare solo se stessi, e la quantità di tempo che ognuno ha da vendere è molto limitata, al massimo 14-16 ore al giorno, rischiando lo sfinimento e la morte.
Solo chi costruisce profitti sfruttando il lavoro di altri può arricchirsi perchè il tempo delle persone che si possono impiegare è teoricamente illimitato. Qualcuno penserà che ci si può arricchire anche percependo una rendita, che sia terriera, immobiliare o finanziaria. Ma chi pagherà questa rendita? Cosa si può comprare con questa rendita, pure che provenisse da denaro creato dal nulla? Beni e servizi. E beni e servizi per definizione sono frutto del lavoro, quindi sono tempo di lavoro accumulato. Quindi anche la rendita è sfruttamento del lavoro perchè è solo una appropriazione di tempo di lavoro altrui senza passare per quella scomoda cosa che è «il lavoratore».
L'ideologia neoliberista ci vorrebbe far credere che, grazie alla parola magica «Sviluppo» e formule quali PIL, SPREAD, FTSE MIB, DOW JONES,  quando si arricchiscono i ricchi possessori di rendite e gli imprenditori che fanno profitti sul lavoro, si arricchiscono anche i poveri che vendono il loro lavoro, quindi ci guadagnerebbero tutti!!! Sappiamo bene che non è andata così. Qui sotto la tabella del rapporto Capitale/Reddito molto a favore del Capitale malgrado il 90% della popolazione mondiale viva di reddito.
Si nasconde qui l' antica storiella del venditore di pesce, al tempo in cui non esistevano i surgelatori.  Se uno vende e l'altro compra, solo uno dei due può fare l'affare, infatti lo pescavano i poveri e lo mangiavano i ricchi: mentre chi compra può anche evitare di mangiare pesce oggi e anche domani, chi lo vende non può aspettare, ed è costretto a venderlo ad un prezzo più basso. Questo ovviamente in un mondo in cui il pesce dell'offerta di lavoro è infinita, dove la miseria spinge i venditori a vendere a ribasso pur di vendere qualcosa e tanti comunque non riescono a vendere nulla.  La disoccupazione è il pesce lasciato marcire.
Fa bene a chi compra e fa malissimo a chi vende.
Gli interventi Keynesiani degli Stati in economia sono il congelatore.
Fissare per legge un costo minimo dell'ora lavorativa, per tutelare il tempo e la dignità di chi è costretto a vendere il proprio  lavoro, impedirebbe quella guerra tra poveri al ribasso in cui addirittura le classi medie, che possono quindi permetterselo, si propongono di lavorare gratis pur di escludere dal mercato del lavoro i più poveri che devono mantenersi con il salario.  Ecco cosa si nasconde dietro la retorica aziendalista degli stages, apprendistati, assegni di ricerca, tirocini, corsi di formazione, esperienze di volontariato che «fanno curriculum».
Ridurre in modo generalizzato la durata della giornata lavorativa a 5 ore, ad esempio, produrrebbe un tale numero di posti di lavoro che la disoccupazione sarebbe azzerata, la carenza di offerta farebbe schizzare in alto i salari. I lavoratori potrebbero scegliere il lavoro che preferiscono, magari vicino alla propria abitazione, magari adeguato al proprio titolo di studio, magari nella propria regione e non a centinaia di chilometri di distanza.
Visti gli anni di catechismo aziendalista a cui siamo stati sottoposti, qualcuno potrebbe obiettare che questo porterebbe molte aziende alla chiusura, molti imprenditori a delocalizzare gli impianti, molti commercianti a chiudere...  Certo è vero, i comunisti mangiano i bambini. Chi vive del lavoro altrui guadagnerà meno e qualcuno non starà sul mercato, lo Spread salirà, la borsa andrà male, ma le attività produttive utili rimarranno.
Nella lotta di classe non si può essere troppo pietosi visto che non lo sono questi imprenditori quando si tratta della dignità e della vita dei propri dipendenti. Alcuni fra questi imprenditori diventeranno umili venditori di lavoro e impareranno il valore del denaro, ma in una società più giusta, dove il valore del lavoro sarà comunque riconosciuto. 
Saranno quindi fortunati perchè lavoreranno solo 5 ore e non 8 o 10 come i loro dipendenti attuali. Gli altri vivranno bene anche con qualche milione in meno.
Se sei d'accordo con una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro, a parità o con salario superiore, quindi ad un aumento della paga oraria, parlane con i tuoi colleghi e sostieni le lotte per raggiungere questo obiettivo. Uniti ce la possiamo fare: lavoratori, precari, disoccupati, studenti. A Ottobre '17.

Futuro del lavoro nel 2025

Questa conferenza del 2016, promossa dal M5S, è il risultato di uno studio che hanno commissionato al Prof. Domenico De Masi (circa 60.000 €) che a sua volta ha coinvolto esperti sul tema: Futuro del lavoro al 2025.
Al di la del commttente (che traspare penosamente nel dibattito) è molto interessante per formarsi un quadro di insieme su lavoro, tecnologia, sindacato, capitale.

1) Introdizione e intervento De Masi:
2) Politiche del lavoro:
3) Tecnologia e produttività:
4) tecnologie e produttività (+ dibattito):
5) Mercato del lavoro e sindacato:
6) Mercato del lavoro e sindacato:
7) Welfare, genere, reddito di cittadinanza, lavoro e vita.

Avendo detto cose eccessivamente di sinistra, fin quasi a sfiorare il marxismo, il Prof. De Masi ha pensato bene di smentirsi e ribadire che lui è dalla parte del capitale e che i poveri debbono farsi la guerra tra loro (disoccupati contro lavoratori a tempo pieno) per guadagnarsi il lusso di un lavoro sottopagato. Che la maggior parte dei suoi introiti vengano dall'attività di consulenza strategica che svolge per le aziende la sua società privata Italo-Brasiliana, spiega il chiarimento. Peccato, una persona intelligente che abdica al padrone senza averne un reale bisogno, solo per il gusto di scodinzolare...

mercoledì 1 febbraio 2017

Sta Nascendo un soggetto politico europeo e di sinistra: DIEM 25




DiEM25 - L’Europa sarà democratizzata. O si disintegrerà!
UN MANIFESTO PER DEMOCRATIZZARE L’EUROPA  https://diem25.org/home-it/
Per quanto, a livello globale, manifestino preoccupazione verso questioni come l’immigrazione e il
terrorismo, le potenze hanno un solo vero spauracchio: la Democrazia!
Si autoproclamano paladini della democrazia ma solo per negarla, esorcizzarla e sopprimerla nella pratica. Quello che un tempo fu il governo dei popoli europei, il governo della demos, oggi è il loro incubo.
L’Unione Europea avrebbe potuto essere la tedofora della democrazia, dimostrando al mondo come la pace e la solidarietà possono essere strappate dalle fauci dei fanatismi e dei conflitti secolari.
Disgraziatamente una burocrazia e una moneta comune dividono i popoli europei che iniziavano a sentirsi uniti malgrado la diversità delle nostre lingue e delle nostre culture diverse.
In seno al collasso dell’UE si cela un inganno illegittimo: un processo decisionale, fortemente politico, opaco e imposto dall’alto viene presentato come “apolitico”, “tecnico”, “procedurale” e “neutrale”. L’obiettivo è impedire agli europei di detenere il controllo democratico su denaro, finanza, condizioni lavorative e
ambiente.
Il prezzo di questo inganno non coincide solo con la fine della democrazia ma anche con politicheeconomiche insufficienti:
•Le economie della Zona Euro si stanno muovendo verso la scogliera dell’austerità competitiva, il che
provoca una recessione permanente nei paesi più deboli e stimola minori investimenti nei paesi centrali
•Gli stati membri dell’UE che si trovano fuori dalla Zona Euro sono alienati e per questo cercano idee e partner in ambienti sospetti
•Disuguaglianze senza precedenti, la perdita di speranza e la misantropia germogliano in tutta Europa
Più soffocano la democrazia, meno diventa legittimo il loro potere politico e maggiore la forza della recessione economica e il loro bisogno di promuovere l‘ autoritarismo. Così i nemici della democrazia raccolgono rinnovata forza mentre perdono la loro legittimità e limitano speranza e prosperità ai pochi eletti (che possono solo goderne dietro i cancelli e i recinti necessari per fargli da scudo dal resto della società).
Questo è un processo invisibile per cui la crisi europea sta facendo chiudere i nostri popoli in se stessi, gli uni contro gli altri, amplificando nazionalismi preestistenti, xenofobia. La privatizzazione dell‘ ansia, la paura dell‘ altro, la nazionalizzazione dell‘ ambizione e il ritorno alla nazionalizzazione della politica, minacciano una velenosa disintegrazione degli interessi comuni da cui l‘ Europa non ha che da perdere.
La reazione patetica dell‘ Europa alle sue crisi bancarie, i debiti, la crisi dei rifugiati, al bisogno di una politica estera, migratoria e antiterroristica coerente, sono tutti esempi di cosa succede quando la parola solidarietà perde il suo significato.
A questo punto, compaiono davanti a noi due opzioni terrificanti:
• ritirarsi nel bozzolo dei nostri Stati-nazione
• o vivere nella zona anti-democratica di Bruxelles
Ci deve essere qualche altro percorso praticabile. E, infatti, c’è!
È quello che vede l’“Europa” ufficiale resistere con ogni suo nervo a un atteggiamento autoritario:
DiEM25 - L’Europa sarà democratizzata. O si disintegrerà!
Un’ondata di democrazia!
La citazione di Edmund Burke, si adatta perfettamente all’ Europa di oggi: “ la sola cosa necessaria perchè il male trionfi è che le brave persone non facciano nulla”. Democratici impegnati devono decidersi ad agire per tutta Europa. Per richiamare questo impulso, ci stiamo riunendo il 9 Febbraio a Berlino per fondare un movimento, il DiEM25.
Veniamo da ogni parte d’Europa e siamo uniti da diverse culture, lingue, accenti, affiliazioni politiche, ideologie, colori della pelle, identità di genere, credi e idee per una società migliore.
Ci siamo uniti in qualità di Europei impegnati e determinati a prevenire l’istituzionalizzazione di politiche europee senza cognizione di causa, qualcosa di profondamente dannoso per la democrazia che rende impossibile la realizzazione di un’Unione Europea democratica.
C’è un’idea semplice e radicale che dà abbrivio al
DiEM25:
Democratizzare l’Europa!
Per l’UE si tratta di democratizzarsi o di disintegrarsi!
La nostra priorità assoluta sono (A) totale trasparenza nel processo decisionale (per esempio, avere in streaming le riunioni del consiglio europeo, di Ecofin e di Eurogroup, piena apertura dei documenti di trattative commerciali, pubblicazione dei verbali dell’ ECB, etc) e (B) urgente ridistribuzione delle istituzioni europee nel perseguire politiche innovative che effettivamente affrontano la crisi del debito, le banche, gli investimenti inadeguati, l’ aumento della povertà e l’ immigrazione.
Una volta stabilizzate le varie crisi europee, il nostro obiettivo a medio termine è istituire un’assemblea
costituzionale all’interno della quale gli europei possano decidere come costruire, entro il 2025, una democrazia europea completamente sviluppata, con un Parlamento sovrano che rispetti il principio di autodeterminazione degli Stati e che condividi il potere con i parlamenti nazionali, con le assemblee regionali e con i consigli municipali.
Facciamo appello a tutti gli europei affinché si uniscano subito a noi per portare avanti il progetto di DiEM25 e per lottare a favore della democratizzazione dell’Unione Europea, per mettere fine alla riduzione delle relazioni politiche di quel potere mascherato da decisioni meramente tecniche, per sottoporre la
burocrazia UE alla volontà del popolo sovrano europeo, per smantellare l’attuale potere che le grandi aziende esercitano sulla volontà dei cittadini e per dare un nuovo indirizzo politico alle regole che governano tanto il nostro mercato, quanto la moneta comune.
Siamo mossi da un’Europa della Ragione, della Libertà, della Tolleranza e dell’Immaginazione, possibile e attuabile grazie a una maggiore Trasparenza, una Solidarietà vera e una Democrazia autentica.
Ambiamo a:
•Un’Europa Democratica in cui tutta la autorità politica parte dai popoli sovrani d’Europa
•Un’Europa Trasparente dove tutto il processo decisionale avviene sotto lo scrutinio dei cittadini
•Un’Europa Unita in cui le persone hanno tanto da condividere sia con i cittadini del loro stesso Paese, sia con quelli appartenenti al resto dell’Unione

giovedì 22 settembre 2016

Produzioni in vinile 7" di Roma - trasmissione di Battiti RadioRai

Questa puntata, anomala per il format di Battiti, ha avuto un notevole successo di ascolti in podcast toccando gli 800, grazie all'eco rimbalzato sui social.  
Protagoniste due etichette musicali indipendenti di Roma che hanno scelto di pubblicare la loro musica nel formato 7" vinile, diretto ad un pubblico di Dj amanti del genere e collezionisti, la Rave Up Records e Real Rock. 
Nell'era del download digitale questa sembra essere una scelta oculata che riporta la dimensione dell'ascolto ad una attenzione di altri tempi. Tutte le fonti riportano una importante crescita del mercato del vinile in Italia  e nel mondo. In Italia una crescita del 75% nel 2015 rispetto all'anno precedente che comunque arriva ad una quota circa del 4% sull'intero mercato dei supporti fisici. Negli Stati Uniti il mercato del vinile tocca il 10% del mercato totale, segno che nel regno della musica "liquida",  quella  "Solida" ritrova un insperato appeal.




http://www.battiti.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-7c0def9b-378c-49f0-a933-1cb26e21c34c.html


martedì 19 luglio 2016

Recensione - Alla ricerca del suono perfetto.Una storia della musica registrata (2009), di Greg Milner.


Parlerò di un libro letto di recente, Alla ricerca del suono perfetto.Una storia della musica registrata (2009), di Greg Milner, Il saggiatore, 2016.
Pur se scritto alla triste maniera americana come se tutti conoscessimo Jeff, Bob, Asch e Berger... il libro è una miniera di aneddoti interessantissimi e illuminanti che fanno riflettere su quello che è oggi la musica, intesa come il suono della musica.
Dall'invenzione di Edison, alla comparsa del disco per grammofono, passando per il paradiso dell'industria del Disco tra i '40 e i '90, le polemiche sul CD, l'uso del campionamento e l'avvento di ProTools...  Tutto quello che ha modellato il suono delle registrazioni da 100 anni a questa parte e la sua storia commerciale nel paese che ha influito di più su questo processo, gli Stati Uniti.
L'aspetto principale, che porta a mio parere alle più importanti riflessioni, è che da quando le registrazioni sono diventate il modo principale di ascoltare la musica, le persone si aspettano che anche la musica suonata debba assomigliare il più possibile a delle registrazioni.
Si dice: "suona come un disco" , "si sente come un CD" per dire che il suono è molto buono, proprio come "dovrebbe essere".  Ma che ne sappiamo noi di COME DOVREBBE ESSERE?
Io ad esempio suono la chitarra elettrica in un gruppo, per me la musica suona bene quando è come esce da una buona batteria e da buoni amplificatori spinti al livello adeguato da stargli appresso, cioè MOLTO FORTE.  Mia moglie che ascolta solo i cd e la radio pensa che la musica debba suonare molto più bassa, circa al volume di una radio che ti permette anche di parlare, guidare...
E l'abitudine a sentire musica equalizzata per l'LP, o la radio, compressa al massimo per non perdere il dettaglio anche in macchina...  fa di noi degli ascoltatori drogati dalla processazione del suono. Il suono è buono quando è iper compresso, ha la banda di frequenze adatte alla radio FM, ha il fruscio della puntina o la pulizia del digitale, ha i livelli che ci hanno abituato a sentire i più grandi successi degli ultimi 30 anni. Ma chi lo ha detto che la musica suona così?
Solo chi la musica la fa, sa che la musica non suona affatto così. Che l'estensione dinamica può essere estremamente più ampia, che il tempo è molto più variabile senza la quantizzazione, si plasma sul respiro e sull'andamento del brano, che la musica non dura quattro minuti come la facciata di un 45 giri o 3 come un cilindro di Edison... I brani di Fela Kuti durano circa 20 minuti ed è la naturale vita di un brano che si evolve.
Insomma quello che siamo abituati a chiamare musica è un prodotto industriale come MC Donald, ovunque nel mondo ha più o meno lo stesso suono perchè è fatto più o meno con le stesse macchine, imitando le medesime procedure inventate nell'industria dell'intrattenimento mainstream. Batteria, basso, chitarra (fender o gibson?), tastiera in voga (oggi è la nord, ieri la Korg, prima la DX7 e prima ancora l'Hammond o il pianoforte), poi c'è stato ProTools, Logic, oggi Live di Ableton e quei VST che ritrovi in tutte le produzioni di genere, da GuitarRig a MassiveNI o decine di altri.
La riflessione che anche l'autore fa è sull'ascolto. Come viene fruita oggi la musica? Certamente in modo diverso anche dalle stesse persone. Non è un caso oggi valga molto di più l'esperienza del Live (e bisogna vedere appunto quanto è live e quanto no) piuttosto della vendita di supporti. Il live è comunque irripetibile, un atto unico, come uno spettacolo teatrale. Esiste solo mentre si sta compiendo e può evolvere in ogni momento, c'è l'interpretazione, l'errore e il pubblico che fa la sua parte.
Ma anche nel Live ricerchiamo il suono della musica registrata, quella precisione fissata, quel suono elaborato e compresso, quella regia che ci aspettiamo in un video musicale. 
La mia riflessione personale è che proprio nel momento in cui la musica registrata ha perso valore, semplicemente perchè è più facile accedere alle tecniche di registrazione per ampie parti della popolazione in tutto il mondo, questa può diventare strumento di diffusione culturale autonoma, dal basso delle differenti culture che abitano il pianeta. Un utopia di armonia universale alla Ludovico Van Beethoven e senza l'eurocentrismo che la caratterizzava, che oggi è a portata di mano, tutto sta allungarla questa mano e afferrare quello che la musica può ancora offrire, disintossicandoci da ascolti forzati e massificanti.
Io direi che possiamo fare altro, sappiamo fare altro, possiamo avere il coraggio di fare altro.

giovedì 19 marzo 2015

In questo terzo volume edito per celebrare la 100esima release di Ephedrina Netlaboratorio si trova una collaborazione musicale incrociata. I Neurologici remixano Malatesta di Radadub e Radadub remixa YinYang Dub de I Neurologici.   Dite cosa ne pensate...   
[EPH100/3] AAVV - Excursio Numerus Centum Vol 3 (60min/ephetape)