martedì 19 luglio 2016

Recensione - Alla ricerca del suono perfetto.Una storia della musica registrata (2009), di Greg Milner.


Parlerò di un libro letto di recente, Alla ricerca del suono perfetto.Una storia della musica registrata (2009), di Greg Milner, Il saggiatore, 2016.
Pur se scritto alla triste maniera americana come se tutti conoscessimo Jeff, Bob, Asch e Berger... il libro è una miniera di aneddoti interessantissimi e illuminanti che fanno riflettere su quello che è oggi la musica, intesa come il suono della musica.
Dall'invenzione di Edison, alla comparsa del disco per grammofono, passando per il paradiso dell'industria del Disco tra i '40 e i '90, le polemiche sul CD, l'uso del campionamento e l'avvento di ProTools...  Tutto quello che ha modellato il suono delle registrazioni da 100 anni a questa parte e la sua storia commerciale nel paese che ha influito di più su questo processo, gli Stati Uniti.
L'aspetto principale, che porta a mio parere alle più importanti riflessioni, è che da quando le registrazioni sono diventate il modo principale di ascoltare la musica, le persone si aspettano che anche la musica suonata debba assomigliare il più possibile a delle registrazioni.
Si dice: "suona come un disco" , "si sente come un CD" per dire che il suono è molto buono, proprio come "dovrebbe essere".  Ma che ne sappiamo noi di COME DOVREBBE ESSERE?
Io ad esempio suono la chitarra elettrica in un gruppo, per me la musica suona bene quando è come esce da una buona batteria e da buoni amplificatori spinti al livello adeguato da stargli appresso, cioè MOLTO FORTE.  Mia moglie che ascolta solo i cd e la radio pensa che la musica debba suonare molto più bassa, circa al volume di una radio che ti permette anche di parlare, guidare...
E l'abitudine a sentire musica equalizzata per l'LP, o la radio, compressa al massimo per non perdere il dettaglio anche in macchina...  fa di noi degli ascoltatori drogati dalla processazione del suono. Il suono è buono quando è iper compresso, ha la banda di frequenze adatte alla radio FM, ha il fruscio della puntina o la pulizia del digitale, ha i livelli che ci hanno abituato a sentire i più grandi successi degli ultimi 30 anni. Ma chi lo ha detto che la musica suona così?
Solo chi la musica la fa, sa che la musica non suona affatto così. Che l'estensione dinamica può essere estremamente più ampia, che il tempo è molto più variabile senza la quantizzazione, si plasma sul respiro e sull'andamento del brano, che la musica non dura quattro minuti come la facciata di un 45 giri o 3 come un cilindro di Edison... I brani di Fela Kuti durano circa 20 minuti ed è la naturale vita di un brano che si evolve.
Insomma quello che siamo abituati a chiamare musica è un prodotto industriale come MC Donald, ovunque nel mondo ha più o meno lo stesso suono perchè è fatto più o meno con le stesse macchine, imitando le medesime procedure inventate nell'industria dell'intrattenimento mainstream. Batteria, basso, chitarra (fender o gibson?), tastiera in voga (oggi è la nord, ieri la Korg, prima la DX7 e prima ancora l'Hammond o il pianoforte), poi c'è stato ProTools, Logic, oggi Live di Ableton e quei VST che ritrovi in tutte le produzioni di genere, da GuitarRig a MassiveNI o decine di altri.
La riflessione che anche l'autore fa è sull'ascolto. Come viene fruita oggi la musica? Certamente in modo diverso anche dalle stesse persone. Non è un caso oggi valga molto di più l'esperienza del Live (e bisogna vedere appunto quanto è live e quanto no) piuttosto della vendita di supporti. Il live è comunque irripetibile, un atto unico, come uno spettacolo teatrale. Esiste solo mentre si sta compiendo e può evolvere in ogni momento, c'è l'interpretazione, l'errore e il pubblico che fa la sua parte.
Ma anche nel Live ricerchiamo il suono della musica registrata, quella precisione fissata, quel suono elaborato e compresso, quella regia che ci aspettiamo in un video musicale. 
La mia riflessione personale è che proprio nel momento in cui la musica registrata ha perso valore, semplicemente perchè è più facile accedere alle tecniche di registrazione per ampie parti della popolazione in tutto il mondo, questa può diventare strumento di diffusione culturale autonoma, dal basso delle differenti culture che abitano il pianeta. Un utopia di armonia universale alla Ludovico Van Beethoven e senza l'eurocentrismo che la caratterizzava, che oggi è a portata di mano, tutto sta allungarla questa mano e afferrare quello che la musica può ancora offrire, disintossicandoci da ascolti forzati e massificanti.
Io direi che possiamo fare altro, sappiamo fare altro, possiamo avere il coraggio di fare altro.

giovedì 19 marzo 2015

In questo terzo volume edito per celebrare la 100esima release di Ephedrina Netlaboratorio si trova una collaborazione musicale incrociata. I Neurologici remixano Malatesta di Radadub e Radadub remixa YinYang Dub de I Neurologici.   Dite cosa ne pensate...   
[EPH100/3] AAVV - Excursio Numerus Centum Vol 3 (60min/ephetape)

domenica 15 febbraio 2015

Intervento di Yanis Varoufakis

Se dobbiamo andare in bancarotta per avere un ministro dell’economia così, bene, andiamo in bancarotta, perdiamo pure una guerra se necessario..

Varoufakis: il mio marxismo “riformista”

-YANIS VAROUFAKIS-

Quando cominciai a insegnare economia, le autorità accademiche volevano che Marx non trovasse posto nelle mie lezioni, e all’Università di Sidney fui addirittura licenziato in quanto “militante dell’estrema sinistra”. Ed anche se in realtà non c’è molto marxismo nei miei libri attuali, continuo ad avere la fama di pericoloso marxista (sia pure “irregolare”): non contesto la definizione, perché continuo io stesso a sentirmi un marxista, benché critico.

Marx cominciai a leggerlo all’età di 12 anni. Fin da giovanissimo ero attratto dall’idea del progresso umano, del trionfo della ragione sulla natura, con tutti i vantaggi e gli svantaggi: questa concezione del mondo mi ha fortemente avvicinato a Marx, che ha fatto di ciò una narrazione drammatica ed insuperabile. La sua straordinaria dialettica, per cui ogni concetto è gravido del suo opposto (come le immense ricchezze e le spaventose povertà che il capitalismo produce, o la contraddizione tra proprietari che non lavorano e lavoratori senza proprietà), mi ha sempre affascinato, insieme all’occhio d’aquila con cui Marx vede le condizioni del cambiamento all’interno di strutture economico-sociali apparentemente immutabili. E credo che la validità del materialismo storico trovi continue conferme nella storia, nei modi più diversi. Forse che l’attuale montagna dei debiti sovrani non si spiega con la crisi di realizzazione descritta nel Capitale?

Ho sempre considerato quello di Marx, e lo considero tuttora, come il più grande contributo alla scienza economica, a partire dall’analisi della mercificazione del lavoro umano, che è l’affresco di un mondo disumanizzato, senza più pensiero critico né “sovversione”, quasi come in quel film di fantascienza che parlava dell’invasione della Terra da parte di replicanti senza sentimenti né creatività né libera volontà, automi che si limitano a lavorare, produrre e consumare, in una società che non sarebbe null’altro che il freddo meccanismo di un orologio o di un computer. Film come quello, o anche come Matrix, non sono fantascienza ma la fedele rappresentazione della società in cui viviamo, all’epoca del capitalismo avanzato, in cui i lavoratori sono ridotti a mera energia al servizio del sistema e della sua accumulazione. E per contrasto l’idea che il lavoro umano non debba essere mercificato perché radicalmente diverso da ogni altro fattore produttivo (in quanto soggetto e non oggetto della produzione), e che dunque l’umanità debba riprendere il controllo dei rapporti sociali da essa stessa creati liberandoli dalla alienazione, rappresenta ai miei occhi il più grande contributo di Marx al pensiero economico moderno.

A sentire gli economisti borghesi, viviamo in una società dove la ricchezza è prodotta individualmente e poi parzialmente redistribuita dallo stato mediante la tassazione, ma Marx ci guida splendidamente alla comprensione che la verità è esattamente l’opposto: la ricchezza viene prodotta collettivamente e poi sono pochi privati ad appropriarsene. Viviamo in un mondo dove il deficit più grave è un deficit di democrazia, in cui la libertà vale solo per la sfera politica purché sia rigorosamente separata da quella economico-sociale, che è lasciata al dominio del grande capitale, secondo i parametri classici del liberalismo borghese, mentre il pensiero di Marx ci indica la prospettiva di una libertà sostanziale e concreta.

Penso tuttavia che Marx abbia commesso anche degli errori, relativamente alla teoria deterministica del “crollo” (figlia del positivismo ottocentesco), che sottovaluta la capacità di adattamento del sistema e cerca la verità “scientifica” del socialismo in formule e schemi economici, equazioni matematiche che invece non possono contenere alcuna verità assoluta (né per i marxisti, né per i borghesi). Nel terzo libro del Capitale, lo stesso Marx si rende conto di quanto fosse illusorio dare una presunta base scientifico-matematica alla lotta politica e sindacale dei lavoratori. Ad esempio lui era convinto che un aumento dei salari, facendo diminuire i profitti, accelerasse la crisi; che viceversa lo sviluppo esigesse bassi salari e che dunque il capitalismo fosse irriformabile dallo stato, esattamente come pensava tutta l’economia borghese fino a Keynes. Fu John Maynard Keynes a smentire i classici (sia Smith che Marx), mostrando come il crollo dei salari non incrementasse affatto né i profitti né l’occupazione, anzi si abbinasse ad entrambe le cose. Ora, lasciate perdere la “Teoria Generale”: è un libro pessimo che non vi consiglio nemmeno di leggere; la grandezza di Keynes sta in questa sola intuizione rivoluzionaria: che il capitalismo è un sistema ben poco “deterministico”, capace di collassare ma incapace di riprendersi con le sole forze del mercato. Per capire questo, Keynes si è dovuto staccare dai modelli matematici dell’economia borghese, e questo avrebbe dovuto fare anche Marx qualche decennio prima.

Io ho cominciato la mia carriera accademica studiando proprio quei modelli matematici. E pensavo che la critica più efficace che si potesse fare a quegli schemi fosse svilupparli fino in fondo per mostrarne tutte le incongruenze e contraddizioni interne. Del resto è quanto fece Marx con la teoria del valore di Smith e Ricardo. Ebbene, io ho provato a fare la stessa cosa: approfondendo quegli stessi schemi matematici meglio di quanto avessero fatto gli economisti borghesi e dimostrando loro che la bibbia neoliberista è fondata su un dogma infondato: quello dell’equilibrio “naturale” del sistema. Ma sbagliavo anch’io, perché ero convinto (secondo una mentalità anch’essa borghese), che una volta dimostrati matematicamente i loro errori, questi ultrascientifici economisti anglosassoni fossero ben disposti a correggerli, come deve fare ogni “scienziato”… Non è così. Anzi, per dirla chiaramente, non gliene importa un accidente della verità scientifica dei loro modelli; e questa scoperta fu per me assai sconcertante.

Tuttavia devo essere onesto, e aggiungere che anche molti economisti marxisti perseverano nei loro dogmi ed errori con la stessa ottusità e mancanza di curiosità intellettuale. Io stesso, quando vivevo in Inghilterra negli anni della Thatcher, ero portato a condividere il credo leninista secondo cui le cose devono andare peggio per poter andare meglio in futuro; cioè ritenevo che lo shock del neoliberismo thatcheriano avrebbe avvicinato l’ora X di un cambiamento radicale, perché per i lavoratori – pensavo – le cose non avrebbero potuto peggiorare ancora. E invece andavano sempre peggio, ogni giorno. Così invece di radicalizzare la sinistra, questo declino distrusse progressivamente ogni possibilità di cambiamento. E questa per me fu una lezione molto severa. Una lezione che mi sono trascinato dietro fino ad oggi, e che spiega le mie attuali prese di posizione di fronte alla crisi europea.

Guardate che questa crisi, scoppiata nel 2008, non è solo una minaccia per le classi lavoratrici, per gli individui più svantaggiati o per determinati gruppi sociali, ma costituisce un enorme pericolo per la civiltà stessa, facendo avanzare giorno dopo giorno la sofferenza dei popoli e delle persone. E allora arrivo al punto: alcuni militanti della sinistra radicale mi rimproverano su internet di suggerire i modi per salvarlo, il capitalismo, invece di distruggerlo come un marxista dovrebbe auspicare. Ammetto che quest’accusa mi fa male, ma vi devo confessare che è un rimprovero fondato. Sì, è vero: voglio salvare la società dagli effetti devastanti di questa crisi. La mia è una strategia, che si inquadra in progetto politico radicalmente umanista. Io credo che noi dobbiamo conservare nel cuore e nella mente una giusta indignazione per le ingiustizie del capitalismo, ma sono anche convinto che in questa fase storica la sinistra non sia ancora pronta a reggere sulle sue spalle gli effetti del crollo del sistema e costruire un’alternativa radicale ad esso, e che gli unici a trarre beneficio dalle macerie dell’economia sarebbero i razzisti e i neonazisti. Spero davvero di sbagliarmi, ma sono sicuro che non mi sbaglio. Perciò vorrei evitare di commettere di nuovo l’errore che feci da studente 30 anni fa, e invece di invocare l’abbattimento del capitalismo, oggi mi sento in dovere di indicargli la maniera per salvarsi da se stesso.

Venendo all’Europa, bisogna ammettere che questa Unione economica e monetaria, così come è stata costruita, era ed è del tutto incapace di fronteggiare una crisi planetaria come quella in atto, e che gli strumenti adottati dai vertici dell’Eurozona, dal 2008 ad oggi, passeranno alla storia come un esempio di idiozia senza precedenti. Viviamo in un regime guidato da banche in bancarotta; in un continente diviso da una moneta comune (bell’esempio di dialettica marxiana!). Questi idioti spremono i lavoratori e loro redditi, attaccano i deboli e gli incapienti, devastano i diritti sociali per salvare (almeno questo è quello che scioccamente credono di fare) l’autocrazia bancaria e finanziaria, ma alla fine da questa folle spirale di crisi e risposte sbagliate non ci guadagnerà proprio nessuno, a parte i reazionari, razzisti e i neonazisti. Nell’Opera da Tre Soldi Bertold Brecht scrive: «La forza bruta è passata di moda; perché mandare un killer se si può mandare un ufficiale giudiziario?». E oggi si potrebbe aggiungere: perché mandare i carriarmati della Wehrmacht se puoi mandare gli inviati della troika?

Per concludere, le mie “modeste” proposte di politica economica (che vi invito ad approfondire e discutere sul mio blog) sono finalizzate a salvare l’Europa da una depressione come quella degli anni Trenta, ma che stavolta potrebbe durare 50 anni. Proprio chi, come me, ha combattuto questa Unione Europea deve sentirsi ora in dovere di salvarla, per tutelare le classi lavoratrici da un ulteriore drastico peggioramento delle loro condizioni e per ridurre al minimo le sofferenze sociali. Per questo obbiettivo, io che non sopporto i privilegi (compreso quello di viaggiare in prima classe quando vengo invitato ai convegni internazionali), sono pronto a trattare e cercare accordi anche con forze ed enti che personalmente detesto, come il Fondo Monetario Internazionale, magari per contrapporlo alla Banca Centrale Europea. Ma certo non bisogna mai dimenticare, quando vai a cena con bastardi come quelli, la disumanità e misantropia del sistema capitalistico e delle sue istituzioni; e che gli eventuali compromessi possono servire solo a minimizzare le sofferenze umane, almeno nel breve periodo.

YANIS VAROUFAKIS

Ministro delle Finanze del governo di Alexis Tsipras in Grecia

(Yanis Varoufakis "Confessions of an Erratic Marxist" – 6th Subversive festival – 14/05/2013)

Traduzione di Giancarlo Iacchini

yanis

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yanis 2

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lunedì 2 febbraio 2015

Forty-nine, Forty-nine - di CHRISTOPHER TRAPANI

La Tastiera qui sotto è quella del Fokker Organ, permette di ottenere note molteplici rispetto alla scala temperata equabile di 12 semitoni...   il risultato è folle...



"Forty-nine, Forty-nine was written for the Fokker Organ, a microtonal organ recently restored and installed in the Muziekgebouw aan ‘t IJ in Amsterdam.The title makes reference to the two modes of determining pitches used in the piece—those using the overtone series as a guide (the piece opens with the 7th and 49th partials, beautifully approximated by the Fokker organ, of a low G at around 49 Hz) and the combination of Huygens-Fokker scale steps—49 steps representing a mean-tone 12th, used throughout the piece.
The Fokker Organ is tuned in 31-tone Equal Temperament, with steps of 38.71 cents between each pitch. It has two manuals with two registers each, and pedals with a range of an octave plus a fourth.The rather unorthodox keyboard uses white, black, and blue keys, arranged in overlapping tiers so that one plays horizontally across the keyboard for pitches related by just thirds, but must move diagonally upwards to play “in tune.” In this video, I demonstrate a chain of three just thirds, each at a distance of ten steps on the organ (387.1 cents), for a total of 30 steps — or just 38.7 steps short of an octave. I then play this “false octave,” followed by a just intonation cadence of G with a 7th remarkably close to the 7th partial, followed by a just major third on C – E." by CHRISTOPHER TRAPANI ( http://forumnet.ircam.fr/tribune/microtonal-organ-with-openmusic/ )

venerdì 8 agosto 2014

Strana indecifrabile band - Recensione di "Koinè", primo disco dei PercezioneSestoSenso.

Il one-drop, ritmo in levare dell'Isola di Giamaica, è innestato sull'impalcatura della canzone pop nostrana, sprazzi di blues e rock si intromettono qui e là lasciando intuire quale sia l'imprinting, il primo amore dei componenti dei PercezioneSestoSenso, insieme ai gruppi della scena reggae italiana più tradizionale e pionieristica: Africa Unite su tutti. Il risultato, che trova la sua sintesi nel primo disco "Koinè", è una miscela che può lasciare interdetti a un primo ascolto; ma una cosa va riconosciuta ai PercezioneSestoSenso: per quanto discutibile, la band è riuscita a produrre un proprio sound originale, difficilmente relazionabile ad uno stile precostituito o ad una delle diverse "scene" che infestano il mondo della musica, livellando e appiattendo il suono delle giovani band su canoni rigidamente strutturati e riprodotti con ortodossa disciplina.
Viene il dubbio che anche i PercezioneSestoSenso fossero alla ricerca di un avvicinamento ad uno di questi canoni, ad uno stile immediatamente assimilabile ad una facile classificazione di genere; cosa che probabilmente gli consentirebbe di sentire il supporto e la sicurezza di una qualche comunità o tribù nel mondo contraddittorio delle sottoculture giovanili. Il fatto è, per loro fortuna, che non sono riusciti in questo intento. Probabilmente per mancanza di disciplina e di malizia, o per l'ignoranza dei meccanismi del marketing culturale, o ancora per una sorta di ingenuità provinciale (la band nasce e vive in una piccola città).
A noi piace pensare che invece questo essere fuori schema sia una scelta, un'orgogliosa affermazione di identità. Di sicuro è l'opportunità più grande per i PercezioneSestoSenso, se sapranno far valere la loro diversità magari accentuandola e accettando il cammino in salita dell'indipendenza, quella vera, fatta di ricerca e di irrequietezza. "Koinè" è un'opera prima con luci e ombre. Parlando dei testi delle 10 canzoni che compongono l'album, troviamo momenti di retorica in certi momenti un po' stucchevole che si alternano a improvvisi - e imprevisti - affondi poetici di grande impatto espressivo: "la mia vita è il sogno di una strada che arriverà" canta Jahcomazzo in "Il pane dei potenti", e questa visione che evoca l'ottimismo per un futuro tutto da costruire pervade l'album. Anche qui va riconosciuto lo sforzo di dare respiro ad un immaginario che non rimane imbrigliato alle piccole esperienze e alle miserie dell'alienazione contemporanea: c'è un senso sovraindividuale nel messaggio, e soprattutto la ricerca di un'epica, riassunta nella bella immagine di una nave che solca - a vele spiegate - mari sconosciuti. Insomma, sospendiamo il giudizio sui PercezioneSestoSenso ma con un'apertura di fiducia: li aspettiamo al varco per vedere se, e come, riusciranno a sviluppare gli aspetti potenzialmente intriganti della loro produzione.

"Koinè" (2013, Tricks Produzioni / La Contemporanea)
 

domenica 6 luglio 2014

Assemblea pubblica-Laboratorio sulla cultura indipendente. LOA Acrobax 28-06-2014

Assemblea pubblica-Laboratorio sulla cultura indipendente. 
Breve resoconto.
eravamo una diecina provenienti dall'ambito della produzione musicale e teatrale. Dopo rapida lettura del documento (qui sulla pagina dell'evento) elaborato dal Volturno Occupato sono iniziate le proposte di domanda:
- Come facciamo a fare cultura indipendente?
- Perchè in Italia non si può fare della propria passione un mestiere?
- Quale metodo possiamo usare per creare un'alternativa?
- Conosciamo dei buoni esempi di cultura indipendente?
si è scelto concordemente di rispondere alla prima domanda che più o meno comprendeva anche tutti gli altri aspetti.
Quindi: Come facciamo a fare cultura indipendente?

-Una facile risposta è stata: la facciamo già, lo stiamo facendo.
-La questione si è spostata quindi sul farlo con un minimo di "dignità", non nei ritagli dai vari lavori precari e sottopagati, senza possibilità di reddito, senza diritto a ammortizzatori sociali...
-Una proposta condivisa è stata quella di fare rete con un tema politico ben definito, usando le già presenti reti di autorganizzazione sociale e mettendole in contatto.
- Un altro tema centrale è risultato l'accesso alla cultura, quindi ad una formazione artistica, accessibile anche alle classi meno abbienti. Quindi attenzione alla scuola pubblica e formazione specifica, spazi dove sperimentare, imparare, provare, proporsi.
- Altro tema è risultata l'organicità o meno ad un sistema economico o politico (ma per chi abbia cognizioni di marxismo la differenza è poca), quindi la partecipazione a circuiti commerciali o bandi e manifestazioni pubbliche. Essere indipendenti, in senso stretto è restare fuori da qualsiasi dipendenza ma è possibile e auspicabile?
-Qualcuno ha obiettato che, fare della propria passione un mestiere significa per necessità sottometterla alla legge della domanda e dell'offerta. L'unica possibilità di svincolarsi è quella di procurarsi il reddito mediante altri settori lavorativi e promuovere cultura indipendente senza aspettarsi un ritorno economico. Come nell'ambito della musica popolare tradizionale, in cui non c'erano "professionisti". Diventa centrale quindi la liberazione del tempo dal lavoro, quindi l'abbassamento del carico di ore lavorative giornaliere, gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito per precari e disoccupati.
Sottrarre tempo al lavoro significa anche avere più tempo per fruire di prodotti culturali non massificati e standardizzati (TV-cinema-videogiochi-musica pop...)quindi allargare l'ambito del pubblico.
- Un suggerimento a fare le battaglie PER e non CONTRO... a questa serata: diciamo PER LA LENTEZZA perchè non abbiamo bisogno di andare più veloci, ci stanno togliendo le ore del sonno, è dimostrato che si dorme molto meno, e questo anche i bambini, gli adolescenti..con ricadute sull'apprendimento. Stanno studiando il modo per farci dormire di meno, non per farci lavorare di meno.
- Si è fatto l'esempio della partita di calcetto: quante enrgie ci vogliono per organizzare una sera in cui 10 persone riescono a incontrarsi per una partitella tra amici... ognuno c'ha i cazzi suoi....ognuno c'ha i suoi impegni... e questo per trovare 2 ore in una settimana.
- Un possibile esito di questo lavoro a rete può essere quello praticato da comunità molto settoriali, usando bene il web, che riuniscono persone distanti ma da una forte identità comune e che si sostentano con scambi continui di eventi e produzioni.
- Altra indicazione molto condivisa è stata quella di andare incontro al pubblico, sia andandolo a incontrare nei luoghi in cui si trova, sia producendo contenuti fruibili e apprezzati il cui valore possa essere rilevato come contenuto, qualità e gusto.

Più o meno questo è quello che ricordo, se avete aggiunte o commenti intervenite..

venerdì 13 giugno 2014

I neurologici ad Acrobax il 28 Giugno 2014 - Assemblea pubblica su cultura indipendente

 

Il prossimo 28 Giugno ci sarà la serata neurologica all’Acrobax

Evento facebook: (please dare massima diffusione)

 

https://www.facebook.com/events/416199998521334/?ref=22

 

Alle 19:00  proponiamo una assemblea pubblica-laboratorio sul tema della produzione/cultura indipendente.

 

Questo tema, che è stato al centro dei un dibattito tra varie strutture autogestite e che ha portato a una TAZ a ostiense il 1 giugno, riguarda tutti quelli che operano nel settore culturale tenendo presente delle esigenze di indipendenza e alterità dal mercato-industria dell’intrattenimento. (come e quando si manifesta questa alterità? Come è possibile realizzarla? Attraverso quali pratiche ci si può sottrarre alle regole della mercificazione della cultura? Quali risvolti per l’aspetto economico di chi vive operando nello spettacolo? A queste o altre domande possibili cercheremo di rispondere nel corso dell’incontro)

La modalità dell’incontro (per evitare di perdersi in mille polemiche e testimonianze) sarà di tipo laboratoriale, in cui si costituirà una comunità di ricerca con un facilitatore per la gestione dei tempi. Si concludera in un’ora e mezza.

 

In vista di questo incontro vi giro un contributo, che “casualmente” mi è capitato sotto gli occhi, che molto ha a che vedere con il carattere identitario di ogni movimento e con le manifestazioni culturali in cui si trasmette un ideale egualitario. Questo aspetto profondo accomuna le più diverse manifestazioni sociali, le danze tribali, le manifestazioni politiche, i culti religiosi, gli spettacoli teatrali o musicali, gli eventi sportivi, le adunate militari e le rivolte…  buona lettura.. vi mando l’estratto:

LA MASSA.          Elias Canetti, Massa e potere (1960), Adelphi, 1981 pp. 1-10

 

Solo tutti insieme gli uomini possono liberarsi dalle loro distanze. E" precisamente ciò che avviene nella massa. Nella "scarica" si gettano le divisioni e tutti si sentono "uguali".

 

In quella densità, in cui i corpi si accalcano e fra essi quasi non c'è spazio, ciascuno è vicino all'altro come a se stesso.

 

Enorme è il "sollievo" che ne deriva. E" in virtù di questo istante di felicità, in cui nessuno è "di più", nessuno è meglio d'un altro, che gli uomini diventano massa.

 

Ma l'istante della scarica, tanto agognato e tanto felice, porta in sé un particolare pericolo. E" viziato da un'illusione di fondo: gli uomini che d'improvviso si sentono uguali, non sono divenuti veramente e per sempre uguali. Essi tornano nelle loro case separate, vanno a dormire nei loro letti. Essi conservano la loro proprietà e non abbandonano il loro nome. Non cacciano di casa i loro parenti. Non fuggono dalle loro famiglie.

 

Soltanto con autentiche conversioni gli uomini rinunciano ai loro vecchi vincoli e ne formano di nuovi. Definirei cristalli di massa "tali" associazioni che per natura possono accogliere soltanto un numero limitato di membri e devono garantire la propria durata con regole ferree. Della loro funzione parleremo esaurientemente più oltre.

 

La massa in quanto tale, però, si disgrega. Essa presente la propria disgregazione e la teme. La massa può sopravvivere soltanto se il processo di scarica continua su nuovi uomini che le si aggiungono. Solo l'incremento della massa impedisce ai suoi membri di tornare a strisciare sotto il peso dei loro carichi privati.

 

 

 

Impulso di distruzione.

 

 

 

Spesso si parla dell'impulso di distruzione della massa: è la sua caratteristica più vistosa, quella che, innegabilmente, si ritrova ovunque, nei paesi e nelle civiltà più diverse. Esso è, sì, individuato e biasimato, ma non è mai chiaramente definito.

 

 

 

Case e oggetti sono ciò che la massa distrugge più volentieri.

 

Poiché si tratta spesso di cose fragili, come lastre di vetro, specchi, vasi, quadri, vasellame, si è tentati di credere che proprio la fragilità degli oggetti stimoli la massa a distruggerli. Certamente il rumore della distruzione, il frangersi del vasellame, il fracasso dei vetri, contribuiscono considerevolmente ad aumentare il piacere. Sono i forti suoni di vita di una creatura nuova, le grida di un neonato. La facilità con cui si suscitano li rende ancora più graditi; tutti si uniscono nel grido, e il fracasso è l'applauso delle cose. Un particolare bisogno di questo tipo di rumore sembra manifestarsi all'inizio degli avvenimenti, quando la massa non consiste ancora di molte persone e poco o nulla è accaduto. Il rumore promette il rinforzo in cui si spera, ed è un presagio felice per ciò che verrà. Sarebbe però errato credere che l'elemento decisivo sia la facilità di rompere. Si sono aggredite delle statue di dura pietra e non ci si è dati pace finché non sono state sfigurate, rese irriconoscibili. Da cristiani sono state distrutte teste e braccia di divinità greche. Da riformatori e da rivoluzionari sono state abbattute le immagini dei santi, a volte da luoghi altissimi, a rischio della propria vita; e spesso la pietra che si cercava di spezzare era talmente dura da costringere a lasciar l'opera a metà.

 

La distruzione di immagini che raffigurino qualcosa è distruzione di una gerarchia che non si riconosce più. Si violano distanze stabilite in generale, che sono evidenti a tutti e valgono ovunque. La loro rigidità era l'espressione della loro permanenza; si crede che esistano da tempo, ritte e inamovibili; ed era impossibile avvicinarle con intenzione ostile. Ora sono travolte e giacciono in rovina. In quest'atto si è compiuta la "scarica".

 

 

Ma non sempre essa va così lontano. La distruzione consueta, di cui si è parlato all'inizio, non è altro che un attacco a tutti i "confini". Vetri e porte appartengono alle case: sono la parte più vulnerabile dei loro confini verso l'esterno. Quando porte e vetri sono frantumati la casa ha perso la sua individualità.

 

Ognuno ormai può penetrarvi a piacere, e nulla e nessuno vi sono al sicuro. Si ritiene, però, che di solito in quelle case si rintanino gli uomini che cercano di escludersi dalla massa: i suoi nemici. Ma ora è distrutto ciò che li divide. Nulla si frappone più tra essi e la massa. Possono uscir fuori e unirsi a lei. Si possono andare a prendere.

 

Ma c'è dell'altro. Lo stesso uomo singolo ha la sensazione di oltrepassare nella massa i confini della propria persona. Egli prova sollievo, poiché sono abolite tutte le distanze che lo rigettavano e lo chiudevano in sé. Tolto il peso della distanza, egli si sente libero e la sua libertà è passar oltre questi confini. Ciò che gli accade dovrà accadere anche agli altri e lui se lo aspetta. E" stimolato dal fatto che un vaso di coccio sia soltanto confine, limite. Di una casa lo stimolano le porte chiuse. Si sente minacciato da riti e cerimonie; tutto ciò che mantiene le distanze gli appare minaccioso e insopportabile.

 

Ovunque si cercherà di riportare la massa che si è frantumata in quei recipienti prefabbricati. Essa odia le sue prigioni future, le ha sempre viste come prigioni. Alla massa nuda tutto appare come la Bastiglia.

 

Il mezzo di distruzione più impressionante di tutti è il fuoco.

 

Lo si vede da lontano e attira altra gente. Distrugge in maniera irrevocabile. Nulla dopo il fuoco rimane com'era prima. La massa che appicca il fuoco si considera irresistibile. Tutti si uniranno a lei mentre il fuoco divampa. Esso annienterà tutto ciò che le è ostile. Come si vedrà più oltre, è il simbolo più efficace della massa. Dopo ogni distruzione, massa e fuoco devono estinguersi.

 

 

Lo scoppio.

 

La massa vera e propria è la massa "aperta", che si abbandona liberamente al suo impulso naturale di crescita. Una massa aperta non ha la chiara sensazione né l'immagine di quanto possa diventare grande. Non prende a modello alcun edificio che conosca e che dovrebbe riempire. La sua misura non è stabilita; vuole crescere all'infinito, e perciò le sono indispensabili sempre più uomini. In questo stato nudo la massa è più che mai appariscente. Tuttavia essa conserva qualcosa di insolito e, dal momento che sempre si disgrega, non è considerata del tutto salda. Forse la massa non sarebbe ancora considerata con la serietà che le è dovuta, se l'enorme incremento della popolazione che si riscontra ovunque e il rapido ingrandirsi delle città, tipici della nostra epoca, non avessero fornito alla sua formazione occasioni sempre più frequenti.

 

 

Le masse chiuse del passato, di cui si parlerà più oltre, erano tutte diventate istituzioni con cui si aveva dimestichezza. Lo stato particolare nel quale si trovavano spesso i loro partecipanti sembrava cosa naturale; sempre ci si radunava in vista di uno scopo preciso, religioso, o festivo o guerresco, e lo scopo pareva consacrare lo stato. Chi assisteva a una predica credeva in buona fede d'essere interessato alla predica, e si sarebbe stupito e forse anche indignato se qualcuno gli avesse spiegato che la sua soddisfazione proveniva più dal gran numero dei presenti che non dalla predica stessa. Tutte le cerimonie e tutte le regole di tali istituzioni tendono in fondo a "catturare" la massa: meglio una chiesa sicura, piena di fedeli, che l'intero mondo infido. Nel frequentare regolarmente la chiesa, nel ripetersi familiare e preciso di certi riti, si assicura alla massa una sorta di esperienza addomesticata di se stessa. Il susseguirsi di queste funzioni in tempi prescritti serve a compensare bisogni più duri e violenti.

 

Forse tali istituzioni sarebbero bastate se il numero degli uomini fosse rimasto all'incirca lo stesso. Ma sempre più uomini percorrevano le città e sempre più in fretta è cresciuta la popolazione negli ultimi secoli. Così si manifestarono anche tutti gli impulsi alla formazione di nuove e più grandi masse, e nemmeno la direzione più esperta e raffinata sarebbe stata in grado di bloccarli in tali circostanze.

 

Tutte le ribellioni contro il cerimoniale ricevuto in eredità, di cui narra la storia delle religioni, sono rivolte contro la limitazione della massa che finalmente vuole sentirsi crescere una volta di più. Si pensi al Discorso della Montagna nel Nuovo Testamento: esso ha luogo all'aperto, migliaia possono ascoltarlo, ed esso è rivolto - non può esservi dubbio contro il limitativo affaccendarsi cerimoniale del Tempio ufficiale. Si pensi alla tendenza del cristianesimo paolino di evadere dai limiti nazionali e tribali dell'ebraismo e di diventare una fede universale per tutti gli uomini. Si pensi al disprezzo del buddhismo per l'organizzazione di casta dell'India di allora.

 

Anche la storia "interna" delle singole religioni mondiali è ricca di avvenimenti analoghi. Troppo stretti sono sempre il Tempio, la Casta, la Chiesa. Le crociate portano alla formazione di masse d'una dimensione che nessuna chiesa di allora avrebbe potuto contenere. Più tardi, intere città divengono spettatrici delle manifestazioni dei flagellanti, le quali successivamente dilagano di città in città. Ancora nel secolo Diciottesimo, Wesley fonda il suo movimento su prediche all'aperto. Egli è ben conscio delle enormi masse dei suoi ascoltatori, e ogni tanto calcola nel suo diario quanti in quella circostanza sarebbero convenuti ad ascoltarlo. Lo scoppio fuori dai chiusi luoghi di culto significa ogni volta che la massa vuole ritrovare il suo vecchio gusto di crescita subitanea, rapida e illimitata.

 

Direi di chiamare "scoppio" la trasformazione subitanea di una massa chiusa in massa aperta. Questo processo si ripete di frequente; non va però inteso troppo in senso spaziale. Spesso la massa sembra traboccare da uno spazio in cui si trovava al riparo nella piazza e nelle strade di una città, dove, attraendo tutto a sé ed essendo esposta a tutto, si espande liberamente.

 

Più importante di questo processo esterno è tuttavia quello interno che gli corrisponde: la scontentezza per il numero limitato dei partecipanti, l'improvvisa voglia di "attrarre", la determinazione appassionata di raggiungere "tutti".

 

Dalla rivoluzione francese questi scoppi hanno acquistato una forma che sentiamo moderna. Forse perché la massa si è liberata in modo così ampio del contenuto di religioni tradizionali, riusciamo da allora più facilmente a vederla nuda, si direbbe biologicamente, senza le interpretazioni e i fini trascendenti che in passato essa si faceva inoculare. La storia degli ultimi cinquant'anni si e orientata sempre più verso l'incremento di tali scoppi: le stesse guerre, divenute guerre di massa, sono comprese in esso. La massa non si accontenta più di condizioni e di promesse devote, essa vuole sentirsi sommamente nella sua forza e nella sua passione animalesche, e a questo fine torna sempre a servirsi delle occasioni e delle esigenze sociali che le si offrono.

 

Importa innanzitutto stabilire che la massa non si sente mai sazia. Fin quando resta un uomo non ancora catturato da lei, essa mostra il suo appetito. Nessuno può dirlo con sicurezza, ma è molto probabile che la massa manterrebbe il suo appetito anche quando avesse assorbito in sé "tutti" gli uomini. C'è una qualche impotenza nel suo sforzo di "durare". A questo fine, l'unica via promettente è la formazione di doppie masse: processo, in cui l'una massa si commisura sull'altra. Quanto più sono vicine in forza e intensità, ambedue commisurandosi durano in vita.”

 

 

Vi aspettiamo il 28!!

venerdì 3 gennaio 2014

Hanna Arendt, Vita activa, una prospettiva di cittadinanza diretta.

" In realtà, Hannah Arendt non propone affatto la "polis" come modello della politica, ma usa il richiamo di quell'esperienza come punto di vista per rappresentare l'"espropriazione moderna della politica". Per rendersi conto della forza di questo procedimento critico-ermeneutico basterà riflettere sull'analisi devastante che Hannah Arendt compie dei luoghi comuni della politica moderna: la sostituzione del sociale al politico - per cui l'amministrazione della grande famiglia sociale rimpiazza l'esercizio diretto della parola in politica; la sostituzione del fare all'agire - per cui la produttività diviene l'unico senso dell'agire in comune; la sostituzione della tutela alla padronanza di sé; l'orrore per l'imprevedibilità dell'agire - che porta a tipi ben peggiori di irreversibilità; la finzione per cui l'amministrazione dei molti da parte dei pochi, garantita dalla rappresentanza, viene spacciata per libertà politica; l'ipostatizzazione dello stato come realtà eterna e necessaria; infine, da un punto di vista più specializzato e interno alla storia delle idee, l'incapacità del pensiero politico di emanciparsi da questi presupposti di fatto nonché, come conseguenza diretta, il declino irreversibile della teoria politica e l'ascesa delle scienze sociali, la cui funzione dominante è dimostrare l'insensatezza e l'impossibilità della libertà, in nome di immagini dell'uomo sempre più deterministiche oppure - ma è in fondo la stessa cosa - utilitaristiche ed esangui.

La grecità inattuale di Hannah Arendt è tutta nella capacità di distanziarsi dalla fatalità dell'espropriazione della politica, di rappresentare l'irresistibile ascesa moderna del "politico" (54) (nel senso di macchina amministrativa) "contro" la possibilità della "politeia", della cittadinanza diretta. Il lettore potrà vedere (contrariamente alle letture stereotipate di "Vita activa") che un sobrio pessimismo permea tutto il saggio. E benché Hannah Arendt salutasse con entusiasmo le epifanie più o meno felici (e sempre sconfitte) dell'antica "politeia" - dai consigli della rivoluzione tedesca a quelli della rivoluzione ungherese del 1956 fino ai movimenti del '68 (55) in Europa e in America, finché non furono sopraffatti dalle tradizionali mitologie stataliste e violente - sapeva bene che quella lontana esperienza era tutt'al più una fonte di modelli del pensiero, ma certamente non una prassi che potesse rivivere." (Alessandro Dal Lago, Introduzione, in H.Arendt, Vita Activa, la condizione umana, Bompiani)

giovedì 26 dicembre 2013

Il fondamentalismo non è un'opinione. Il basso è una religione.



Ci siamo ritrovati attorno a questo aggettivo perché, ci riporta ad una idea di originaria linearità nella interpretazione del mondo, linearità che è andata perduta per l’enorme aumento della complessità e per un relativismo che spaventa.
Il fondamentalista vede chiaramente la divisione tra bene e male, tra giusto e sbagliato perché sceglie un qualche principio, che ritiene fondamentale, come metro.
D’altro canto il relativismo, e la tolleranza che ne consegue, contengono sottilmente il germe della tirannide della maggioranza, della omologazione della massa e del populismo. Colui che è sicuro di essere dalla parte del più forte, con la legge dalla sua e per nulla impedito a professare le sue idee, troverà magnanimo accordare un poco di verità (relativa) al suo oppositore e tollerarne le stranezze.
Colui che ritiene sinceramente che ogni valore è relativo, e assume con ciò un atteggiamento scientifico di dubbio metodico, è costretto poi ad affidarsi al senso comune e alla morale vigente per non incorrere nella disapprovazione della società in cui vive. Osserveremo un individualista costretto al conformismo per interesse o sopravvivenza: una misera condizione, sia personale che esistenziale.

Il fatto che il capitalismo arricchisca la minoranza a discapito della maggiornaza (come d’altronde il feudalesimo o la civiltà basata sulla schiavitù) non dimostra che la maggioranza sia contro il capitalismo, anzi. Se la maggioranza non accettasse le regole del sistema che la soggioga, non ci sarebbe il capitalismo. Oggi gran parte delle energie del sistema sono impiegate per far imparare a tutti che le uniche regole da seguire sono quelle. C’è chi si sottrae a questo diffuso sistema di indottrinamento, o educazione che dir si voglia, o formazione al mondo del lavoro e del consumo, ma è una ristretta minoranza deviante. Poi c’è una certa parte che vorrebbe cambiare queste regole maggiormente a suo favore, alcuni ci riescono , altri no.

Uno slogan dei vari movimenti Occupy è “noi 99% voi 1%” che scandito da poche migliaia di persone in piazza sembra un ossimoro, nel senso che a partecipare a qualsiasi movimento è sempre una ristrettissima minoranza. Allora a chi si riferisce quel noi? Varrebbe lo stesso dire “noi 1% voi il 99%”. Platone vi avrebbe trovato una garanzia di bontà nei propositi: per chi non lo sapesse è a maggioranza che Atene decise la morte di Socrate. Se noi ci dovessimo situare tra il 99% e l’1% dove ci posizioneremmo? Guardiamoci attorno. Chi si riconosce attorno ai nostri principi fondamentali? Ma soprattutto, quali sono i nostri principi fondamentali? A saperlo si può anche essere fondamentalisti.

La libertà è fondamentale? Ma cos’è?
Dio e le sue leggi, o gli dei e le loro leggi, sono fondamentali?
Il piacere è fondamentale?
Il materialismo storico è fondamentale?
Le basse frequenze sono fondamentali?
L’internazionalismo è fondamentale?
L’ateismo è fondamentale?
Il conflitto è fondamentale?
Il Tao è fondamentale?
L’essere umano o umanità è fondamentale?
L’amore è fondamentale?
La conoscenza è fondamentale?
La pace è fondamentale?
La buona cucina è fondamentale?
Divertirsi è fondamentale?
Il pianeta Terra è fondamentale?

venerdì 20 dicembre 2013

Come caricare i libri sul lettore Ebook Kindle Kobo IBS e altri e rimuovere i DRM

Viene il natale, a qualcuno viene in mente di regalare un'oggetto utilissimo che è l'ebook reader.
Utilissimo perchè permette di leggere comodamente e archiviare migliaia di libri, riviste e articoli che si trovano in rete o in condivisione tra privati con Emule o Torrent.
Peccato che i costruttori vi rendano la vita difficile facendovi accedere solo ai loro negozi online dove vi forniscono (a caro prezzo) ebook con i DRM, il sistema di protezione anticopia, per cui, dopo aver comprato un file non potete neppure farci quello che vi pare...
Ma da sempre c'è la soluzione:
1) usate il software gratuito Calibre per trasferire, convertire e caricare i libri sul lettore ebook e non i loro schifosi programmi proprietari che vi chiedono registrazioni e soldi
http://calibre-ebook.com/download_portable
2) Se avete purtroppo comprato degli ebook con i DRM toglieteglieli con questo o altri software appositi http://epubee.com/
3) Condivideteli in rete con tutti. La cultura e l'informazione è bene che siano diffusi il più possibile. Quindici anni fa dicevano che gli mp3 avrebbero distrutto la musica...i divx avrebbero ammazzato il cinema...non è stato così. Gli E-book forse danneggiano il monopolio degli editori ma non i libri in generale. Sono anni che Wu Ming assieme alle versioni cartacee distribuiscono gratuitamente i loro libri in ebook  

http://www.wumingfoundation.com/italiano/downloads_ita.htm

domenica 6 ottobre 2013

Martedì 8 Ottobre 2013 Laboratorio di filosofia orizzontale.



Martedì 8 ottobre 2013: Laboratorio di filosofia orizzontale.  

Alle ore 17:30 alla Casetta Rossa, in via Magnaghi 14 alla Garbatella,  il “laboratorio di filosofia orizzontale”. Gli incontri hanno la durata di 1 ora e sono liberi e gratuiti.  
Dopo una pausa estiva e settembrina, ritorna il laboratorio dei filosofi per caso la domenica, per ora la data è slittata al martedì (bisogna anche rispettare il riposo del giorno di chiusura e in più si può bere e mangiare qualcosa).

Oltre alla solita sessione della comunità di ricerca cercheremo assieme di mettere a punto il calendario dei prossimi incontri e delineare qualche ipotesi di tema da affrontare, il come e il perchè.

Vi aspetto

venerdì 27 settembre 2013

Escursione sul massiccio della Majella -Campo di Giove AQ

Ci siamo appoggiati al comodo campeggio di Campo di Giove (Camping Orsa Minore), gestito in modo attento alla sostenibilità e ospitale verso i cani. Vista la nostra età avanzata abbiamo optato per un appartamento con vari comodi posti letto per circa 20 euro/notte a testa.
La mattina del sabato sveglia alla buon ora ma il lento risveglio del paese ha ritardato la nostra colazione e la preparazione di panini imbottiti che hanno dovuto aspettare l'apertura dei primi negozi.
A questo punto s'erano fatte le 10 quando ci siamo incamminati da una strada bianca che risale le falde della montagna, a circa 1,5 km a sud del paese.


Incamminandoci in salita attraverso la faggeta abbiamo osservato le piante più a valle colpite da aggressivi parassiti che hanno deposto le uova dentro il tessuto della foglia (il responsabile è un dittero, mikiola fagi). 

 




Le vette che si osservano in lontananza sono quelle che più avanti vedremo davanti e più in basso di noi.
























Ecco che dopo una pausa sulle panche del rifugio, purtroppo chiuso,
ci siamo rimessi in cammino per una sella a  quota 2022.
La salita fuori sentiero, il percorso è segnato da cumuli di sassi o da segni bianchi e rossi del sentiero CAI principale ma non è battuto e ci si inerpica sui ginepri.








Abbiamo gustato i nostri panini casarecci all'ombra di un piccolo abete e  con calma dopo il pasto abbiamo raggiunto una grossa pietra su

cui abbiamo deciso di tornare. Il panorama era davvero splendido, a perdita d'occhio non si vedeva segno di abitazioni

domenica 11 agosto 2013

Laboratorio di filosofia orizzontale - Circolo Epicureo - Roma

Laboratorio di filosofia orizzontale - Circolo Epicureo


A settembre 2013 si ricomincia. 

Quest'anno l'attività filosofica del laboratorio orizzontale ricomincia più strutturata, per formare il gruppo, diciamo, e poi prosegue nella forma della comunità di ricerca come l'abbiamo praticata l'anno scorso (incontri di un'ora di lettura e dialogo).

La fase preparatoria, che può essere di uno  o due mesi (con cadenza bisettimanale) sarà in forma laboratoriale con incontri di 3 ore circa. Diciamo un master autogestito, di autoformazione.
Ovvero: costruiremo assieme il percorso tematico (scelta e ricerca dei testi) da affrontare e acquisiremo (per chi vuole) le competenze per gestire come facilitatore una sessione della comunità di ricerca secondo il protocollo della P4C.
Nei mesi successivi, il workshop: i partecipanti si alterneranno nella facilitazione dei gruppi delle comunità di ricerca che si andranno a costituire con cadenza quindicinale fino a giugno. La partecipazione a questa fase finale è totalmente libera e gratuita. 

Per chi: Il percorso di formazione è particolarmente indicato per tutti coloro che hanno interesse per le pratiche filosofiche o che vogliono imparare a prendere decisioni condivise, che operano nell'inclusione sociale, nella democrazia diretta, nel sostegno alla disabilità, insegnanti di scuola primaria o superiore, studenti ,rappresentanti politici e amministratori del settore pubblico e privato...

Costo: mi è stato detto che non far pagare è una cattiva pubblicità... Quindi ad ogni incontro ci si autotasserà di E. 10 da sottoscrivere alla struttura ospitante  che in cambio potrebbe offrire cibo e bevande agli intervenuti.
L'attività sarà gratuita per studenti medi e universitari.

Orario: pomeridiano o serale da definirsi.

Contatti:   infocoxsa@gmail.com   

SISTA TAHNEE-REAP WHAT YOU SOW / I NEUROLOGICI-RADIO GAP - 7" RELEASE

Sempre dagli amici neurologici il nuovo singolo su vinile 7".




Pubblicato in data 11/ago/2013
REAL ROCK 7" INCH

Sista Tahnee - Reap What You Sow

I Neurologici - Radio Gap

Release date: 19th August

Strictly for sound system, limited pressing #300

find your copy at http://www.i-nity.com


La sessione di mixing