sabato 5 gennaio 2019

Sul Tempo libero. Perchè spariranno le cucine dalle case e altre prospettive.

Di: Rattus.
A chi fosse interessato al dibattito che c'è stato in Francia negli anni '90 sulla riduzione del tempo di lavoro, o ne ricordi qualcosa, la questione della sparizione delle cucine dovrebbe apparire in una luce particolarmente intensa e per così dire, rivelatrice. Mi concedo quindi una breve divagazione su quel dibattito francese di ormai oltre vent'anni fa. 

Daniel Mothé, esperto di lotte operaie, apriva un suo pamphlet velenoso all'indirizzo di Andé Gorz intitolato "L' utopia del tempo libero" (questo il titolo italiano del testo di Mothe, uscito qui nel 1998 per i tipi di Adelphi) con una considerazione su due usi possibili del concetto di riduzione dell'orario di lavoro. Per alcuni, la riduzione dell'orario di lavoro rappresentava esclusivamente una soluzione contro la disoccupazione.  Per costoro "Lavorare meno lavorare tutti" significava soprattutto risolvere i problemi di disoccupazione, senza preoccupazioni sull'uso e le qualità del tempo libero. Per altri, tra cui Gorz, la faccenda era molto diversa. Ma vediamo direttamente il testo di Mothé. Egli scriveva:

"Le tesi che difendono una politica di aumento incondizionato del tempo libero si basano generalmente su due serie di argomentazioni diverse. Secondo gli uni, la diminuzione del tempo di lavoro è una soluzione per risolvere il problema della disoccupazione. Il tempo libero si presenta allora come la ricaduta strumentale, piacevole per gli attivi, di una misura destinata prioritariamente ai disoccupati. In questa ottica, poco importa che il tempo libero sia piacevole o no per gli attivi, il problema essenziale concerne la diminuzione della disoccupazione. Gli altri argomenti difendono la tesi secondo cui l'aumento del tempo libero aprirebbe la strada a una società auspicabile per tutti, e in modo prioritario per coloro che lavorano. Questo approccio non è soltanto tecnico: esso è portatore di un progetto di società che anticipa un altro modo di vivere".

Ora credo che la maggior parte di noi appartenga alla seconda categoria. Quella di chi, con Gorz, annuncia la possibilità di nuovi modi di vita. Basta leggere il bel manuale di Peppe Allegri sul reddito di cittadinanza per rendersene conto.
Gorz, però, insisteva sul fatto che il consumismo era un effetto dell'alienazione, mettendosi su una linea "marcusiana" e anticonsumista (non molto amata dagli operaisti in quel periodo). Mothé, che aveva scritto il suo libretto per contestare Gorz, aveva gioco facile nel sostenere che la società del tempo libero rischiava di essere assai meno idilliaca di quanto sostenevano i suoi profeti:

"Secondo André Gorz, si potrebbe sperare che, sbarazzati dal consumo compensatorio richiesto dal lavoro, le persono operino scelte di svaghi diverse preferendo restare sulla spiaggia a guardare il mare piuttosto che navigare su barche a motore, preferendo andare in campeggio piuttosto che acquistare una residenza secondaria, preferendo servirsi di una bicicletta per viaggiare piuttosto che di un'automobile climatizzata ecc. Ancora una volta la realtà è diversa". pag. 60)
Mothé, tra le varie argomentazioni contro i teorici del tempo libero, notava come il tempo libero "miserabile" fosse facilmente catturato dal trash che, all'epoca, era prevalentemente quello di tipo televisivo. Scriveva Mothé:

"I divertimenti individuali devono essere distinti tra quelli gratuiti e quelli a pagamento. In questo campo per gli abitanti della megalopoli si trova solo la televisione come divertimento gratuito e popolare (che può essere consumato da tutti); le biblioteche e i musei rappresentano dal loro canto divertimenti élitari destinati a coloro che godono di risorse culturali." (pag. 44)


Quando Mothé affermava che esistevano divertimenti gratuiti e divertimenti a pagamento, sosteneva anche che i secondi erano gli unici degni di interesse. Se la gente chiedeva più lavoro e non più tempo libero, scriveva Mothé, una ragione c'era, ed era quella che con più denaro speravano di occupare meglio il proprio tempo libero, cioé di poter apprezzare divertimenti a pagamento sempre più idilliaci. L'unica eccezione che Mothé ammetteva a questo discorso è quella di tipo culturale, che però considerava elitaria, riservata a chi possiede "risorse culturali": i frequentatori di musei e biblioteche. Una nota a margine che ci preme fare è che l'aristocrazia era tale perché disponeva di un "patrimonio" culturale fatto essenzialmente di tempo libero e formazione. La classe operaia non poteva godere di quelle "risorse" perché erano un lusso rispetto alle esigenze di sopravvivenza quotidiana. Rude razza pagana, prediligeva "panem et circenses". Ma oggi ?



Qui c'è spazio anche per riflessioni intorno al contemporaneo trash internettiano e sui suoi effetti. Facciamone almeno una: Umberto Eco, intervistato da Giovanni Turchetta su massmedia e dintorni, sostenne, in una delle sue ultime lezioni, che in Internet esistono "ricchi" e "poveri". I ricchi saremmo noi, quelli che possono fare un uso avanzato della rete, perché sanno come usarla e cosa cercare. I poveri sarebbero quelli che non sono stati minimamente alfabetizzati e la ricevono per la prima volta attraverso lo smartphone, piena di pubblicità e di facezie. Lo stesso Mothé, nel passo citato sopra, poneva il problema in termini di "risorse culturali". Ma cosa significa avere "risorse culturali" ?
L'argomento, all'epoca, evocava concetti come quelli espressi in una splendida poesia di Pasolini, intitolata appunto "La ricchezza", dove il poeta ricordava i suoi trascorsi di disoccupato a Roma:

L'essere povero era solo un accidente
mio (o un sogno, forse, un'inconscia
rinuncia di chi protesta in nome di Dio...)

Mi appartenevano, invece, biblioteche,
gallerie, strumenti d'ogni studio: c'era
dentro la mia anima nata alle passioni,
già, intero, San Francesco, in lucenti
riproduzioni, e l'affresco di San Sepolcro,
e quello di Monterchi: tutto Piero,
quasi simbolo dell'ideale possesso,
se oggetto dell'amore di maestri,
Longhi o Contini, privilegio
d'uno scolaro ingenuo, e, quindi,
squisito... Tutto, è vero,
questo capitale era già quasi speso,
questo stato esaurito: ma io ero
come il ricco che, se ha perso la casa
o i campi, ne è, dentro, abituato:
e continua a esserne padrone...
( http://xoomer.virgilio.it/mailinversi/pasolinipoesie.htm )

A una ragazza che gli scrisse su «Vie Nuove» di voler studiare all'università, ma di non avere i soldi per farlo, Pasolini rispose così:

"Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell'esperienza speciale che è la cultura".


Il tema di questa presunta "ricchezza" culturale ricorre con una certa frequenza nei testi di Pasolini.
Sono dell'idea che la cultura nel senso in cui la intendeva Pasolini non costituisca, oggi, la ricchezza che rappresentava per lui ai suoi tempi. E come tale non costituisca, in quei termini, una reale alternativa. Questa è una delle spiegazioni del fallimento del perbenismo culturale umanista sulla linea Scalfari/Galimberti. L'argomento va indubbiamente approfondito su altre frequenze (a partire dalla polemica Foucault/Baudrillard). Per ora, basti dire che chi volesse seguire alla lettera il consiglio di Pasolini di "leggere leggere e leggere" in rete, finirebbe dritto nel trash (Eco docet) e poi, probabilmente, in un centro di riabilitazione psichiatrica. Rimane tuttavia aperta la questione fondamentale della pasta e patate. Su cui torneremo. 

Rattus

domenica 30 dicembre 2018

La redistribuzione e riduzione del tempo di lavoro individuale a parità di salario e ruolo trainante della P.A.

di: Matteo Minetti  (Quaderni Cestes N. 18 Maggio 2018, Cestes-USB, Ed. Efesto, pp.53-67)


Lavorare tanto in pochi o poco in tanti?

C’è una considerazione che chiunque può fare: la tecnologia e l’organizzazione del lavoro hanno ridotto il tempo di lavoro necessario a produrre beni e servizi in una società dell’abbondanza. Il valore aggiunto è molto di più il risultato di investimenti in innovazione tecnologica e infrastrutture piuttosto che della maggiore quantità di lavoro umano.(1)
Tab01 -Fonte: Istat 1995-2015 Misure di Produttività. www.istat.it

Nel breve periodo (Tab01) la produttività del lavoro non sembra aumentata di molto ma sul lungo periodo l'aumento è impressionante e non si è accompagnato ad un corrispondente aumento dei salari o diminuzione degli orari di lavoro. Osserviamo il grafico (Tab02), che mostra i dati italiani in valore del PIL (in Dollari US ) per ora lavorata in Italia (in rosso), a confronto con la media OECD (in nero).

 
Tab02 - Fonte: OECD - GDP per hour workedTotal, US dollars, 1970 – 2016
Source: GDP per capita and productivity growth

Di fronte a questa situazione, ci sono due possibilità: far lavorare tanto poche persone o poco tante persone.
La prima soluzione è apparentemente più economica in quanto i salari non sono commisurati alla produttività bensì al costo di riproduzione della forza lavoro, che è suppergiù uguale per tutti. Inoltre, applicando il dogma neoliberista, si limita la spesa pubblica, pensando di rendere più efficienti i processi produttivi.
Così non si tiene conto del fatto che le risorse risparmiate nell’efficientamento sono la sussistenza materiale di milioni di cittadini che sono relegati nell’indigenza della sotto-occupazione, con l’effetto aggiuntivo di abbattere la domanda interna e, di conseguenza, anche la produzione di beni e servizi. Un effetto che produce sofferenza economica e diminuzione del PIL.
La seconda soluzione, quella della redistribuzione del lavoro necessario, e quindi della riduzione del tempo di lavoro individuale, sembra antieconomica perché aumenta il costo orario del lavoro, ma globalmente è vantaggiosa per tutti. Anche senza considerare l’aspetto non direttamente monetizzabile del miglioramento della qualità della vita, la maggiore disponibilità di tempo libero e di reddito complessivo attribuito ai salari, avrebbero un effetto di supporto alla domanda aggregata, quindi una maggiore richiesta di beni e servizi con un effetto moltiplicatore sul PIL.
Per innescare questo processo, la riduzione degli orari deve essere consistente e sopravanzare il contestuale aumento della produttività (sviluppo senza occupazione).
Questa è la critica principale da sinistra, alla legge sulle 35 ore in Francia del 1997, secondo cui la riduzione sarebbe stata troppo ridotta per ottenere un effetto importante sull'occupazione, che comunque si è attestato su circa 350.000 nuovi posti di lavoro tra il 1998 e il 2002.(2)



Il ruolo dello Stato e l'indirizzo della spesa pubblica.

In un'ottica post-keynesiana, il ruolo dello Stato come soggetto economico in grado di governare la crisi del capitale è assolutamente necessario.
Nella prospettiva neo-liberista, la disoccupazione è un bene per gli imprenditori e un male per i lavoratori, nel cui mercato l'offerta è maggiore della domanda, perché abbassa il costo del lavoro. Se valutiamo la società nel suo complesso, però, la disoccupazione che erode i redditi della classe lavoratrice, tra chi non lavora affatto e chi lavora per salari più bassi, con la minore spesa destinata ai consumi e «l'effetto materasso», che porta a risparmiare in vista di tempi più duri, provoca la chiusura in massa di esercizi commerciali, la caduta dei prezzi e quindi anche dei profitti per tanti imprenditori. L’esito è la chiusura di impianti produttivi e lo spreco di risorse umane e materiali che diventano eccedenti, quindi inutilizzate. Il capitale si sposta facilmente in altri paesi ma le persone rimangono intrappolate nella situazione impoverita. Sia i lavoratori che i piccoli imprenditori.
Cosa può fare quindi lo Stato per contrastare questo generale impoverimento intervenuto nell'abbondanza, anzi, proprio a causa dell'abbondanza? La difficoltà di creare il lavoro, seppure vi siano molti bisogni insoddisfatti, si è aggravata anche per i limiti di spesa imposti inizialmente dal Trattato di Maastricht (1992) e successivamente dal Patto di stabilità e crescita (1997) e poi dal fiscal compact del 2011. Una via praticabile, è quella di far leva sulla ricchezza accumulata dal capitale e dalle rendite.
Il 10% degli Italiani possiede il 50% della ricchezza complessiva. Nel 2014 «secondo quanto rileva un rapporto dell'Ufficio studi di Bnl, c’è stato il sorpasso. La ricchezza mobiliare (conti correnti, azioni, titoli di Stato, polizze, fondi comuni) delle famiglie italiane è salita a 3.858 miliardi»(3) ed è in crescita. Questa cifra è circa il doppio del debito pubblico italiano.
Vista la difficoltà, e l'assente volontà politica, di imporre regole rigide ad un mercato reso flessibile da anni di riforme neoliberiste (privatizzazioni, esternalizzazioni, precarizzazione e decontrattualizzazione del lavoro dipendente, abbassamento aliquote IRPEF..), si può cercare di raggiungere l'obiettivo attraverso la spinta trainante del settore pubblico, che è pur sempre il più importante agente di spesa nel Paese, favorendo l’internalizzazione di tanti servizi finora dati in appalto e riducendo contemporaneamente gli orari di lavoro, per massimizzare l'effetto sull'occupazione.
Anche un economista post-keynesiano come Minsky, nel 1969, rilevava l'utilità dello Stato come «datore di lavoro di ultima istanza» per contrastare disoccupazione e crisi economica. «Le masse urbane richiedono un allargamento del settore dei servizi pubblici e urbani. La necessità di equalizzazione salariale richiedono un governo che espanda l'occupazione a salari crescenti. Questi programmi potrebbero portare benefici visibili ai nuovi poveri e quindi potrebbero essere fattibili»4.
La posizione di Minsky sottolinea la maggiore utilità dell'impiego pubblico, rispetto a forme di sussidio al reddito che, seppure sostengano la domanda aggregata, non forniscono alcun vantaggio in termini di servizi alla collettività, quindi alla soddisfazione di bisogni.
Pensiamo a tutto il settore degli asili nido e scuole per l'infanzia che non soddisfano lontanamente la domanda, la sanità, i trasporti pubblici, l'istruzione superiore e l'università. Ci sono poi quei settori abbandonati da anni o dati in appalto a strutture inefficienti come quello della tutela del territorio, la manutenzione stradale, la prevenzione del dissesto idrogeologico, spegnimento degli incendi boschivi (attualità estiva), la bonifica ambientale di territori devastati che potrebbero essere attivati da uno Stato come datore di lavoro di ultima istanza.5
Ci ricordiamo l'Italia come era prima? Prima del 1992 «lo Stato imprenditore aveva in carico il 16% della forza lavoro del Paese, controllava l’80% del sistema bancario, tutta la logistica (treni, aerei, autostrade), la telefonia, le reti delle utility (acqua, elettricità, gas), pezzi importanti della siderurgia e della chimica, il principale editore del Paese (la Rai). E poi, assicurazioni, meccanica, elettromeccanica, fibre, impiantistica, vetro, pubblicità, spettacolo, alimentare. Persino supermercati, alberghi e agenzie di viaggi.»6
Non si tratta di tornare al passato ma tornare a praticare soluzioni keynesiane, possiamo dire socialdemocratiche, di controllo del mercato e gestione politica delle forze economiche.


Il vantaggio redistributivo delle internalizzazioni.

Dall'epoca delle grandi privatizzazioni, inaugurata dal governo Amato del 1992, con Draghi al Tesoro, proseguita con Prodi e supportata dai governi di centro-destra e centro-sinistra in sostanziale continuità, gran parte della spesa pubblica è andata ad accrescere i profitti di aziende private o semi private, in cui i profitti erano sempre privati e le perdite pubbliche (vogliamo citare Alitalia?). Nei servizi pubblici, dati in appalto ad aziende private, oltre alla componente di spesa dei salari troviamo una parte importante che va ai profitti di impresa, agli intermediatori (legali o meno, tangenti comprese), ai primi appaltatori che spezzettano la commessa e la subappaltano a prezzo inferiore.
Ma lo Stato deve tutelare i profitti dei privati o la coesione sociale e il benessere dei suoi cittadini? La nostra unica possibilità è legata alla nostra capacità di superare il dogma del libero mercato, in realtà ben sostenuto dalla burocrazia statale, imposto dagli anni '80 del Washington Consensus e trasferito fino agli epigoni del centro sinistra di ieri e oggi, ben riassunto, ad esempio, nell'attività accademica e di consulenza alle amministrazioni del Prof. Riccardo Mussari, docente ordinario a Siena, fratello dell' Ex-Presidente di MPS e ovviamente in quota PD. 7

Esternalizzazione e precarizzazione del lavoro
Le posizioni liberiste che hanno modificato profondamente il sentire comune, con l'egemonia culturale conquistata grazie alla interessata proprietà dei mezzi di comunicazione e alla cooptazione del mondo accademico, non fanno che decantare le virtù delle esternalizzazioni. La maggiore efficienza (costo/unità di servizio) delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni, tutta da dimostrare anche in base alla qualità del servizio finale erogato, va in realtà a discapito dell’occupazione e della creazione di ricchezza.
Facciamo un esempio pratico. La pubblica amministrazione fa largo uso di sistemi informatici di gestione ed elaborazione dei dati e di personale addetto a raccoglierli, aggiornarli, manutenerli. Fino a tutti gli anni '80 il personale era tutto interno alla P.A., anche se la formazione tecnica, assieme alle macchine, erano fornite principalmente da IBM (con l'acquisizione di Olivetti e Bull alla General Electric, la quota USA arrivava al 70% in Europa)8. Installatori, manutentori, sistemisti, programmatori, ingegneri, analisti, operatori. Parliamo di migliaia di persone con competenze d'avanguardia (all'epoca), inquadrate contrattualmente come dipendenti pubblici.

Successivamente, dagli anni '90, complici la politica dei partiti e i sindacati confederali, società di proprietà pubblica vengono privatizzate, come Finsiel proprietà di IRI, nel 1997 ceduta a Telecom Italia e nel 2005, ormai spogliata, acquistata da Almaviva. Durante tutti gli anni '90 i servizi informatici vengono quasi totalmente esternalizzati a società private, che hanno avuto contestualmente un periodo d'oro. All'obsolescenza dei sistemi proprietari utilizzati nei mainframe IBM e con l'abbassamento dei prezzi dell'hardware, la spesa principale si è spostata sul Software e su appalti esterni. Oracle, Microsoft, SAP e altre aziende multinazionali hanno monopolizzato i sistemi mentre lo sviluppo del software veniva commissionato a grandi aziende, spesso multinazionali anch'esse, che a loro volta appaltavano progetti, o parti di essi, ad altre aziende più piccole, le quali assumevano personale con contratti a tempo, limitati allo svolgimento di quella parte del progetto, di solito trimestrale, o affittavano da aziende ancora più piccole, o di somministrazione, «consulenti» fatturati a giornata. Il cosiddetto «Body rental» (affitto di corpi) degli anni 2000.
Lungi dall'essere tecnocrati, questi depositari delle competenze lavorative («forza lavoro» direbbe qualcuno) più all'avanguardia si configuravano oramai come cognitariato, una nuova forma di operaio frammentato, inquadrato nella categoria dei metalmeccanici, se assunto regolarmente, ma nella stragrande maggioranza a «Progetto» e Co.Co.Pro, introdotti nel 2003 dalla Legge Biagi (legge del 14 febbraio 2003 n. 30, in realtà Maroni, allora Ministro del Lavoro) o tramite lavoro interinale, già previsto dal Pacchetto Treu nel 1997. Queste tipologie di contratto abolivano completamente le ferie, la malattia, i permessi, la maternità (in questo caso la madre concludeva il contratto e poteva essere licenziata al rientro), persino i versamenti pensionistici non avevano lo stesso valore di un lavoratore a tempo indeterminato. In deroga all'articolo n. 36 della Costituzione Italiana, sembrerebbe.

A fronte di una maggiore potenza tecnologica e di costi minori, sia per l'hardware che per il software (anche le competenze si erano diffuse ed erano diventate più accessibili, grazie alla rete e ai numerosi corsi universitari) i servizi forniti alla P.A. hanno comunque aumentato i loro costi, arrivati nel 2002 ai massimi livelli, oltre i 2 Mld di euro solo per la P.A. Centrale, (stabilizzati sui 1.600-1.700 negli anni 2007-2008)(9) e ora in netto rilancio con un progetto da 5,6 Mld per il 2018 (10), divisi in molteplici voci, di molto eccedenti i salari dei dipendenti, che si sono nel frattempo abbassati drammaticamente. Profitti per le aziende fornitrici di software e formazione, profitti per le licenze dei sistemi operativi (centinaia di milioni a Microsoft per anno perchè non viene imposto l'uso di software libero e gratuito), profitti per gli imprenditori del settore ITC delle tre o quattro aziende appaltanti e subappaltanti a catena, stipendi e provvigioni per dirigenti e commerciali delle suddette aziende e in ultimo stipendi per contratti a tempo determinato, in somministrazione, o contratti a partita Iva e raramente a tempo indeterminato, per chi effettivamente svolge il lavoro. Solo una minima parte del costo dell'appalto va ad analisti, ingegneri, programmatori e sistemisti, i quali prima avrebbero svolto il loro lavoro, pagato correttamente, tutelato da contratti collettivi, all'interno della P.A.

Dov'è la convenienza? Come dicevo, nella tutela dei profitti d'impresa e nella possibilità di distribuire politicamente i soldi pubblici ad amici, clienti e sodali, grazie alle gare d'appalto.
Un sistemista Microsoft per la P.A., dieci anni fa costava 900 euro al giorno. Al dipendente ventenne, dipendente a tempo determinato andavano 100 euro lordi al giorno. Oggi che i prezzi sono scesi, si va dai 200 ai 600 euro al giorno, anche il fenomeno degli appalti a catena è quasi scomparso. È veramente più conveniente per lo Stato e per la società tutta, chiamare un consulente solo per i giorni in cui serve, piuttosto che assumerlo e averlo sempre a disposizione? Alla P.A. paradossalmente converrebbe assumerlo anche per farlo lavorare solo pochi giorni al mese, e sarebbe comunque vantaggioso ridurgli l'orario a sei ore al giorno. Inoltre, la differenza tra i 200-600 euro del costo giornaliero del consulente esterno e i 100-250 euro lordi giornalieri, percepiti dal dipendente, non vanno certo tutti a sostenere la domanda aggregata, come abbiamo precedentemente dimostrato.

Questo breve richiamo all’esperienza concreta vissuta negli ultimi decenni nel settore informatico dimostra che se le esternalizzazioni, a parità di spesa, riducono la domanda aggregata, esse riducono parimenti la qualità e la quantità dell'occupazione , l’inversione della direzione di questo processo, con le internalizzazioni dei servizi, può contribuire ad avviare la soluzione del problema della sotto-occupazione e della precarizzazione.


La Pubblica Amministrazione come volano del processo.

L'orario di 36 ore settimanali nella P.A. (art. 17 del C.C.N.L. del 06.07.95, comma 1) è stato realizzato sulla spinta del dibattito sulla riduzione del tempo individuale di lavoro che ha portato ad esempio in Francia alla legge sulle 35 ore e in Italia alla proposta di legge che si sarebbe dovuta concretizzare nel 1998. Sono passati esattamente 20 anni. Il protocollo d'intesa tra il governo e Rifondazione Comunista del 14 ottobre 1997 venne pesantemente osteggiato. «La maggior preoccupazione di imprenditori e sindacati sembra essere, in definitiva, quella di uno «scavalcamento» delle loro competenze. Le loro dichiarazioni paiono disconoscere allo Stato la facoltà di imporre, anche se a fini sociali, un limite rigido alla durata del tempo della prestazione lavorativa.»(11)
Al momento attuale, con la deregolamentazione del mercato del lavoro, l'uso massiccio di voucher e partite IVA che mascherano lavoro dipendente, intervenire per legge, con una riduzione generalizzata degli orari di lavoro a parità di salario, non porterebbe neppure gli effetti auspicati in quegli anni, in cui, ricordiamo, la crisi del 2002 e del 2008 non si erano ancora fatte sentire e la rivoluzione neoliberista non era stata ancora completamente attuata.
L'effetto della riduzione dell'orario del lavoro pubblico, attuata nel 1995, è stato vanificato, in termini occupazionali, dai limiti di spesa imposti dall'Europa, dai tagli lineari su bilanci e organici delle amministrazioni, realizzati con il taglio di servizi, blocco del turnover (l'età media è di 50 anni), esternalizzazioni e ricorso al lavoro precario.
«I tagli al personale, che dal 2007 a oggi hanno riguardato il 5% dei lavoratori, vale a dire 237.220 persone» (12) hanno assorbito tutta la spinta occupazionale della riduzione di orario.

Oggi l'unica possibilità di rimettere in moto una inversione di tendenza può partire da ciò che lo Stato, e quindi la politica, controlla direttamente, ovvero la Pubblica Amministrazione. Occorre che con coraggio e visione più ampia di una legislatura, ricorrendo magari a soluzioni sperimentali per ricavare le risorse finanziarie necessarie, si attui una imponente operazione di internalizzazione dei servizi con una contemporanea riduzione di orario a parità di salario, per sostenere l'occupazione. «Le politiche keynesiane, quando vengono coerentemente interpretate,[...] rappresentano dunque la forma pratica coerente di un tentativo di dar vita a un sistema del diritto al lavoro»(13), in un momento in cui rivendicare questo diritto, non è solo legittimo, ma assolutamente necessario, per non incorrere in un aggravamento della crisi economica.
La spinta dell'incremento numerico di centinaia di migliaia di nuovi occupati giovani (basta un piccolo incremento percentuale sui 3,2 milioni di dipendenti pubblici) sull'intero sistema del mercato del lavoro potrebbe, questo sì, risollevare la domanda interna, i consumi e l'occupazione anche nel settore privato. Anche lì bisognerebbe agire sulla contrattazione coerentemente con l'obiettivo nazionale della riduzione di orario a parità di salario, almeno a 32 ore settimanali, forti di una maggiore capacità di negoziazione acquisita con il raggiungimento dell'obiettivo del settore pubblico.

Fonte: ISTAT l'Italia in cifre 2016 - Lavoro

Possiamo osservare dai dati recenti, che gran parte dei lavoratori hanno orari inferiori alle 40 ore, ma in molti casi questi sono dovuti a part-time involontari, quindi non ad una scelta ma ad una situazione di sotto occupazione che non garantisce un livello di salario sufficiente. Bisogna accettare la riduzione in atto dei tempi di lavoro, considerare ormai gli orari ridotti come normali e maggiormente sostenibili per il sistema nel suo complesso, equiparandoli verso il basso e remunerandoli con il salario pieno.
Il tema della riduzione del tempo di lavoro individuale, a parità di salario, deve essere oggi il tema centrale del movimento dei lavoratori per la redistribuzione del lavoro necessario, in modo più equo fra tutti.
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1 «Nel 2015 il valore aggiunto dell'intera economia ha registrato una crescita dello 0,9% rispetto al 2014. La produttività del lavoro, calcolata come valore aggiunto per ora lavorata, è diminuita dello 0,3 %, quella del capitale, misurata dal rapporto tra valore aggiunto e input di capitale, è aumentata dell’1,9%.» [Istat: 1995-2015 Misure di Produttività. www.istat.it ]
2 Secondo il Servizio statistico del ministero del Lavoro francese (DARES) le 35 ore hanno creato 350.000 nuovi occupati tra il 1998 e il 2002.
3 Fabio Pavesi, http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-11-30/il-paradosso-due-italie-ricchezza-privata-record-a-4mila-miliardi-e-debito-pubblico-massimi-171629.shtml
4 H.P. Minsky, Combattere la povertà. Lavoro non assistenza, Ediesse, Roma, p.149.
5 S.Farolfi, Intervista a Gallino: prima il lavoro, Sbilanciamoci, luglio 2013, in: Marco Craviolatti, E la borsa e la vita, Ediesse, Roma 2014, p.97.
6 Francesco Pacifico http://www.lettera43.it/it/articoli/economia/2013/11/22/privatizzazioni-tentativi-e-risultati-dal-1992-al-2013/104506/
7 Riccardo Mussari, L’oggetto dell’indagine: il concetto di esternalizzazione nelle amministrazioni pubbliche, in: Dipartimento della Funzione Pubblica, Le esternalizzazioni nelle amministrazioni pubbliche. Indagine sulla diffusione delle pratiche di outsourcing, a cura di: D’Autilia M.L. e Zamaro N., ESI, Roma, 2005.
8 Giuseppe Nicolosi e Fabrizio Fassio, I Visionari.L'ambigua Utopia digitale, Manifestolibri, Roma, 2018, p.54.
9 CAMERA DEI DEPUTATI, XVI LEGISLATURA, Doc. XIII, n. 2-ter (Allegato III) p. 6.
10 Agenzia per l'Italia digitale, Presidenza del Consiglio dei Ministri - Piano triennale per l'informatica nella Pubblica Amministrazione 2017-2019, p. 95.
11 Marcello Pedaci, Le 35 ore in Italia, Ires Abruzzo, Pescara 2001, p. 85.
12 http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/05/24/statali-quanti-sono-quantoguadagnano_Q268eaZhNf n0mzNyjt13II.html

13 Giovanni Mazzetti, Diritto al lavoro. Beffa o sfida?, Manifestolibri, Roma, 2014, p. 131.

domenica 23 dicembre 2018

Agosto 2018. La serialità del male.

Agosto 2018. La serialità del male - di: Rattus

Agosto 2018. Nel corso di quel mese abbiamo seguito tre vicende di gravità inaudita, di cui abbiamo avuto notizia dai mezzi di informazione: La morte per incidente stradale di sedici lavoratori agricoli occasionali in Puglia, il suicidio di otto tassisti di New York, quasi sicuramente dovuta al diffondersi di nuovi sistemi di trasporto pubblico che stanno via via sostituendo i tradizionali taxi e, infine, la scoperta, a Palermo, di una società di truffatori che convinceva persone disperate a sottoporsi alla frantumazione delle ossa degli arti per simulare incidenti stradali e quindi ottenere dei rimborsi dalle assicurazioni.
 
Riflettendo su queste tragedie ci è parso chiaro che c'era un filo rosso che le lega una all'altra: la progressiva riduzione del lavoro necessario ad opera dei processi di automazione. Ma è bene mettere subito in chiaro che questo non è un testo "luddista" o in qualche modo contrario all'innovazione tecnologica. Tutt'altro. Meglio però procedere con ordine, e partire dagli incidenti stradali avvenuti in Puglia e costati la vita a sedici giovani braccianti agricoli.
Molte forme di raccolta della frutta o degli ortaggi, in ambito agricolo, sono oramai del tutto automatizzate.
Del resto l'agricoltura è un settore in cui, come è noto, abbiamo avuto, nel corso del Novecento, la più drastica riduzione di manodopera che la storia umana abbia mai conosciuto. Per fare un esempio recente di automazione del lavoro dei braccianti agricoli si può prendere come esempio la produzione vinicola. Oggi i vigneti possono essere progettati lasciando che tra un filare e l'altro vi sia solo lo spazio necessario per farvi passare le macchine che copriranno tutte le operazioni principali un tempo svolte da operatori umani: potatura, protezione da parassiti, raccolta dell'uva (vendemmia). Perfino per la vendemmia, grazie a queste tecnologie, si è giunti alla completa raccolta automatica dei singoli acini da ciascuno grappolo, in modo tali che i raspi restano a seccare sulla pianta mentre gli acini (i chicchi) vengono asportati. Le vendemmie che vengono realizzate ancora a mano sono in genere quelle dei vigneti di impianto meno recente. Ma l'effetto dell'automazione sui prezzi del vino sul mercato si fa sentire. In Italia i vigneti spesso si impiantano ancora come si faceva trent'anni fa, scegliendo deliberatamente di fare ricorso ai braccianti agricoli. Tuttavia è inevitabile pagare questa manodopera con tariffe orarie molto basse, se si vuole restare sul mercato e competere con chi ha meccanizzato il lavoro integralmente. Norbert Wiener, il fondatore della cibernetica, sostenne che la macchina automatica era l'equivalente, in economia, del lavoro schiavistico e che qualsiasi lavoro che si fosse trovato a competere con il lavoro degli schiavi avrebbe dovuto "accettare le condizioni economiche del lavoro degli schiavi". La situazione che si rileva in Puglia nel periodo estivo di raccolta dei pomodori, in molti casi, rasenta effettivamente lo schiavismo sia per i pagamenti miserabili, sia per le condizioni di vita e di lavoro animalesche cui i braccianti sono sottoposti. Sarà la magistratura ad accertare le responsabilità dei due gravi incidenti, ma la strage di braccianti extracomunitari dell'Agosto 2018 è stata sicuramente anche conseguenza di questo incredibile degrado delle condizioni di lavoro. Si dirà: è la legge del mercato. Ma davvero dobbiamo rassegnarci all'assurda idea che i mirabolanti progressi di scienza e tecnologia abbiano avuto come risultato principale quello di far tornare la schiavitù ? È davvero solo questo il senso del tanto celebrato "progresso" ?
 
La vicenda dei tassisti di New York per molti versi è analoga e altrettanto drammatica. I giornali hanno documentato una lunga serie di tragedie personali e familiari che si sono susseguiti lungo tutto il 2018. Ben otto suicidi. I tassisti di New York hanno dovuto fronteggiare la gig economy e il relativo ingresso sul mercato del trasporto di Uber, Lyft e altre società di trasporti privati basate su piattaforme informatiche. Molti di loro si erano indebitati per avere un cosiddetto "medaglione" una licenza di auto-impresa che finalmente gli avrebbe permesso di diventare del tutto autonomi. Oggi, con l'ingresso di una concorrenza massiccia come quella introdotta dalle piattaforme, questi tassisti hanno dovuto moltiplicare la loro presenza sulle strade, lavorando su turni di  quindici- diciotto ore al giorno, mentre il valore economico di quelle licenze, che in molti casi stavano ancora pagando, ha iniziato a scendere vertiginosamente. Un "medaglione" che fino a due anni fa valeva un milione di dollari oggi ne vale 200.000. Non è difficile capire perché il sistema nervoso di alcuni di questi lavoratori abbia ceduto.

Anche in questo caso si deve rilevare amaramente come una forma di progresso indiscutibile, quale la realizzazione dei sistemi di geo-localizzazione, abbia avuto come immediata conseguenza un drammatico peggioramento delle condizioni di lavoro di un'intera categoria di lavoratori. Il funzionamento delle piattaforme che regolano servizi di traffico stradale come UBer integra una serie di straordinari progressi tecnologici, che vanno dalla velocità di trasmissione alla potenza di calcolo dei microprocessori. C'è di mezzo, insomma, l'intera linea evolutiva che ha permesso la crescita e la diffusione degli smart-phone. Tuttavia, la geo-localizzazione ne costituisce sicuramente l'elemento più importante. Un'innovazione originariamente pubblica, nata per scopi militari, basata sui segnali inviati da un gruppo di satelliti in rotazione intorno alla terra.
Spesso si dimentica che in passato portare il taxi significava avere "in testa" un'articolata mappa della città, che veniva appresa attraverso anni di esperienza. Se questo è vero per grandi città come Roma o Milano, figuriamoci per New York. Queste conoscenze conferivano al tassista un certo orgoglio professionale, un'idea intorno al valore delle proprie competenze. L'introduzione di sistemi automatici in grado di calcolare la strada da percorrere e suggerirla in tempo reale a chi guida il mezzo ha reso queste conoscenze quasi del tutto superflue. D'accordo: nessuno se ne lamenta. Ma intanto questo ci aiuta a comprendere il significato originario ed elementare che gli informatici di un tempo assegnavano al termine "Intelligenza Artificiale". All'origine si trattava di un termine che indicava semplicemente la sostituzione di alcune forme di intelligenza umana con dei dispositivi in grado di fornire prestazioni analoghe e possibilmente migliori a quelle erogate dall'uomo. Non si trattava di qualcosa di così diverso da quanto avveniva in agricoltura con i sistemi di raccolta automatica: come un dispositivo meccanico può sostituire il lavoro manuale dei braccianti, così un dispositivo di intelligenza artificiale può eliminare la necessità di una memoria spaziale ricca ed evoluta come quella che era indispensabile ad un tassista di New York fino a vent'anni fa. Ne più ne meno.
Per ora la risposta politica della città di New York al fenomeno è stata nel segno del soluzionismo: terapie antidepressive gratis per i tassisti che ne fanno richiesta. Fantastico !

Il terzo grave episodio di cronaca di Agosto 2018 che abbiamo menzionato, quella della società di truffatori di Palermo, apparentemente non sembra riconducibile a qualche tipo di automatismo. Ma la creazione di un'organizzazione, una sorta di dispositivo finalizzato a provocare delle invalidità per ottenere dei risarcimenti dalle assicurazioni, ci ha spinto a chiederci seriamente a quale livello di follia possa giungere un sistema economico e sociale che non riesce a creare condizioni di vita, di lavoro e di reddito normali o comunque accettabili per tutti. Si tratta dell'episodio che ha scatenato l'impulso che ci ha fatto realizzare questo lavoro. La logica punitiva e legalistica che prevale oggi in questo paese si limita ad evocare durissime sanzioni da infliggere ai responsabili, ma non si interroga sulle vittime, su quelli che in cambio di qualche migliaio di euro si sono resi disponibili per lasciarsi fracassare un braccio o una gamba con dei dischi d'acciaio da sollevamento pesi. Su questo argomento i giornali hanno glissato con i soliti riferimenti a tossicomani e alcolisti. E pensare che già nel 1963, in un gran film di Vittorio De Sica intitolato il Boom (1963), il protagonista, un imprenditore edile romano pieno di debiti, magistralmente interpretato da Alberto Sordi, si rassegnava a vendere un proprio occhio per poter continuare a mantenere il tenore di vita elevato in cui aveva vissuto fino a quel momento. A quanto pare non si tratta di questioni che interessano esclusivamente homeless e alcoolisti.  
E si dovrebbe riflettere sul fatto che la vicenda di Palermo è venuta alla luce perché c'è stato un decesso, quello di un giovane tunisino a cui le fratture hanno provocato un'emorragia interna. Gli attenti controlli di medicina legale sul corpo del tunisino hanno permesso agli investigatori di individuare la truffa e a risalire all'organizzazione criminale. Viene da chiedersi: quante altre ce ne saranno di organizzazioni simili ?
L'automatismo andrebbe cercato arrivando alla generalizzazione di questa domanda. Esiste una sorta di "serialità del male", una filiera del disagio da fine del lavoro, una "Fabbrica dell'infelicità" legata alla raggiunta incapacità del lavoro umano di essere realmente produttivo?

sabato 22 dicembre 2018

Chi siamo, a chi parliamo.

Mentre passano gli anni, brancolando nel grigio fitto della comunicazione strategica particolare, mi rendo conto che a essere messo in crisi di identità, sono proprio io.
Tutti i messaggi mi inseguono gridando: “Identificati con me!”. Eppure, posso dire forse con un certo sollievo, non riesco a ridurmi a quella consonanza misera con un meme.
Leggo un libro, scritto da chi ha dedicato anni alla sua stesura, e ritrovo un rispetto per la complessità che sono. Non mi si chiede di aderire esteticamente ad un modello astratto. L'autore si espone nella sua tesi, presentando delle argomentazioni a volte emozionali, a volte razionali, comunque sempre rispettose della alterità del lettore. Nel saggio, se ben scritto, si cerca il dialogo maieutico, non l'identificazione di un catechismo.
Torno alla forma della comunicazione usa e getta. Quella creata rapidamente, per essere fruita in un determinato momento e destinata all'obsolescenza già dopo pochi giorni, paradossalmente, permanendo per sempre nella memoria persistente dell'internet.
Chi sei tu che mi chiedi di identificarmi con le tue parole? E chi tu pensi che io sia?


“Ma dici a me? Hei, tu, dici a me?” Ripeteva sornione e poi minaccioso, con la pistola puntata allo specchio, Robert de Niro in Taxi driver.
Sentirsi presi in giro, provoca aggressività. Sentirsi chiamati ad aderire a messaggi presentati come normali, condivisi, scontati, giusti, nostri, senza effettivamente identificarsi in quei messaggi, rende aggressivi. Più alta è la dose di ipocrisia, di falsità, di distorsione utilitaria di quel messaggio, più produce aggressività, perchè chi lo emette vuole presentarsi come tuo amico, spesso contro un altro nemico (che ti somiglia molto o sei proprio tu), ma non è tuo amico per nulla. E tu vorresti renderglielo chiaro, magari con una pistola in pugno. Io non sono tuo amico!
In questo gioco al massacro chi vince? Vince chi ci dà la possibilità di esprimere la nostra aggressività. Chi soffia sul fuoco dell'odio per venderci la serie televisiva di gangster, la pistola, il politico giustiziere, il social senza censure, lo sfogo sessuale, la manifestazione dove esprimere la rabbia o la protezione dagli arrabbiati.
Noi chi siamo? A chi parliamo?

martedì 4 dicembre 2018

Hannah Arendt, Vita activa , Bompiani, PP. 133-136
...
Il pericolo che la moderna emancipazione del lavoro non solo fallisca nell'iniziare un'epoca di libertà per tutti, ma al contrario spinga per la prima volta tutto il genere umano sotto il giogo della necessità, fu già chiaramente intuito da Marx, quando egli insisteva sul fatto che lo scopo di una rivoluzione poteva non essere la già compiuta emancipazione delle classi lavoratrici, ma doveva consistere nell'emancipazione dell'uomo dal lavoro. A prima vista, questo scopo sembra utopistico, il solo elemento strettamente utopistico nel pensiero di Marx (82). L'emancipazione dal lavoro, secondo le stesse parole di Marx, è emancipazione dalla necessità, che significherebbe, in definitiva, emancipazione dal consumo, dal metabolismo con la natura che è la condizione effettiva della vita umana (83). Tuttavia gli sviluppi dell'ultimo decennio e specialmente le possibilità aperte dall'ulteriore incremento dell'automazione, consentono di domandarsi se l'utopia di ieri non diventerà la realtà di domani, così che, alla fine, solo lo sforzo del consumo sarà l'ultimo elemento rimasto di quella fatica e di quella pena connaturate al ciclo biologico al cui motore è legata la vita umana. Tuttavia, nemmeno questa utopia potrebbe mutare l'essenziale futilità mondana del processo vitale. Le due fasi per cui deve passare il ciclo sempre ricorrente della vita biologica, le fasi del lavoro e del consumo, possono mutare le loro proporzioni anche al punto che quasi tutta la «forza-lavoro» umana sia spesa nel consumo, con il concomitante grave problema sociale del tempo libero: cioè, in sostanza, come provvedere sufficienti opportunità di spreco quotidiano per mantenere intatta la capacità di consumo (84). Il consumo senza pena e senza sforzo non muterebbe, ma solo aumenterebbe, il carattere divorante della vita biologica, finché una umanità interamente liberata delle catene della pena e dello sforzo non fosse libera di «consumare» il mondo intero e di riprodurre giornalmente tutte le cose che desidera consumare. Il numero delle cose che comparirebbero e scomparirebbero ogni giorno e ogni ora nel processo vitale di una società del genere sarebbe nella migliore delle ipotesi irrilevante per il mondo, se il mondo e il suo carattere oggettivo potessero resistere al dinamismo incessante di un processo vitale interamente motorizzato. Il pericolo della futura automazione non è tanto la deplorata meccanizzazione e artificializzazione della vita naturale, quanto il fatto che, nonostante la sua artificialità, ogni produttività umana sarebbe risucchiata in un processo vitale enormemente intensificato, e seguirebbe automaticamente, senza pena o sforzo, il suo sempre ricorrente ciclo naturale. Il ritmo delle macchine intensificherebbe a dismisura il ritmo naturale della vita, ma non modificherebbe, rendendola solo più micidiale, la funzione principale della vita rispetto al mondo, che consiste nel consumare ciò che è durevole. La strada che porta dalla graduale diminuzione delle ore lavorative, progredita costantemente per quasi un secolo, a questa utopia, è molto lunga. Inoltre, il progresso è stato piuttosto sopravvalutato perché fu misurato in rapporto alle condizioni eccezionalmente inumane di sfruttamento prevalenti nelle prime fasi del capitalismo. Se pensiamo a periodi un po' più lunghi, l'ammontare totale annuo di tempo libero goduto attualmente non appare tanto un risultato della modernità quanto una tardiva approssimazione alla normalità. Sotto questo e altri aspetti, lo spettro di una società di mero consumo è più allarmante in quanto ideale della società attuale che come una realtà da sempre esistente. L'ideale non è nuovo; era chiaramente indicato nell'assunto incontestato dell'economia politica classica che lo scopo finale della "vita activa" è lo sviluppo della ricchezza, l'abbondanza e la «felicità del maggior numero». E che cos'altro è, infine, questo ideale della società moderna se non l'antico sogno del povero e dell'indigente, che può avere un fascino finché rimane un sogno, ma diventa il paradiso di un pazzo non appena è realizzato? La speranza che ispirava Marx e gli uomini migliori dei vari movimenti operai - che il tempo libero potesse emancipare definitivamente gli uomini dalla necessità e rendere produttivo 1'"animal laborans" - si basava sull'illusione di una filosofia meccanicistica secondo cui la forza-lavoro, come ogni altra energia, non deve andare mai perduta, così che, se non è spesa ed esaurita nel lavoro faticoso per vivere, potrà dar vita automaticamente ad altre, «superiori» attività. Questa speranza di Marx aveva indubbiamente come modello l'Atene di Pericle che, nel futuro, con l'ausilio della produttività enormemente aumentata del lavoro umano, non avrebbe più avuto bisogno di schiavi per esistere, ma sarebbe divenuta una realtà per tutti. Un centinaio d'anni dopo Marx comprendiamo l'errore di questo ragionamento; il tempo libero dell'"animal laborans" non è mai speso altrimenti che nel consumo, e più tempo gli rimane, più rapaci e insaziabili sono i suoi appetiti. Che questi appetiti divengano più raffinati - così che il consumo non è più limitato alle cose necessarie, ma si estende soprattutto a quelle superflue - non muta il carattere di questa società, ma nasconde il grave pericolo che nessun oggetto del mondo sia protetto dal consumo e dall'annullamento attraverso il consumo. La verità piuttosto sconsolante è che il trionfo ottenuto dal mondo moderno sulla necessità è dovuto all'emancipazione del lavoro, cioè al fatto che l'"animal laborans" è stato messo nella condizione di occupare la sfera pubblica; e tuttavia, per tutto il tempo che l'"animal laborans" ne rimane in possesso, non può esistere una vera sfera pubblica, ma solo attività private esibite apertamente. Il risultato è quella che è eufemisticamente chiamata cultura di massa, e il disagio radicato e profondo che la caratterizza è una insoddisfazione universale, dovuta da un lato all'equilibrio turbato di lavoro e consumo e, dall'altro, alla persistente richiesta dell'"animal laborans" di ottenere una soddisfazione che può essere raggiunta solo quando i processi vitali dell'esaurimento e della rigenerazione, della pena e del sollievo dalla pena, si incontrano in un perfetto equilibrio. La richiesta universale di felicità e l'infelicità largamente diffusa nella nostra società (le due facce della stessa medaglia) sono i segni più convincenti che viviamo in una società dominata dal lavoro, ma che non ha abbastanza lavoro per esserne appagata. Infatti solo l'"animal laborans", e non l'artigiano né l'uomo d'azione, ha sempre chiesto di essere «felice» o pensato che gli uomini mortali possano essere felici. Uno dei più evidenti segni di pericolo, che mostra come siamo in procinto di tradurre in realtà l'ideale dell'"animal laborans", è la misura in cui la nostra intera economia è divenuta un'economia di spreco, in cui le cose devono essere divorate ed eliminate con la stessa rapidità con cui sono state prodotte, ammesso che il processo stesso non giunga a una fine improvvisa e catastrofica. Ma se l'ideale fosse già una realtà, e noi non fossimo che membri di una società di consumo, non vivremmo più nemmeno in un mondo, ma saremmo semplicemente guidati da un processo in cui le cose appaiono e scompaiono in cicli sempre ricorrenti, appaiono e svaniscono senza mai durare abbastanza per fornire uno sfondo al processo vitale. Il mondo, la casa dell'uomo, costruita sulla terra e fatta dei materiali che la natura affida alle mani dell'uomo, non consiste di oggetti da consumare ma di oggetti da usare. Se la natura e in generale la terra costituiscono la condizione della "vita" umana, allora il mondo e le cose del mondo costituiscono la condizione in cui questa vita specificamente umana può avere la propria dimora sulla terra. La natura vista con gli occhi dell'"animal laborans" è la grande fornitrice di tutte le «buone cose», che appartengono egualmente a tutti i suoi figli, che «[le] prendono dalle [sue] mani» e «si mescolano con» essa nel lavoro e nel consumo (86). La stessa natura, vista con gli occhi dell'"homo faber", il costruttore del mondo, «fornisce solo i materiali quasi senza valore in se stessi» (87), in quanto l'intero loro valore sta nell'opera che li trasforma. Senza strappare le cose dalle mani della natura e senza consumarle, senza difendersi dai processi naturali della crescita e del deperimento, l'"animal laborans" non potrebbe mai sopravvivere. Ma senza trovare la propria dimora tra oggetti resi dalla loro durata adatti all'uso e alla costruzione di un mondo, la cui permanenza si pone in diretto contrasto con la vita, questa vita non potrebbe mai essere umana Più sarà diventata facile la vita in una società di consumatori o di lavoratori, più sarà difficile rimanere consapevoli della necessità da cui è guidata, anche quando la pena e lo sforzo, manifestazioni esteriori della necessità, sono riconosciuti a stento. Il pericolo è che una società del genere, abbagliata dall'abbondanza della sua crescente fecondità e assorbita nel pieno funzionamento di un processo interminabile, non riesca più a riconoscere la propria futilità - la futilità di una vita che «non si fissa o si realizza in qualche oggetto permanente che duri anche dopo che la fatica necessaria a produrlo sia passata» (88)

Note:
N. 82. La società senza classi e senza stato teorizzata da Marx non è un'utopia. Anche a parte il fatto che gli eventi moderni mostrano una tendenza indubbia a eliminare le distinzioni di classe nella società e a sostituire il governo politico con l'«amministrazione dei beni» che, secondo Engels, rappresenta il tratto caratteristico della società socialista, già in Marx questi ideali erano concepiti in accordo con la democrazia ateniese; soltanto, nella società comunista, i privilegi colà riservati ai cittadini liberi dovrebbero essere estesi a tutti. N. 83. Non è forse esagerato dire che "La condition ouvrière" (1951; trad. it. "La condizione operaia", Milano 1950) di Simone Weil, è il solo libro, nella vasta letteratura sulla questione del lavoro, che tratti il suo oggetto senza pregiudizi e sentimentalismi. Simone Weil sceglie come motto per il suo diario a cui affida giornalmente le sue esperienze di fabbrica, il verso di Omero: "poll'alkadzomene, kratere d'epikeiset ananke" [«molto è contro la tua volontà, perché la necessità è molto più potente di te»] econclude che la speranza di una liberazione dal lavoro e dalla necessità è il solo elemento utopistico nel marxismo, ed è al tempo stesso il motore di ogni movimento del lavoro ispirato al marxismo. Esso è appunto quell'«oppio del popolo» che Marx riteneva essere la religione. N. 84. Questo tempo libero non è naturalmente la stessa cosa che la "schole" dell'antichità, che non era un fenomeno di consumo, abbondante o meno, e non si connetteva al problema di guadagnare del tempo strappandolo al lavoro, ma consisteva al contrario in una consapevole «astensione da» tutte le attività connesse con la mera sussistenza, con l'attività del consumo non meno che quella della produzione. Il tratto distintivo di questa "schole", rispetto all'ideale moderno del tempo libero, è la ben nota frugalità della vita greca del periodo classico. E' caratteristico a questo proposito che il commercio marittimo, che era la maggior fonte di ricchezza per Atene, era considerato con diffidenza, sicché Platone, associandosi a Esiodo, raccomandava che le nuove città-stato venissero fondate lontano dal mare. N. 85. Si ritiene che nel Medioevo nessuno lavorasse più che metà dei giorni dell'anno. I giorni festivi ufficiali erano 141 (confer Levasseur, op. cit., p. 329; confer anche Liesse, "Le travail", 1899, p. 253, per la quantità dei giorni di lavoro in Francia prima della rivoluzione). L'estensione mostruosa delle giornate lavorative è un fatto caratteristico dell'inizio della rivoluzione industriale, quando cioè i lavoratori entrarono in concorrenza con le macchine. Prima di allora la lunghezza della giornata lavorativa era di 12 ore nell'Inghilterra del quindicesimo secolo, e di 10 nel diciassettesimo (confer H. Herkner, «Arbeitszeit», in "Handwörterbuch für die Staatswissenschaft", 1923, 1, 889 e segg.). In breve, «i lavoratori, nella prima metà del diciannovesimo secolo, hanno conosciuto condizioni di esistenza peggiori di quelle subite precedentemente anche dai più disgraziati» (Edouard Dolléans, "Histoire du travail en France", 1953; trad. it. "Storia del movimento operaio", Firenze, 1968, 3 voll.). La misura del progresso conseguito nel nostro tempo è generalmente sopravvalutata, perché viene comparato a una vera e propria «età buia». Può accadere per esempio che l'aspettativa di vita dei paesi più civili del nostro tempo corrisponda a quella di certi secoli dell'antichità. Non è possibile una maggiore precisione, ma la durata della vita dei personaggi di cui ci restano le biografie suffraga questa ipotesi. N. 86 Locke, op. cit., sez. 28. N. 87. Ibid., sez. 43.
N. 88. Adam Smith, op. cit., I, 295.

giovedì 15 novembre 2018

Comunicazione, processi di identificazione e Big Data.


Posso forse affermare, senza scandalizzare nessuno, che viviamo nella società dell'informazione, come qualche anno fa vivevamo nella società del valore.

Ciò significa che mentre prima la società si divideva, grossolanamente, per chi utilizza un paradigma del conflitto fra classi, in poveri e ricchi, oggi si divide in detentori di informazioni e privi di informazioni.

Le categorie quasi coincidono ma si differenziano per la loro relazione.

Coloro che possiedono le informazioni sono anche ricchi, coloro che non le hanno sono irrimediabilmente anche poveri.

Visto che non frequento i ricchi, i veramente ricchi che detengono le informazioni, non so come e dove se le scambiano ma , frequestando i poveri so dove si scambiano le loro poche (e spesso errate) informazioni. Ovvero nei mezzi che hanno a disposizione, ovvero oltre ai discorsi, internet e i social.

La gran parte dei contenuti che vengono veicolati atttravarso i social sono prodotti da centrali di produzione strategica di informazioni come redazioni, uffici stampa, agenzie di comunicazione, giornalistiche o di immagini, influencer professionali o amatoriali, content media manager dei più vari.

Chi si occupa di “Comunicazione”, e il temine è una sineddoche volutamente ambigua perchè sostituisce i termini più corretti di “Propaganda” o “Pubblicità commerciale”, produce gran parte dei contenuti strategici presenti sui social. La parte restante dei contenuti è formata da ciò che gli utenti producono autonomamente, quindi i commenti, i like, le condivisioni, gli stati, le immagini e i video, che forniscono informazioni all'occasionale destinatario di quelle interazioni e al sistema proprietario, ovvero a chi assume la proprietà di tutte quelle informazioni, Mr. Zuk.

Spostiamo momentaneamente l'attenzione su uno dei soggetti che producono informazione strategica sulla rete, un soggetto politico come Potere al Popolo! che afferma di essere dalla parte degli sfruttati.

Questo soggetto ha circa 10.000 utenti registrati su una propria piattaforma informatica, Liquid Feedback, programmata con codice open source, su un proprio server, che non sottrae dati, quindi informazioni, ai propri utenti e non li vende a soggetti terzi.

Potere al Popolo! ha più di 100.000 iscritti ad una pagina Facebook, e divese migliaia a pagine locali e gruppi, sempre in Facebook, in cui viene proposta la comunicazione verso l'esterno e interna del soggetto politico.

Mediante lo stesso social, molte persone manifestano la propria contrarietà all'utilizzo del software libero LQFB per la decisionalità online, disertando il forum che ha solo 1400 iscritti, preferendo il dibattito nei commenti ai post su Facebook, partecipato anche dai leader del soggetto politico, a meccanismi considerati “passivizzanti” di democrazia digitale.

Gli eventi più partecipati in presenza sono state due assemblee con circa 1000 partecipanti e una manifestazione nazionale con circa 5000 presenze.

La valorizzazione della politica fatta con i corpi, in presenza, viene condotta sui social mediante una comunicazione che fa dei partecipanti in carne ed ossa dei “figuranti” per la rappresentazione online, i cui contenuti rispecchiano le stesse strategie di tutti gli altri soggetti politici che praticano il marketing politico.

Questa comunicazione politica, condotta su social propretari che estraggono dati dagli utenti e li incrociano, come Facebook, Whatsapp, Twitter, Instagram, Youtube, Google-Android, replicano quasi totalmente la strategia più diffusa, il gioco linguistico più comune, la costruzione dell'identità.


Analizziamo due post sullo stesso argomento, del tutto speculari:

Nelle prime 3 righe la notizia, sono due sgomberi.

La differenza tra le due è che da una parte ci si identifica con gli sgomberati, dall'altra con le autorità che li eseguono.


A sinistra

Nemici: Polizia con blindati.

Amici: I migranti per strada.

Noi: Solidali con i migranti e chi li aiuta

Valori: Solidarietà, accoglienza, umanità, diritti, dignità.










A destra

Nemici: Occupanti abusivi Rom.

Amici: Forze dell'ordine.

Noi: Italiani. Bisognosi di sicurezza.

Valori: Legalità, sicurezza, ordine.








La quantità di informazioni trasmesse dal destinatore che non siano già conosciute dal destinatario è minima. La maggior parte del contenuto è una narrazione che ingloba dei “valori” a cui si chiede di aderire individuando gli “amici” e i “nemici” identificandosi con un Noi.

Schema:

Oggi un nemico ha attaccato un nostro amico. Oggi abbiamo attaccato un nemico. Noi siamo dalla parte dei nostri amici. I nostri valori sono questi.

Questa comunicazione, curiosamente, è diretta ai propri sostenitori, sapendo già che si identificano in quelli che vengono posti come “amici”. Perchè allora confermarglierlo? 
La piramide dei bisogni di Maslow (1954)
 
Perchè appartenere ad un Noi per l'individuo è 
importantissimo. 


La differenza sostanziale nei due esempi è nei valori che sono dietro quel NOI.


Mentre il bisogno di Sicurezza è alla base della piramide di Maslow, quindi precede anche il bisogno di identificarsi in un gruppo, valori come il Rispetto reciproco e ancora di più Solidarietà (moralità) e Accoglienza (accettazione,assenza di pregiudizio) li troviamo sulla cima della piramide. Bisogna prima aver soddisfatto i bisogni che sono alla base per poter prendere in considerazione quelli al vertice.



La violenza del linguaggio usato da chi scrive nei commenti serve a farsi “riconoscere” in quanto appartenenti a quel Noi e viene alimentato dai Troll nemici che, con altrettanto odio verbale, attaccano l'identità del Noi.

Torniamo al punto principale.

Avevamo detto all'inizio che la società non si divide in Noi e Loro, in “amici” e “nemici” in base a quelle differenze decise e inculcate da chi si occupa di propaganda o marketing.

La società si divideva in ricchi e poveri; e oggi in detentori di informazioni e privi di informazioni.

Dal nostro gioco linguistico della costruzione dell'identità, il destinatore del messaggio (chi lo ha prodotto) ha estratto l'informazione del numero di utenti che si sono identificati con quel Noi e alcune note personali di chi ha scritto dei commenti.

L'utente (alcuni geek li definiscono U-tonti) ha fornito alcune informazioni personali che lo riguardano (analizzabili con software appositi esempio), al destinatore (“sono dalla tua parte” o “contro”) ma soprattutto fornisce un numero incredibile di informazioni personali al proprietario della piattaforma. Assieme alle sue identità palesi (Like, iscrizioni a gruppi, relazioni (amici), titolo di studio, età, libri, film, musica preferiti), l'utente fornisce tutti quei dati che spesso non sa di condividere (siti visitati, posizione, viaggi, acquisti, locali frequentati, cronologia di ricerche, video youtube guardati, siti porno, dispositivi smart posseduti e loro uso...), spesso incrociati con i dati delle App installate sullo smartphone, che vanno a formare i Big Data.



Insomma questo soggetto politico anticapitalista, dalla parte degli sfruttati, permette, grazie alle sue pagine Facebook e alle attività social, che i suoi aderenti e simpatizzanti vengano profilati dalle strutture del post capitalismo e dalle agenzie di intelligence, che estraggono i dati degli utenti e se ne appropriano, mettendole a valore, risultando così egemoni nel post-capitalismo. Viene estratta informazione da chi ne ha poca per accrescere il numero di informazioni di chi ne possiede e gestisce quantità enormi. Ricorda qualcosa?

Lo scopo di questa argomentazione è suscitare una riflessione sulle contraddizioni insite nella comunicazione politica e spingere per lo spostamento della comunicazione interna di Potere al Popolo!,  quindi non propagandistica, su strumenti non proprietari che garantiscano la privacy e la tutela dei dati degli aderenti.  Un Forum visibile ai soli iscritti e protetto, dei social indipendenti, sicuri e open source, lato client e server,come il social Mastodon   https://todon.nl/about o la messaggistica di Riot https://about.riot.im/why-riot/ o altri che vorremo testare e utilizzare. Se siamo troppo pigri, possiamo anche tenerci il post-capitalismo, a lui non facciamo schifo, ci sfrutta volentieri.

Per approfondire: 

COMUNICAZIONE E COSTRUZIONE DELL'IDENTITÀ
NEI GRUPPI TELEMATICI intervento di L.Pezzullo, Università di Padova