domenica 22 maggio 2011

Offro lavoro pagato male a schiavo volenteroso - CoXsA





«Nessuno è più schiavo
di colui che si ritiene
libero senza esserlo».
Goethe

Ciò che è stato legalizzato in Italia (se ci fosse bisogno di legalizzarlo) grazie alle parole d’ordine della flessibilità e della competitività, è l’uso del lavoro degli schiavi.
Grazie al predominio della cultura mafiosa nel nostro paese, supportata da una millenaria tradizione di ossequio al potere della tradizione familista, aristocratica o tribale, è assolutamente normale che un giovane lavori gratuitamente o in cambio della mera sussistenza per la famiglia, gli amici della sua famiglia, i protettori della sua famiglia o comunque presso qualche famiglia influente. Le aziende italiane grandi o piccole, infatti, non sono altro che questo, famiglie. Per questo il liberismo italiano è particolarmente interessato alla difesa della famiglia, ma non alla tutela dei minori, delle donne e degli anziani, no, agli interessi economici della famiglia. In famiglia non si pagano le tasse, in famiglia chi porta i soldi a casa comanda, indipendentemente da come li procura, anzi, più li procura illegalmente più comanda. Così alla pari del medioevo, in cui si mandavano i ragazzi a bottega dagli artigiani o dai mercanti appartenenti alle corporazioni, così oggi si mandano i ragazzi (fino almeno ai 40 anni) a fare stage, tirocini e apprendistati o a imparare un lavoro, in prova, con il contratto a progetto. E ci vuole anche la raccomandazione della famiglia. Che non sia un sovversivo, un lavativo, uno che si ribella e magari morde, men che mai, faccia vertenza. Orrore e ingratitudine. Quando un precario viene intervistato fa a gara per enumerare tutti i soprusi a cui è dovuto sottostare, elencare i colpi di frusta del padrone, ricordare le rinunce al necessario e a qualsiasi espressione di libertà che lo caratterizzano come schiavo. Spesso ingenuamente pensa che ammettere di essere stato un bravo schiavo, diligente, rispettoso, umile, infaticabile, gli valga, dopo 10 - 15 anni di onesto servizio, la libertà. Proprio ora, che ha imparato il duro lavoro dello schiavo, lo vogliamo liberare? Lo chiede con tanta petulante insistenza, gentilmente, nelle sedi opportune, ovvero sui giornali e in televisione, mai nell’ufficio dell’amministratore delegato. Lo schiavo è schiavo perché non bisogna obbligarlo a lavorare, convincerlo, ricattarlo, pagarlo, no, lui, o più spesso lei, lavorano per senso del dovere, sanno che è stato sempre così e sempre sarà così, sono loro che producono la ricchezza del mondo (di cui poi godono gli altri). Schiavi figli di schiavi, lamentandosi nel trascinare le tristi catene, caricano sulle proprie esili spalle i destini di questo paese alla rovina e nel profondo sanno di stare compiendo una missione, tirare avanti la baracca del padrone. Senza di loro come sarebbe triste il padrone, quando mai avrebbe comprato in contanti il Porsche Cayenne? Come potrebbe ogni giorno indossare quegli abiti firmati sempre adatti all’occasione, elegante, sportivo, smaliziato, così di successo con le donne, così amico dei politici di tutti gli schieramenti… Lui sì che è un essere superiore. Lui che non ha dovuto fare la gavetta. Lui che uno schiavo non è mai stato. Lui che ogni tanto ti dice, bravo hai fatto un ottimo lavoro, se ci sono le condizioni il prossimo anno ti facciamo il contratto a tempo indeterminato…