venerdì 15 febbraio 2008

COXSA - Una libera università

La maggior parte delle persone si sono formate in famiglia, nella scuola e nell’ambiente sociale da cui provengono. Raramente dopo l’adolescenza studiano per proprio piacere, o fanno esperienze significative, o collaborano con persone al di fuori della propria sfera professionale.

Questo fa si che molti di noi, arrivati ad una certa età, si fermano. Pensano di aver raggiunto delle certezze, pensano di aver capito cosa vogliono e come raggiungerlo. Queste certezze sono spesso frutto di una educazione istituzionalizzata impartita in famiglia o a scuola o in vari ambienti sociali, in primis sul lavoro, ma anche tramite i programmi televisivi, i giornali, le riviste...

Anche volendo rimettersi in discussione, e già questo non è frequente, risulta difficile trovare un ambiente stimolante e funzionale ad un proprio ulteriore accrescimento culturale. Non si tratta solo di immagazzinare ulteriori informazioni e nozioni, come spesso fa un autodidatta, che riesce a raggiungere una vasta cultura enciclopedica, bensì di continuare a fare esperienze formative in cui, confrontandosi con altri, esperti in altre discipline o comunque curiosi di confrontarsi, si migliorano le proprie capacità di agire nel mondo.

Non si tratta di sapere più cose, ma di capirle, insomma.

Questo mettere in dubbio le facili certezze che ci vengono proposte si chiama spirito critico ed è mortalmente combattuto da tutto il sistema formativo e informativo.

Sulla standardizzazione di conoscenze e comportamenti si basa il successo della nostra società di massa. La fornitura di beni e servizi, come di prodotti culturali, necessita di una cultura pluralista ma omogenea da esportare come uno stampo in ogni parte del pianeta.

E’ infatti la libera adesione a paradigmi culturali che porta le persone a sottomettersi alle condizioni di lavoro e di vita che caratterizzano la produzione nella nostra epoca.

Prima gli schiavi dovevano essere incatenati per non fuggire. Oggi accorrono a milioni per poter possedere il telefono con le suonerie polifoniche e le scarpe con le molle.

E’ una cultura globale che indica il valore in un servizio che può essere acquistato. Chi mette in dubbio questa cultura, mette in dubbio la necessità incontrovertibile di questo sistema di produzione e consumo e i suoi rapporti gerarchici conseguenti.

Quindi non sarà mai un istituzione “di utilità sociale” a favorire lo sviluppo del pensiero critico.

Per questo solo una struttura nata e autogovernata dal basso può aiutare i singoli soggetti parcellizzati a cordinarsi per accrescere il proprio potenziale critico in vista del perseguimento del proprio benessere, inteso come coerente persecuzione dei propri interessi.

domenica 10 febbraio 2008

Teorie dei sistemi complessi

Il principale obiettivo della teoria della complessità è di comprendere il comportamento dei sistemi complessi, caratterizzati da elementi numerosi e diversi tra di loro e da connessioni numerose e non lineari.
Auto-organizzazione
I sistemi complessi adattivi (CAS) sono sistemi dinamici con capacità di auto-organizzazione composti da un numero elevato di parti interagenti in modo non lineare che danno luogo a comportamenti globali che non possono essere spiegati da una singola legge fisica. Alcuni esempi: comunità di persone interagenti, il traffico, il cervello umano. Il campo della scienza che si occupa di studiare e modellare questi sistemi è detto scienza della complessità. Questa proprietà è sfruttata in varie applicazioni pratiche, come ad esempio le reti radio militari e i sistemi anti-intrusione delle reti informatiche.
Comportamento emergente
I sistemi complessi sono sistemi il cui comportamento non può essere compreso in maniera semplice a partire dal comportamento dei singoli elementi che lo compongono, ovvero la cooperazione degli elementi determina il comportamento dei sistemi globali e fornisce loro delle proprietà che possono essere completamente estranee agli elementi che costituiscono il sistema.
Questa proprietà è chiamata comportamento emergente, nel senso che dai comportamenti semplici e ben definiti dei singoli componenti del sistema, emerge un comportamento globale non previsto dalle singole parti.
Confine del caos
La complessità è fortemente legata al caos. La sopravvivenza in ambienti così variabili viene ricercata nel raggiungimento del confine del caos, quella particolare area dove si massimizzano le possibilità di evoluzione. I sistemi complessi adattativi, cioè, si situano tra l'eccessivo ordine - una staticità che ricorda da vicino un meccanismo - e l'eccessivo disordine - un caos fuori controllo che può sconfinare nell'anarchia.
Le tre leggi delle organizzazioni complesse
Un'introduzione alla teoria della complessità applicata alla gestione delle organizzazioni a cura dell'autore del libro "Prede o Ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità"
di Luca Comello
Un argomento di particolare interesse nel management è l’applicazione della teoria della complessità alla gestione delle organizzazioni. La teoria della complessità rappresenta un nuovo approccio al sapere, orientato alla comprensione olistica di sistemi fortemente interconnessi, quali, ad esempio, Internet, gli stormi di uccelli, il cervello o, appunto, le organizzazioni. La teoria della complessità è una teoria in forte ascesa tra gli scienziati di tutto il mondo, ma le sue implicazioni pratiche risultano spesso oscure. Il libro “Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità”, di cui sono autore insieme al prof. De Toni dell’Università di Udine, identifica tre leggi che caratterizzano i sistemi complessi e dovrebbero dunque essere ricercate dalle organizzazioni.
La prima è la legge dell’apertura. Tutti i sistemi complessi sono aperti, ovvero scambiano materia, energia ed informazione con l’esterno. Anche le organizzazioni dovrebbero mantenersi «aperte», per co-evolvere nell’ambiente circostante. Una organizzazione si apre mediante lo scambio di informazione con l’esterno: l’informazione può essere diffusa all’esterno (pubblicità, comunicati stampa, investor relations, ecc.) o venire acquisita all’interno (ricerche di mercato, benchmarking, competitive intelligence, ecc.). Proprio come i sistemi aperti studiati inizialmente dallo scienziato russo Prigogine, le organizzazioni aprendosi acquisiscono elementi di informazione che possono essere considerati come apporto energetico per alimentare la crescita.
La seconda legge delle organizzazioni complesse è la legge del riorientamento. I sistemi complessi adattativi hanno l’importante caratteristica di riuscire a riorientarsi in seguito alle discontinuità improvvise che sperimentano. Le previsioni e la pianificazione hanno un senso se il possibile si stabilizza nel probabile, ovvero gli accadimenti si susseguono secondo il corso previsto. In determinate circostanze, però, il possibile si destabilizza nell’improbabile, ovvero entra in gioco l’inaspettato. In queste situazioni è fondamentale che le organizzazioni siano pronte a cogliere l’attimo, a reagire all’inaspettato, a fronteggiare la situazione. Di fronte ad eventi come l’11 settembre oppure lo sviluppo a due cifre delle economie asiatiche non resta che essere rapidissimi nel riorientamento, ad esempio tramite la costruzione di scenari alternativi, contingency plans, ecc.
Infine la terza legge delle organizzazioni complesse, ovvero la legge dell’equilibrio dinamico tra continuità e discontinuità. I sistemi complessi vivono solamente in quella zona chiamata orlo del caos, al limite tra l’ordine eccessivo che porta alla fossilizzazione e il disordine totale che porta alla disintegrazione. Anche le organizzazioni complesse ricercano l’orlo del caos, dove l’obiettivo è quello di perseguire l’equilibrio dinamico tra continuità e discontinuità. La continuità è raggiunta mediante l’instaurarsi di relazioni con tutti i possibili attori rilevanti per l’eccellenza operativa. In un mercato complesso, però, le organizzazioni sono spesso chiamate anche a generare l’improbabile sotto forma di innovazioni radicali. Si possono ottenere questi risultati alimentando la discontinuità, ad esempio investendo in ricerca e sviluppo, tollerando limitate inefficienze che favoriscano la creatività, ecc. Tali costi sono ricompensati dai guadagni generati da innovazioni radicali di prodotti, servizi, processi e modelli organizzativo-gestionali.
In conclusione, investimenti congiunti per garantire apertura, riorientamento ed equilibrio dinamico tra continuità e discontinuità sono fondamentali fonti di vantaggio competitivo per le organizzazioni complesse.
Intervista a Luca Comello
a cura di Annalisa Fassetta


Luca Comello laureato in ingegneria gestionale nel 2003, ha lavorato in programmi di ricerca europei dell’Università di Udine su temi quali complessità, creatività, innovazione e change management.
Attualmente è nella direzione Research & Innovation della Illycaffé.
Con Alberto De Toni è autore del libro sulla teoria della complessità Prede o ragni edito da Utet nel 2005.
Gli chiediamo di rispondere ad alcune domande che riguardano il tema della complessità e alcuni aspetti del libro.
Che cosa si intende per complessità?
Complesso deriva dal latino cum plexum, dove plexum indica il nodo, l’intreccio. Quando si parla di complessità si fa riferimento alla caratteristica principale dei sistemi complessi. Vale a dire quei sistemi che presentano numerosi elementi, legati fra loro da un elevato numero di connessioni.

Qualche esempio di sistema complesso?
I sistemi complessi sono ovunque: noi esseri umani, gli animali, le organizzazioni, le culture, le ecologie, le politiche. I sistemi complessi esistono in natura, ad esempio il cervello dell’uomo, ma sono anche frutto dell’invenzione, come internet, i sistemi economici e i sistemi sociali.


Perché nasce l’esigenza di approfondire lo studio della complessità?
La scienza classica, che ha origine con la presentazione da parte di Isaac Newton delle leggi fondamentali del moto, ha l’obiettivo principale di scoprire le leggi universali della natura, a cui tutti i fenomeni devono sottostare. Ma esistono fenomenologie complesse che non possono essere ricondotte e descritte per mezzo di queste leggi. Pertanto, la voglia di progredire nell’avventura della conoscenza ha portato a cercare risposte che potessero comprendere la complessità del reale.

Insieme ad Alberto Felice De Toni sei autore del libro “Prede o Ragni”.
In che modo possiamo applicare la teoria della complessità al mondo delle imprese?
Le organizzazioni sono dei sistemi complessi: presentano numerosi elementi ed un alto numero di interconnessioni fra gli stessi. Le dinamiche che le governano sono, quindi, simili a quelle di altri sistemi complessi.
Per questa ragione i principi della teoria della complessità possono essere applicati alle organizzazioni stesse. Questo comporta un cambiamento culturale: la complessità non fornisce ricette certe e infallibili per la gestione delle organizzazioni, ma un punto di vista nuovo.
Ai manager il compito di adattare creativamente questo nuovo sapere alla situazione contingente delle proprie organizzazioni.

Nel libro si parla di “disorganizzazione creativa”. Di cosa si tratta?
E’ la condizione di una organizzazione che ricerca l’orlo del caos.
I sistemi complessi, ad esempio l’azienda, non possono vivere nell’ordine totale perché non ci sarebbe spazio per l’innovazione. Neppure nel disordine totale perché si disintegrerebbero.
L’orlo del caos è la zona che i sistemi complessi ricercano per l’evoluzione in quanto in essa sono presenti continuità e discontinuità.
Per le organizzazioni si tratta di una vera e propria “disorganizzazione creativa” tendente alla compresenza di miglioramento continuo e distruzione creativa. Fondamentale per cercare anche forti discontinuità che garantiscono l’evoluzione.

“Prede o Ragni si rivolge a coloro che hanno il coraggio di accettare la sfida della complessità, con l’auspicio che immaginazione e creatività consentano loro di vincerla: il futuro appartiene a chi sa immaginarlo”. E’ una frase tratta dal libro. Qual è la relazione che lega creatività e complessità?
In natura non vi è spazio per cio’ che è rigido e immutabile. I sistemi complessi sono flessibili, si adattano ai cambiamenti esterni; e possono a loro volta essere creatori del cambiamento.
La creatività, l’immaginazione risultano essenziali per adattarsi a situazioni inaspettate e per crearne di nuove.

Nel libro è piu’ volte citato “l’effetto butterfly”. Come si inserisce nella teoria della complessità?
L’effetto butterfly è teorizzato da Edward Lorenz che, studiando i fenomeni metereologici, nota che una variazione minima nelle condizioni iniziali di un sistema (fisico, chimico, biologico, economico) puo’ provocare grandi conseguenze, perché esistono numerosissime interconnessioni che incidono sul fenomeno.
Allo stesso modo nei sistemi complessi gli elementi che interagiscono sono numerosi ed anche le interconnessioni. L’effetto butterfly è pertanto una delle caratteristiche dei sistemi complessi.

Chi sono le prede e chi sono i ragni?
La complessità puo’ essere vista come una grande ragnatela in cui noi possiamo essere prede imbrigliate in essa, oppure ragni, e quindi creatori di questa realtà.

La teoria della complessità contiene in sé un messaggio ottimista. Puoi illustrarcelo?
Nasce dall’effetto butterfly stesso. Possiamo essere creatori attivi della realtà. Proprio perché una piccola causa puo’ generare grandissimi effetti, così anche una nostra azione puo’ generare grandi cambiamenti. Così saremo ragni.

Ivan Illich, Descolarizzare la società, 1970.

Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola: gli insegna a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l'applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l'escalation porta al successo. In questo modo si «scolarizza» l'allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si «scolarizza» la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore.
In questo libro mostrerò che l'istituzionalizzazione dei valori conduce inevitabilmente all'inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all'impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di aggiornata miseria. Spiegherò come questo processo di degradazione si acceleri quando bisogni non materiali si trasformano in richieste di prodotti, quando la salute, l'istruzione, la mobilità personale, il benessere o l'equilibrio psicologico sono visti soltanto come risultati di servizi o di «trattamenti». Lo faccio perchè credo che le attuali ricerche sul futuro tendano in genere ad auspicare una sempre maggiore istituzionalizzazione dei valori, e diventa di conseguenza necessario precisare le condizioni grazie alle quali possa avvenire esattamente il contrario. Abbiamo bisogno di ricerche su come servirci della tecnologia per creare istituzioni che permettano un'interazione personale creativa e autonoma e per far emergere valori che i tecnocrati non siano sostanzialmente in grado di controllare. Ci servono insomma ricerche in direzione contraria a quella della futurologia attuale.

L'istruttore professionale parte da un insieme di circostanze prestabilite che permettono al discente di sviluppare certe determinate reazioni. La guida, invece, o il maestro ha il compito di favorire l'incontro tra partner ben assortiti perché possa attuarsi il processo della conoscenza. Questo incontro è determinato dai partner stessi, dalle loro domande rimaste senza risposta. Al massimo la guida può aiutare l'allievo a formulare l’oggetto della propria ricerca, perché solo esponendolo in maniera chiara egli avrà la possibilità di trovare il compagno che in quel momento desidera, come lui, esplorare lo stesso problema nel medesimo contesto.

L'assortimento a scopo didattico di persone già brillantemente scolarizzate è un problema completamente diverso. La maggioranza certo non può e non deve essere chiamata a discutere su uno slogan, una parola o un'immagine; ma l'idea è la stessa: bisognerebbe che si riunissero per affrontare un problema scelto e definito da loro stessi. L'apprendimento creativo, esplorativo, esige partecipanti a un eguale livello e interessati in quel momento ai medesimi problemi.

Per dare un esempio di ciò che intendo, dirò come questo tipo di incontro intellettuale potrebbe attuarsi a New York. Ogni persona, in qualunque momento e con un costo minimo, dovrebbe poter comunicare a un computer l'indirizzo e il numero di telefono, indicando il libro, l'articolo, il film o il disco per discutere il quale vorrebbe trovare un compagno. Nel giro di pochi giorni riceverebbe per posta un elenco di coloro che negli ultimi tempi hanno presentato la medesima richiesta, e questo elenco gli permetterebbe di combinare per telefono incontri con persone che, inizialmente, sarebbero note soltanto per il fatto che hanno chiesto un dialogo sullo stesso argomento.
Mettere insieme le persone secondo il loro interesse per un determinato titolo è estremamente semplice. Permette l'identificazione solo in base a un reciproco desiderio di discutere un'affermazione precisa fatta da una terza persona, e lascia all'individuo l'iniziativa di organizzare l'incontro. Contro questa semplicità scheletrica si sollevano di solito tre obiezioni. Intendo affrontarle non solo per chiarire la teoria che voglio illustrare con la mia proposta - esse infatti mettono in luce la radicata resistenza alla descolarizzazione dell'istruzione e alla separazione dell'apprendimento dal controllo sociale - ma anche perché possono far capire quali siano le risorse esistenti che non vengono usate a fini educativi.
La prima obiezione è: perché l'autoidentificazione non può avvenire anche intorno a una idea o una questione ? Certo in un sistema computerizzato sarebbe possibile partire anche da simili termini soggettivi. I partiti politici, le chiese, i sindacati, i circoli, le associazioni di quartiere e gli ordini professionali già organizzano le proprie attività didattiche in questa maniera e si comportano in pratica come se fossero scuole. Riuniscono cioè persone per indagare su certi “temi”, e questi vengono trattati in corsi, seminari e cicli di studi nei quali i presunti “interessi comuni” sono prestabiliti. Un simile incontro su un tema è per definizione accentrato intorno all'insegnante: esige una presenza autoritaria che decida per conto dei partecipanti il punto di partenza della loro discussione.
Viceversa l'incontro suggerito da un libro, un film, ecc., nella sua forma più pura, lascia decidere all'autore del libro, film, ecc. il linguaggio, i termini e il contesto nei quali si presenta un determinato problema o un avvenimento, e permette a quanti accettano questo punto di partenza di arrivare a un'identificazione reciproca. Per esempio radunare gente sull'idea della “rivoluzione culturale” sfocia di solito nella confusione o nella demagogia. Invece riunire coloro cui interessa aiutarsi reciprocamente a capire un particolare articolo di Mao, Marcuse, Freud o Goodman, s'inscrive nella grande tradizione della cultura liberale, dai dialoghi di Platone, costruiti intorno a presunte affermazioni di Socrate.
La seconda obiezione dice: perché l'annuncio di chi cerca un incontro del genere non può contenere anche informazioni sull'età, il passato, la visione del mondo, le competenze, le esperienze e altre caratteristiche determinanti? Si può ancora rispondere che non c'è motivo per cui non si possa e non si debba inserire queste restrizioni discriminatorie in alcune delle tante università - con o senza mura -, dove gli incontri basati sui titoli potrebbero essere un metodo organizzativo fondamentale. Potrei immaginare anche un sistema che incoraggi gli incontri di persone interessate alla presenza dell'autore del libro scelto o di un suo portavoce; uno che garantisca la presenza di un consulente preparato; uno aperto soltanto agli studenti iscritti a un dipartimento universitario o a una scuola; o uno che permetta esclusivamente incontri tra persone che hanno precisato il loro particolare modo di vedere il titolo in discussione. Ognuna di queste limitazioni può avere i suoi vantaggi per il raggiungi mento di obiettivi didattici specifici. Ma ho paura che, nella maggior parte dei casi, la vera ragione per cui vengono proposte è il disprezzo, derivato dal presupposto che la gente è ignorante: gli educatori vogliono insomma evitare che gli ignoranti si incontrino per parlare di un testo, che magari non capiscono, e che leggono soltanto perché li interessa.
Terza obiezione: perché non fornire a coloro che cercano un incontro un'assistenza non invadente che lo faciliti, cioè uno spazio, un orario, un vaglio, una protezione? È ciò che fanno adesso le scuole, con l'inefficienza tipica delle grandi burocrazie. Se vogliamo lasciare l'iniziativa degli incontri a quelli stessi che li desiderano, a questo probabilmente provvederebbero molto meglio organizzazioni che oggi nessuno associa alla didattica. Incontrandosi per la prima volta in un caffè, per esempio, i due possibili compagni potrebbero farsi riconoscere tenendo il libro da discutere accanto alla tazza: Comunque chi ha preso l'iniziativa di organizzare tali incontri imparerebbe presto di quali mezzi servirsi per stabilire rapporti con le persone che gli interessano. C'è il rischio che una discussione con uno o più estranei si riveli una perdita di tempo, una delusione o addirittura un'esperienza sgradevole, ma è certamente minore del rischio che corre chi presenta domanda d'iscrizione a un'università. Un incontro combinato da un computer per discutere un articolo comparso su una rivista a diffusione nazionale, se lo si tiene, mettiamo, in un caffè del centro, non obbliga nessuno dei partecipanti a restare in compagnia dei suoi nuovi conoscenti per più tempo di quanto occorre per bere una tazza di caffè, e inoltre egli non è per niente obbligato a rivederli in futuro. È alta in compenso la possibilità che ciò contribuisca a diradare l'opacità della vita in una metropoli moderna e aiuti a trovare nuove amicizie, un lavoro di propria scelta e testi da leggere criticamente. È certamente innegabile che in questa maniera l'FBI potrebbe procurarsi una documentazione sulle letture e gli incontri dei singoli cittadini, ma che nel 1970 qualcuno si possa ancora preoccupare di questo fa soltanto sorridere un uomo libero, il quale, volente o nolente, contribuisce comunque al mare di carte irrilevanti in cui affogano i ficcanaso.

Sia lo scambio di capacità tecniche sia l'incontro tra persone interessate a un determinato argomento si fondano sul presupposto che l'educazione per tutti è l'educazione da parte di tutti. A una cultura popolare non si può arrivare con l'arruolamento forzoso in un'istituzione specializzata, ma solo mobilitando l'intera popolazione. Oggi questo diritto eguale per tutti di valersi delle proprie capacità di insegnare e di apprendere è monopolizzato dagli insegnanti patentati. La competenza di questi ultimi, a sua volta, è ristretta a ciò che si può fare nell'ambito della scuola. E da qui deriva, inoltre, la netta separazione tra lavoro e svago: allo spettatore come al lavoratore si richiede di arrivare nel luogo di lavoro o di svago pronti a inserirsi nella routine che è stata per loro predisposta. Questo condizionamento, simile a quello che determina la forma, il modo d'impiego e la pubblicità di un prodotto, li plasma in funzione del loro ruolo esattamente quanto l'istruzione regolamentare impartita attraverso la scuola. Per un'alternativa radicale a una società scolarizzata non occorrono soltanto nuovi meccanismi formali per l'acquisizione formale delle capacità e la loro utilizzazione didattica. Una società descolarizzata comporta anche un nuovo modo di affrontare il problema dell'istruzione casuale o informale.

In realtà l'apprendimento è l'attività umana che ha meno bisogno di manipolazioni esterne. In massima parte, non è il risultato dell'istruzione, ma di una libera partecipazione a un ambiente significante. Quasi tutte le persone imparano meglio “stando dentro” le cose, eppure la scuola le porta a identificare l'accrescimento della propria personalità e delle proprie conoscenze con una elaborata pianificazione e una complessa manipolazione.

Tutti i futurologi d'oggi cercano di rendere economicamente attuabile ciò che è tecnicamente possibile, ma nello stesso tempo si rifiutano di affrontarne l'inevitabile conseguenza sociale: l'accresciuta bramosia di tutti gli uomini per beni e servizi che rimarranno privilegio di pochi.
Io credo invece che, se vogliamo un futuro desiderabile, dovremo scegliete decisamente una vita d'azione anzichè una vita di consumi, dovremo inventare una maniera di vivere che ci consenta di essere spontanei, indipendenti e tuttavia in stretto rapporto con gli altri, e non continuare in questo tipo d'esistenza che ci permette soltanto di fare e disfare, di produrre e consumare - un tipo d'esistenza che è una semplice stazione intermedia nel cammino verso il depauperamento e l'inquinamento dell'ambiente. Il futuro dipende dalla nostra capacità di scegliere istituzioni che favoriscano una vita attiva, più che dall'elaborazione di nuove ideologie o tecnologie.
La scelta è tra due tipi istituzionali radicalmente opposti, esemplificati entrambi da certe istituzioni oggi esistenti, anche se l'uno dei due caratterizza l'epoca contemporanea al punto da potere quasi definirla. Propongo di chiamare questo tipo dominante istituzione manipolatrice. Anche l'altro tipo esiste, ma solo in modo precario; le istituzioni che vi si adeguano sono più modeste e meno in vista, ma io le prendo egualmente a modello di un futuro più auspicabile. Le chiamo “conviviali” e propongo di collocarle alla sinistra dello spettro istituzionale, sia per evidenziare le istituzioni che costituiscono una via di mezzo tra i due estremi, sia per illustrare come certe istituzioni storiche possano cambiar colore mano mano che passino dal facilitare una vita attiva all’organizzare una produzione.
In genere una classificazione di questo tipo, da sinistra a destra, viene usata per caratterizzare gli uomini e le loro ideologie, non le istituzioni sociali e il loro comportamento.
Diventerà allora evidente che gli uomini di sinistra non sono necessariamente caratterizzati dall'opposizione alle istituzioni manipolatrici, che io colloco sulla destra dello spettro.
È in questa zona che si stipano le istituzioni moderne più potenti. Vi si è spostata quella per il mantenimento dell'ordine, da quando negli Stati Uniti è passata dalle mani dello sceriffo a quelle dell’FBI e del Pentagono. La guerra moderna è diventata anch'essa un'impresa altamente professionistica, la cui attività è il massacro. La sua potenziale idoneità a mantenere la pace dipende dalla sua capacita di convincere amici e nemici dell'illimitata potenza distruttiva della nazione. I proiettili e le armi chimiche moderne sono talmente efficaci che basta una spesa di poche lire per avere la garanzia di uccidere o mutilare, a patto beninteso di poter raggiungere il “cliente” designato. In compenso aumentano vertiginosamente i costi di distribuzione: la spesa media per ogni vietnamita ucciso è salita dai 360.000 dollari del 1967 ai 450.000 del 1969. Soltanto un'economia al limite del suicidio della specie potrebbe rendere economicamente efficiente la guerra moderna. Il suo effetto di boomerang diventa sempre più palese: quanto più alto è il conto dei vietnamiti uccisi, tanto più aumentano i nemici degli Stati Uniti nel mondo; non solo ma tanto più devono spendere gli Stati Uniti per creare - sotto la cinica etichetta di “pacificazione” un'ennesima istituzione manipolatrice, in un vano tentativo di neutralizzare le conseguenze indirette della guerra.
Alla stessa estremità dello spettro troviamo inoltre le organizzazioni sociali specializzate nella manipolazione dei loro clienti. Anch'esse, come le forze armate man mano che aumenta la portata delle loro operazioni, tendono a produrre effetti contrari agli obiettivi che si prefiggono. Sono cioè altrettanto controproducenti anche se in modo meno ovvio. Molte di loro, per mascherare questo effetto paradossale, si presentano come istituzioni misericordiose e terapeutiche.
All’estremo opposto dello spettro ci sono le istituzioni caratterizzate dal fatto che si ricorre ad esse per scelta spontanea, quelle che noi abbiamo battezzato “conviviali”. Non occorrono particolari metodi di vendita, più o meno aggressivi, per convincere i clienti a servirsi dei telefoni, delle linee metropolitane, della posta, dei mercati pubblici e della borsa. E anche le fogne, l'acqua potabile, i parchi e i marciapiedi sono istituzioni di cui gli uomini si servono senza che sia necessario convincerli con strumenti istituzionali che ciò è nel loro interesse. Naturalmente, tutte le istituzioni richiedono una forma di regolamento; ma il funzionamento di quelle che esistono perché le si usi e non per produrre qualcosa esige regole di tipo completamente diverso da quelle richieste dalle istituzioni manipolatrici. Il loro obiettivo principale sarà quello di evitare gli abusi che impedirebbero la piena accessibilità generale alle istituzioni stesse. I marciapiedi devono essere tenuti sgombri, l'uso industriale dell'acqua potabile deve essere limitato e giocare a palla deve essere permesso solo in certe zone particolari di un parco.
I regolamenti delle istituzioni conviviali si limitano a porre delle restrizioni al loro uso; man mano che si passa dal settore conviviale dello spettro a quello manipolativo, le regole richiedono sempre di più un consumo o una partecipazione imposti alla nostra volontà. La differenza di costo nell'acquisizione dei clienti è appunto una delle caratteristiche che distinguono le istituzioni conviviali dalle manipolatrici.
Alle due estremità dello spettro troviamo delle istituzioni-servizi, ma a destra il servizio è una manipolazione imposta e il cliente è vittima della pubblicità, dell'aggressione, dell'addottrinamento, dell'incarcerazione o dell'elettroshock, mentre a sinistra il servizio è una possibilità allargata, offerta entro limiti esplicitamente definiti, e il cliente rimane libero delle proprie azioni. Le istituzioni di destra sono in genere processi di produzione assai complessi e costosi, nei quali gran parte dell'elaborazione e dei costi serve a convincere i consumatori che non si può vivere senza il prodotto o il trattamento offerti da quella data istituzione. Le istituzioni di sinistra sono invece di solito delle reti per facilitare una comunicazione o una cooperazione nate dall'iniziativa dei clienti. Le istituzioni manipolatrici di destra producono assuefazione sul piano sociale o psicologico. L’assuefazione sociale, o escalation, consiste nella tendenza a prescrivere dosi maggiori di un determinato trattamento quando quantità più piccole non hanno ottenuto i risultati voluti. L’assuefazione psicologica, o abitudine, si ha invece quando i consumatori diventano schiavi della necessità di dosi sempre maggiori di un processo o di un prodotto.
Le istituzioni di sinistra, che si attivano per iniziativa autonoma degli utenti, tendono invece ad autolimitarsi. A differenza dei processi di produzione che identificano la soddisfazione con il mero atto del consumo, queste reti adempiono uno scopo che va oltre il loro uso ripetuto. Un individuo prende il telefono quando vuol dire qualcosa a qualcun altro, e riattacca una volta finita la comunicazione desiderata: se non è un adolescente, non se ne serve insomma per il solo piacere di parlare nel ricevitore. E quando il telefono non è il modo migliore di mettersi in contatto, si scrive una lettera o si fa un viaggio. Le istituzioni di destra, invece, come vediamo chiaramente nel caso delle scuole, impongono obbligatoriamente un uso ripetitivo, e nello stesso boicottano i modi alternativi per raggiungere risultati analoghi.
Sul versante di sinistra dello spettro istituzionale, ma non proprio all'estrema, possiamo collocare le imprese che sono in concorrenza con altre nel loro campo ma non si sono ancora impegnate a fondo nella pubblicità. Troviamo cioè le piccole lavanderie, le panetterie, i parrucchieri, e - passando al settore professionale - certi avvo¬cati e insegnanti di musica. Tipicamente di centro-sinistra sono dunque quelle persone che lavorano in proprio e che hanno istituzionalizzato i loro servizi ma non la loro pubblicità. Si fanno una clientela con i contatti personali e con la qualità relativa di ciò che offrono.