venerdì 8 agosto 2014

Strana indecifrabile band - Recensione di "Koinè", primo disco dei PercezioneSestoSenso.

Il one-drop, ritmo in levare dell'Isola di Giamaica, è innestato sull'impalcatura della canzone pop nostrana, sprazzi di blues e rock si intromettono qui e là lasciando intuire quale sia l'imprinting, il primo amore dei componenti dei PercezioneSestoSenso, insieme ai gruppi della scena reggae italiana più tradizionale e pionieristica: Africa Unite su tutti. Il risultato, che trova la sua sintesi nel primo disco "Koinè", è una miscela che può lasciare interdetti a un primo ascolto; ma una cosa va riconosciuta ai PercezioneSestoSenso: per quanto discutibile, la band è riuscita a produrre un proprio sound originale, difficilmente relazionabile ad uno stile precostituito o ad una delle diverse "scene" che infestano il mondo della musica, livellando e appiattendo il suono delle giovani band su canoni rigidamente strutturati e riprodotti con ortodossa disciplina.
Viene il dubbio che anche i PercezioneSestoSenso fossero alla ricerca di un avvicinamento ad uno di questi canoni, ad uno stile immediatamente assimilabile ad una facile classificazione di genere; cosa che probabilmente gli consentirebbe di sentire il supporto e la sicurezza di una qualche comunità o tribù nel mondo contraddittorio delle sottoculture giovanili. Il fatto è, per loro fortuna, che non sono riusciti in questo intento. Probabilmente per mancanza di disciplina e di malizia, o per l'ignoranza dei meccanismi del marketing culturale, o ancora per una sorta di ingenuità provinciale (la band nasce e vive in una piccola città).
A noi piace pensare che invece questo essere fuori schema sia una scelta, un'orgogliosa affermazione di identità. Di sicuro è l'opportunità più grande per i PercezioneSestoSenso, se sapranno far valere la loro diversità magari accentuandola e accettando il cammino in salita dell'indipendenza, quella vera, fatta di ricerca e di irrequietezza. "Koinè" è un'opera prima con luci e ombre. Parlando dei testi delle 10 canzoni che compongono l'album, troviamo momenti di retorica in certi momenti un po' stucchevole che si alternano a improvvisi - e imprevisti - affondi poetici di grande impatto espressivo: "la mia vita è il sogno di una strada che arriverà" canta Jahcomazzo in "Il pane dei potenti", e questa visione che evoca l'ottimismo per un futuro tutto da costruire pervade l'album. Anche qui va riconosciuto lo sforzo di dare respiro ad un immaginario che non rimane imbrigliato alle piccole esperienze e alle miserie dell'alienazione contemporanea: c'è un senso sovraindividuale nel messaggio, e soprattutto la ricerca di un'epica, riassunta nella bella immagine di una nave che solca - a vele spiegate - mari sconosciuti. Insomma, sospendiamo il giudizio sui PercezioneSestoSenso ma con un'apertura di fiducia: li aspettiamo al varco per vedere se, e come, riusciranno a sviluppare gli aspetti potenzialmente intriganti della loro produzione.

"Koinè" (2013, Tricks Produzioni / La Contemporanea)
 

domenica 6 luglio 2014

Assemblea pubblica-Laboratorio sulla cultura indipendente. LOA Acrobax 28-06-2014

Assemblea pubblica-Laboratorio sulla cultura indipendente. 
Breve resoconto.
eravamo una diecina provenienti dall'ambito della produzione musicale e teatrale. Dopo rapida lettura del documento (qui in fondo alla pagina pagina) elaborato dal Volturno Occupato sono iniziate le proposte di domanda:
- Come facciamo a fare cultura indipendente?
- Perchè in Italia non si può fare della propria passione un mestiere?
- Quale metodo possiamo usare per creare un'alternativa?
- Conosciamo dei buoni esempi di cultura indipendente?
si è scelto concordemente di rispondere alla prima domanda che più o meno comprendeva anche tutti gli altri aspetti.
Quindi: Come facciamo a fare cultura indipendente?

-Una facile risposta è stata: la facciamo già, lo stiamo facendo.
-La questione si è spostata quindi sul farlo con un minimo di "dignità", non nei ritagli dai vari lavori precari e sottopagati, senza possibilità di reddito, senza diritto a ammortizzatori sociali...
-Una proposta condivisa è stata quella di fare rete con un tema politico ben definito, usando le già presenti reti di autorganizzazione sociale e mettendole in contatto.
- Un altro tema centrale è risultato l'accesso alla cultura, quindi ad una formazione artistica, accessibile anche alle classi meno abbienti. Quindi attenzione alla scuola pubblica e formazione specifica, spazi dove sperimentare, imparare, provare, proporsi.
- Altro tema è risultata l'organicità o meno ad un sistema economico o politico (ma per chi abbia cognizioni di marxismo la differenza è poca), quindi la partecipazione a circuiti commerciali o bandi e manifestazioni pubbliche. Essere indipendenti, in senso stretto è restare fuori da qualsiasi dipendenza ma è possibile e auspicabile?
-Qualcuno ha obiettato che, fare della propria passione un mestiere significa per necessità sottometterla alla legge della domanda e dell'offerta. L'unica possibilità di svincolarsi è quella di procurarsi il reddito mediante altri settori lavorativi e promuovere cultura indipendente senza aspettarsi un ritorno economico. Come nell'ambito della musica popolare tradizionale, in cui non c'erano "professionisti". Diventa centrale quindi la liberazione del tempo dal lavoro, quindi l'abbassamento del carico di ore lavorative giornaliere, gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito per precari e disoccupati.
Sottrarre tempo al lavoro significa anche avere più tempo per fruire di prodotti culturali non massificati e standardizzati (TV-cinema-videogiochi-musica pop...)quindi allargare l'ambito del pubblico.
- Un suggerimento a fare le battaglie PER e non CONTRO... a questa serata: diciamo PER LA LENTEZZA perchè non abbiamo bisogno di andare più veloci, ci stanno togliendo le ore del sonno, è dimostrato che si dorme molto meno, e questo anche i bambini, gli adolescenti..con ricadute sull'apprendimento. Stanno studiando il modo per farci dormire di meno, non per farci lavorare di meno.
- Si è fatto l'esempio della partita di calcetto: quante enrgie ci vogliono per organizzare una sera in cui 10 persone riescono a incontrarsi per una partitella tra amici... ognuno c'ha i cazzi suoi....ognuno c'ha i suoi impegni... e questo per trovare 2 ore in una settimana.
- Un possibile esito di questo lavoro a rete può essere quello praticato da comunità molto settoriali, usando bene il web, che riuniscono persone distanti ma da una forte identità comune e che si sostentano con scambi continui di eventi e produzioni.
- Altra indicazione molto condivisa è stata quella di andare incontro al pubblico, sia andandolo a incontrare nei luoghi in cui si trova, sia producendo contenuti fruibili e apprezzati il cui valore possa essere rilevato come contenuto, qualità e gusto.

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(estratto dal documento prodotto dal collettivo promotore del #1G sTAZione Ostiense Cultura indipendente Vs Speculation Market)
VERSO UNA CULTURA INDIPENDENTE
"Sono diverse le problematiche che attraversano il settore culturale, inteso in senso largo come qualsiasi espressione, condivisione, comunicazione dei saperi. La maggior parte di queste deriva tuttavia dal fatto che questo settore è costituito da un insieme di produzioni immateriali e di conseguenza difficilmente misurabili. Questo pone a sua volta un problema in una società che intende invece gerarchizzare e mettere a profitto ogni manifestazione umana. La società capitalistica, nonostante le dimensioni del problema, ha trovato una soluzione ed è riuscita in un’impresa apparentemente impossibile, ovvero misurare, attraverso lo strumento del denaro, il valore, per alcuni la bontà, dei dati culturali trasmessi in una data situazione da una o più persone verso un’altra o altre persone. Questo ha permesso certamente la valorizzazione di un prodotto culturale, ma ne ha inevitabilmente distorto la composizione. Qual è infatti il prodotto culturale migliore, posto che sia necessario trovarne uno migliore? La società capitalistica risponde che il migliore è quello che attrae, coinvolge, un maggior numero di persone e quindi, potenzialmente, denaro e/o consenso. La legge della domanda e dell’offerta è il modello che regola un settore apparentemente, dal punto di vista logico, slegato dall’aspetto materiale. Questo vuol dire che ogni produzione culturale è orientata, nel momento precedente al suo concepimento, ad esprimersi in maniera tale da coinvolgere un maggior numero di persone e non veramente ad esprimere contenuti autentici e originali, slegati dalla loro potenzialità economica e/o dalla capacità di influenzare, se non determinare, i processi decisionali. Il miglior prodotto culturale è quello che riesce, con qualsiasi strumento (pubblicità, fama, grandezza del progetto, autorevolezza, scelta della tematica, etc etc) a coinvolgere un maggior numero di persone.
Da ciò consegue che chi ha maggiori mezzi economici, maggiori contatti, più influenza sui processi decisionali, maggiore fama ed autorevolezza, chi sceglie tematiche popolari, etc etc, ha maggiori probabilità di riuscire ad esprimere, condividere, comunicare i propri saperi; mentre, al contrario, chi non possiede queste caratteristiche, a prescindere dalla qualità, utilità o autenticità del prodotto, viene escluso da questa possibilità.
La precarietà che investe oggi il settore culturale è strettamente collegato a questo aspetto. Dove ci sono meno fondi economici, cala la domanda di cultura, si contrae la relativa offerta e sopravvivono solo quelle realtà privilegiate per gli aspetti di cui prima. L’impoverimento culturale ne consegue sia in termini di quantità dell’offerta, sia in termini di qualità, per via della forte dipendenza ai soli aspetti della potenzialità economica e della ricerca del maggior consenso.
La precarietà si manifesta allora in diversi modi:
- Intermittenza dei contratti e del reddito.
- Impossibilità ad esprimere competenze specifiche.
- Assenza di spazi fisici adeguati e impossibilità di accesso agli strumenti del mestiere.
- Impossibilità ad accedere ad un’adeguata formazione o ricerca.
- Basse retribuzioni e assenza di tutele.

Questo stato di cose fa sì che l’operatrice o l’operatore culturale sia indotta/o ad impegnarsi in più lavori, anche molto diversi tra loro, sovraccaricando il tempo a sua disposizione, per riuscire a comporre un reddito sufficiente e ad avere la possibilità di coltivare la propria passione, di cui si vorrebbe invece fare un mestiere..."

venerdì 13 giugno 2014

I neurologici ad Acrobax il 28 Giugno 2014 - Assemblea pubblica su cultura indipendente

 

Il prossimo 28 Giugno ci sarà la serata neurologica all’Acrobax

Evento facebook: (please dare massima diffusione)

 

https://www.facebook.com/events/416199998521334/?ref=22

 

Alle 19:00  proponiamo una assemblea pubblica-laboratorio sul tema della produzione/cultura indipendente.

 

Questo tema, che è stato al centro dei un dibattito tra varie strutture autogestite e che ha portato a una TAZ a ostiense il 1 giugno, riguarda tutti quelli che operano nel settore culturale tenendo presente delle esigenze di indipendenza e alterità dal mercato-industria dell’intrattenimento. (come e quando si manifesta questa alterità? Come è possibile realizzarla? Attraverso quali pratiche ci si può sottrarre alle regole della mercificazione della cultura? Quali risvolti per l’aspetto economico di chi vive operando nello spettacolo? A queste o altre domande possibili cercheremo di rispondere nel corso dell’incontro)

La modalità dell’incontro (per evitare di perdersi in mille polemiche e testimonianze) sarà di tipo laboratoriale, in cui si costituirà una comunità di ricerca con un facilitatore per la gestione dei tempi. Si concludera in un’ora e mezza.

 

In vista di questo incontro vi giro un contributo, che “casualmente” mi è capitato sotto gli occhi, che molto ha a che vedere con il carattere identitario di ogni movimento e con le manifestazioni culturali in cui si trasmette un ideale egualitario. Questo aspetto profondo accomuna le più diverse manifestazioni sociali, le danze tribali, le manifestazioni politiche, i culti religiosi, gli spettacoli teatrali o musicali, gli eventi sportivi, le adunate militari e le rivolte…  buona lettura.. vi mando l’estratto:

LA MASSA.          Elias Canetti, Massa e potere (1960), Adelphi, 1981 pp. 1-10

 

Solo tutti insieme gli uomini possono liberarsi dalle loro distanze. E" precisamente ciò che avviene nella massa. Nella "scarica" si gettano le divisioni e tutti si sentono "uguali".

 

In quella densità, in cui i corpi si accalcano e fra essi quasi non c'è spazio, ciascuno è vicino all'altro come a se stesso.

 

Enorme è il "sollievo" che ne deriva. E" in virtù di questo istante di felicità, in cui nessuno è "di più", nessuno è meglio d'un altro, che gli uomini diventano massa.

 

Ma l'istante della scarica, tanto agognato e tanto felice, porta in sé un particolare pericolo. E" viziato da un'illusione di fondo: gli uomini che d'improvviso si sentono uguali, non sono divenuti veramente e per sempre uguali. Essi tornano nelle loro case separate, vanno a dormire nei loro letti. Essi conservano la loro proprietà e non abbandonano il loro nome. Non cacciano di casa i loro parenti. Non fuggono dalle loro famiglie.

 

Soltanto con autentiche conversioni gli uomini rinunciano ai loro vecchi vincoli e ne formano di nuovi. Definirei cristalli di massa "tali" associazioni che per natura possono accogliere soltanto un numero limitato di membri e devono garantire la propria durata con regole ferree. Della loro funzione parleremo esaurientemente più oltre.

 

La massa in quanto tale, però, si disgrega. Essa presente la propria disgregazione e la teme. La massa può sopravvivere soltanto se il processo di scarica continua su nuovi uomini che le si aggiungono. Solo l'incremento della massa impedisce ai suoi membri di tornare a strisciare sotto il peso dei loro carichi privati.

 

 

 

Impulso di distruzione.

 

 

 

Spesso si parla dell'impulso di distruzione della massa: è la sua caratteristica più vistosa, quella che, innegabilmente, si ritrova ovunque, nei paesi e nelle civiltà più diverse. Esso è, sì, individuato e biasimato, ma non è mai chiaramente definito.

 

 

 

Case e oggetti sono ciò che la massa distrugge più volentieri.

 

Poiché si tratta spesso di cose fragili, come lastre di vetro, specchi, vasi, quadri, vasellame, si è tentati di credere che proprio la fragilità degli oggetti stimoli la massa a distruggerli. Certamente il rumore della distruzione, il frangersi del vasellame, il fracasso dei vetri, contribuiscono considerevolmente ad aumentare il piacere. Sono i forti suoni di vita di una creatura nuova, le grida di un neonato. La facilità con cui si suscitano li rende ancora più graditi; tutti si uniscono nel grido, e il fracasso è l'applauso delle cose. Un particolare bisogno di questo tipo di rumore sembra manifestarsi all'inizio degli avvenimenti, quando la massa non consiste ancora di molte persone e poco o nulla è accaduto. Il rumore promette il rinforzo in cui si spera, ed è un presagio felice per ciò che verrà. Sarebbe però errato credere che l'elemento decisivo sia la facilità di rompere. Si sono aggredite delle statue di dura pietra e non ci si è dati pace finché non sono state sfigurate, rese irriconoscibili. Da cristiani sono state distrutte teste e braccia di divinità greche. Da riformatori e da rivoluzionari sono state abbattute le immagini dei santi, a volte da luoghi altissimi, a rischio della propria vita; e spesso la pietra che si cercava di spezzare era talmente dura da costringere a lasciar l'opera a metà.

 

La distruzione di immagini che raffigurino qualcosa è distruzione di una gerarchia che non si riconosce più. Si violano distanze stabilite in generale, che sono evidenti a tutti e valgono ovunque. La loro rigidità era l'espressione della loro permanenza; si crede che esistano da tempo, ritte e inamovibili; ed era impossibile avvicinarle con intenzione ostile. Ora sono travolte e giacciono in rovina. In quest'atto si è compiuta la "scarica".

 

 

Ma non sempre essa va così lontano. La distruzione consueta, di cui si è parlato all'inizio, non è altro che un attacco a tutti i "confini". Vetri e porte appartengono alle case: sono la parte più vulnerabile dei loro confini verso l'esterno. Quando porte e vetri sono frantumati la casa ha perso la sua individualità.

 

Ognuno ormai può penetrarvi a piacere, e nulla e nessuno vi sono al sicuro. Si ritiene, però, che di solito in quelle case si rintanino gli uomini che cercano di escludersi dalla massa: i suoi nemici. Ma ora è distrutto ciò che li divide. Nulla si frappone più tra essi e la massa. Possono uscir fuori e unirsi a lei. Si possono andare a prendere.

 

Ma c'è dell'altro. Lo stesso uomo singolo ha la sensazione di oltrepassare nella massa i confini della propria persona. Egli prova sollievo, poiché sono abolite tutte le distanze che lo rigettavano e lo chiudevano in sé. Tolto il peso della distanza, egli si sente libero e la sua libertà è passar oltre questi confini. Ciò che gli accade dovrà accadere anche agli altri e lui se lo aspetta. E" stimolato dal fatto che un vaso di coccio sia soltanto confine, limite. Di una casa lo stimolano le porte chiuse. Si sente minacciato da riti e cerimonie; tutto ciò che mantiene le distanze gli appare minaccioso e insopportabile.

 

Ovunque si cercherà di riportare la massa che si è frantumata in quei recipienti prefabbricati. Essa odia le sue prigioni future, le ha sempre viste come prigioni. Alla massa nuda tutto appare come la Bastiglia.

 

Il mezzo di distruzione più impressionante di tutti è il fuoco.

 

Lo si vede da lontano e attira altra gente. Distrugge in maniera irrevocabile. Nulla dopo il fuoco rimane com'era prima. La massa che appicca il fuoco si considera irresistibile. Tutti si uniranno a lei mentre il fuoco divampa. Esso annienterà tutto ciò che le è ostile. Come si vedrà più oltre, è il simbolo più efficace della massa. Dopo ogni distruzione, massa e fuoco devono estinguersi.

 

 

Lo scoppio.

 

La massa vera e propria è la massa "aperta", che si abbandona liberamente al suo impulso naturale di crescita. Una massa aperta non ha la chiara sensazione né l'immagine di quanto possa diventare grande. Non prende a modello alcun edificio che conosca e che dovrebbe riempire. La sua misura non è stabilita; vuole crescere all'infinito, e perciò le sono indispensabili sempre più uomini. In questo stato nudo la massa è più che mai appariscente. Tuttavia essa conserva qualcosa di insolito e, dal momento che sempre si disgrega, non è considerata del tutto salda. Forse la massa non sarebbe ancora considerata con la serietà che le è dovuta, se l'enorme incremento della popolazione che si riscontra ovunque e il rapido ingrandirsi delle città, tipici della nostra epoca, non avessero fornito alla sua formazione occasioni sempre più frequenti.

 

 

Le masse chiuse del passato, di cui si parlerà più oltre, erano tutte diventate istituzioni con cui si aveva dimestichezza. Lo stato particolare nel quale si trovavano spesso i loro partecipanti sembrava cosa naturale; sempre ci si radunava in vista di uno scopo preciso, religioso, o festivo o guerresco, e lo scopo pareva consacrare lo stato. Chi assisteva a una predica credeva in buona fede d'essere interessato alla predica, e si sarebbe stupito e forse anche indignato se qualcuno gli avesse spiegato che la sua soddisfazione proveniva più dal gran numero dei presenti che non dalla predica stessa. Tutte le cerimonie e tutte le regole di tali istituzioni tendono in fondo a "catturare" la massa: meglio una chiesa sicura, piena di fedeli, che l'intero mondo infido. Nel frequentare regolarmente la chiesa, nel ripetersi familiare e preciso di certi riti, si assicura alla massa una sorta di esperienza addomesticata di se stessa. Il susseguirsi di queste funzioni in tempi prescritti serve a compensare bisogni più duri e violenti.

 

Forse tali istituzioni sarebbero bastate se il numero degli uomini fosse rimasto all'incirca lo stesso. Ma sempre più uomini percorrevano le città e sempre più in fretta è cresciuta la popolazione negli ultimi secoli. Così si manifestarono anche tutti gli impulsi alla formazione di nuove e più grandi masse, e nemmeno la direzione più esperta e raffinata sarebbe stata in grado di bloccarli in tali circostanze.

 

Tutte le ribellioni contro il cerimoniale ricevuto in eredità, di cui narra la storia delle religioni, sono rivolte contro la limitazione della massa che finalmente vuole sentirsi crescere una volta di più. Si pensi al Discorso della Montagna nel Nuovo Testamento: esso ha luogo all'aperto, migliaia possono ascoltarlo, ed esso è rivolto - non può esservi dubbio contro il limitativo affaccendarsi cerimoniale del Tempio ufficiale. Si pensi alla tendenza del cristianesimo paolino di evadere dai limiti nazionali e tribali dell'ebraismo e di diventare una fede universale per tutti gli uomini. Si pensi al disprezzo del buddhismo per l'organizzazione di casta dell'India di allora.

 

Anche la storia "interna" delle singole religioni mondiali è ricca di avvenimenti analoghi. Troppo stretti sono sempre il Tempio, la Casta, la Chiesa. Le crociate portano alla formazione di masse d'una dimensione che nessuna chiesa di allora avrebbe potuto contenere. Più tardi, intere città divengono spettatrici delle manifestazioni dei flagellanti, le quali successivamente dilagano di città in città. Ancora nel secolo Diciottesimo, Wesley fonda il suo movimento su prediche all'aperto. Egli è ben conscio delle enormi masse dei suoi ascoltatori, e ogni tanto calcola nel suo diario quanti in quella circostanza sarebbero convenuti ad ascoltarlo. Lo scoppio fuori dai chiusi luoghi di culto significa ogni volta che la massa vuole ritrovare il suo vecchio gusto di crescita subitanea, rapida e illimitata.

 

Direi di chiamare "scoppio" la trasformazione subitanea di una massa chiusa in massa aperta. Questo processo si ripete di frequente; non va però inteso troppo in senso spaziale. Spesso la massa sembra traboccare da uno spazio in cui si trovava al riparo nella piazza e nelle strade di una città, dove, attraendo tutto a sé ed essendo esposta a tutto, si espande liberamente.

 

Più importante di questo processo esterno è tuttavia quello interno che gli corrisponde: la scontentezza per il numero limitato dei partecipanti, l'improvvisa voglia di "attrarre", la determinazione appassionata di raggiungere "tutti".

 

Dalla rivoluzione francese questi scoppi hanno acquistato una forma che sentiamo moderna. Forse perché la massa si è liberata in modo così ampio del contenuto di religioni tradizionali, riusciamo da allora più facilmente a vederla nuda, si direbbe biologicamente, senza le interpretazioni e i fini trascendenti che in passato essa si faceva inoculare. La storia degli ultimi cinquant'anni si e orientata sempre più verso l'incremento di tali scoppi: le stesse guerre, divenute guerre di massa, sono comprese in esso. La massa non si accontenta più di condizioni e di promesse devote, essa vuole sentirsi sommamente nella sua forza e nella sua passione animalesche, e a questo fine torna sempre a servirsi delle occasioni e delle esigenze sociali che le si offrono.

 

Importa innanzitutto stabilire che la massa non si sente mai sazia. Fin quando resta un uomo non ancora catturato da lei, essa mostra il suo appetito. Nessuno può dirlo con sicurezza, ma è molto probabile che la massa manterrebbe il suo appetito anche quando avesse assorbito in sé "tutti" gli uomini. C'è una qualche impotenza nel suo sforzo di "durare". A questo fine, l'unica via promettente è la formazione di doppie masse: processo, in cui l'una massa si commisura sull'altra. Quanto più sono vicine in forza e intensità, ambedue commisurandosi durano in vita.”

 

 

Vi aspettiamo il 28!!

venerdì 3 gennaio 2014

Hanna Arendt, Vita activa, una prospettiva di cittadinanza diretta.

" In realtà, Hannah Arendt non propone affatto la "polis" come modello della politica, ma usa il richiamo di quell'esperienza come punto di vista per rappresentare l'"espropriazione moderna della politica". Per rendersi conto della forza di questo procedimento critico-ermeneutico basterà riflettere sull'analisi devastante che Hannah Arendt compie dei luoghi comuni della politica moderna: la sostituzione del sociale al politico - per cui l'amministrazione della grande famiglia sociale rimpiazza l'esercizio diretto della parola in politica; la sostituzione del fare all'agire - per cui la produttività diviene l'unico senso dell'agire in comune; la sostituzione della tutela alla padronanza di sé; l'orrore per l'imprevedibilità dell'agire - che porta a tipi ben peggiori di irreversibilità; la finzione per cui l'amministrazione dei molti da parte dei pochi, garantita dalla rappresentanza, viene spacciata per libertà politica; l'ipostatizzazione dello stato come realtà eterna e necessaria; infine, da un punto di vista più specializzato e interno alla storia delle idee, l'incapacità del pensiero politico di emanciparsi da questi presupposti di fatto nonché, come conseguenza diretta, il declino irreversibile della teoria politica e l'ascesa delle scienze sociali, la cui funzione dominante è dimostrare l'insensatezza e l'impossibilità della libertà, in nome di immagini dell'uomo sempre più deterministiche oppure - ma è in fondo la stessa cosa - utilitaristiche ed esangui.

La grecità inattuale di Hannah Arendt è tutta nella capacità di distanziarsi dalla fatalità dell'espropriazione della politica, di rappresentare l'irresistibile ascesa moderna del "politico" (54) (nel senso di macchina amministrativa) "contro" la possibilità della "politeia", della cittadinanza diretta. Il lettore potrà vedere (contrariamente alle letture stereotipate di "Vita activa") che un sobrio pessimismo permea tutto il saggio. E benché Hannah Arendt salutasse con entusiasmo le epifanie più o meno felici (e sempre sconfitte) dell'antica "politeia" - dai consigli della rivoluzione tedesca a quelli della rivoluzione ungherese del 1956 fino ai movimenti del '68 (55) in Europa e in America, finché non furono sopraffatti dalle tradizionali mitologie stataliste e violente - sapeva bene che quella lontana esperienza era tutt'al più una fonte di modelli del pensiero, ma certamente non una prassi che potesse rivivere." (Alessandro Dal Lago, Introduzione, in H.Arendt, Vita Activa, la condizione umana, Bompiani)