domenica 19 maggio 2019

Progetto per un aggregatore politico federato. L'Ecosistema di Organizzazioni.

Alcuni punti da cui partire.

Molta della costruzione del consenso e della comunicazione politica si svolge sui social network, secondo le regole incorporate nella struttura di questi software proprietari: sponsorizzazione, bolle, costruzione dell'identità e dell'odio, narcisismo e conformismo, estrazione dei dati, opacità degli algoritmi.
Il protagonismo, anche spesso solo rappresentato, degli attivisti sui social network è diventata una prassi di diffusione dei messaggi politici e un elemento importante dei contenuti, nella forma dell'identificazione che spesso alimenta narrazioni identitarie e discorsi di odio. Questi spazi sono per definizione una vetrina per vendere e per vendersi, ma sono molto poco adatti ad una reale discussione. L'introito pubblicitario di Facebook (e Instagram) nel primo trimestre del 2019 è stato di 16 mld di dollari. Gli utenti attivi sono stati nel 2018 ben 2,23 Mld con un valore medio di ogni utente che si aggira quindi sui 6 dollari annui. Ovviamente un utente di Facebook che spende vale molto di più di 6 dollari all'anno, quelli che spendono poco o addirittura fanno politica, invece, hanno più valore per la controllabilità sociale e le informazioni che possono fornire a polizia e servizi segreti. 
Tutti gli utenti, grazie al fatto che la maggior parte dei contenuti e dei dati in Facebook è pubblica (spesso per impostazioni scelte dall'utente, che a volte non sa neppure di poterle scegliere), come i like, commenti, età, sesso, professione, titolo di studio, luogo di residenza, relazioni (tag nelle foto), immagini, luoghi visitati, forniscono gratuitamente il materiale grezzo alle aziende che operano analisi dei dati e progetti di machine learning.


Grafico: ricavi pubblicitari facebook per trimestre periodo 2 anni. 2017-18
 

Riferendoci solo alla sitazione dell'Italia, il tempo trascorso sui social network è moltissimo. Per i 35 milioni di Italiani (il 59% della popolazione) che usano i social abitualmente, il tempo è mediamente di 1 ora e 51 minuti al giorno. Fonte.
L'analisi delle interazioni sui social network (big data) forniscono i feedback ai comunicatori che ne hanno accesso, per la costruzione della narrazione argomentativa personalizzata, (il marketing su pubblico profilato) che risulta viziata dalla semplificazione dell'analisi numerica. Infatti ciò che muove di più le emozioni (quindi i like, i commenti, le condivisioni..) non è detto che sia un progetto politico coerente e auspicabile o un messaggio corretto e solidale. Molto spesso è merda selezionata fra la peggiore. La “tempesta di merda” che fa camminare l'infosfera ipersatura, come l'ha definita felicemente il filosofo Bjung Chul Han nel suo Nello sciame. In molti hanno definito questa modalità di comunicazione come il tramonto dell'illuminismo. Il messaggio comunicato (come in tutta la pubblicità) non tende a convincere la mente razionale, infatti non c'è argomentazione, ma a coinvolgere le emozioni inconsce puntando su un substrato di credenze autoevidenti o di simboli ancestrali (sesso , morte, paure, tradizione, religioni, pregiudizi, bellezza..). La politica attraverso l'estetica, una modalità che ha sempre caratterizzato le destre estreme (con qualche simpatia a sinistra, certamente. 

Di cosa abbiamo bisogno. 

In un libro molto stimolante come Inventare il futuro, di Srnicek e Williams, viene descritto il concetto di «ecosistema di organizzazioni» per definire il soggetto della trasformazione sociale da loro, come da molti, atteso. Superando l'idea che la trasformazione sociale possa essere innescata da una sola organizzazione (il partito novecentesco o il sindacato, come più recenti movimenti di democrazia diretta, tutti bollati come folk politics, metanarrazioni scadute, o ideologie), gli autori ipotizzano che si possa formare una aggregazione plurale e non organica dei molteplici soggetti del cambiamento.
Ma dove può avvenire questo incontro?
A mio parere questa aggregazione può mutuare la sua possibile forma dal mercato digitale data-driven, la forma più avanzata della riproduzione sociale e della produzione del valore.
Per mercato digitale intendo tutte quelle infrastrutture informatiche, che mettono in contatto domanda e offerta, attraverso algoritmi di matching guidati dall'analisi dei comportamenti degli utenti (Facebook, Amazon, Google, Ebay, Youtube e migliaia di minori come Uber, Blabla Car, AirBnB, Twitter, Tripadvisor, Expedia, Booking...).
Trattandosi di politica, cioè di relazioni sociali, questo aggregatore politico assumerebbe la forma di un social network, mettendo le organizzazioni politiche in “concorrenza” fra di loro, unendo le “nicchie” ecologiche in una molto più ampia, con effetto di rete. Ma questo ecosistema di organizzazioni, per la trasformazione sociale verso il superamento comunitario dei rapporti sociali di sfruttamento capitalisti e post-capitalisti, non può formarsi e svilupparsi se chi gestisce quelle piattaforme prende parte al gioco dalla parte opposta. Essendo aziende quotate in borsa, che vivono di profitti, sostengono chi le paga e i governi che possono garantirgli privilegi fiscali e normativi. Non si può fare la rivoluzione con Facebook come non si può superare la mercificazione della nostra vita come clienti di un supermercato, anzi, come prodotti di un supermercato. 
Facebook, con l'acquisizione di WhatsApp e Instagram, ha assunto una posizione dominante difficilmente scalzabile che rappresenta la forma della riproduzione sociale attualmente più avanzata, in grado di trasformare e uniformare le strutture stesse del pensiero, dopo aver già stravolto le leggi del mercato.
Abbiamo quindi bisogno di un social network per la politica, separato dal mercato, in cui le regole le faccia chi ci entra, negoziandole in modo politico, perchè ha contribuito alla costruzione di quello spazio. Insomma la proprietà di questo spazio, anzi di questi spazi, deve essere comune e distribuita e siccome hanno un costo, questo costo deve essere sostenuto da tutti coloro che ne sentono il bisogno e vi partecipano.


L'ecosistema umano.

La politica nasce nelle piazze come il mercato e similmente si sviluppa. Si dice che la democrazia sia nata nella grecia classica proprio perchè i Greci erano mercanti, aperti alle differenze e abituati a contrattare. 
Ma il mercato e l'assemblea, anche sulla stessa piazza, si svolgono in orari e con modalità e regole differenti.
La democrazia è la forma politica basata sui patti fra sogetti liberi, nell'antica grecia come nella modernità borghese.
Anche, e forse soprattutto, a causa della innovazione tecnologica e delle trasformazioni sociali e antropologiche ad essa connesse, questa modernità sta tramontando introducendo quella che è stata definita da J.F.Lyotard la postmodernità. Alla società del valore si sostituisce gradualmente la società dell'informazione. 
Non possiamo oggi sapere se questa evoluzione porterà ad una concentrazione del potere e del controllo, reso possibile dalle nuove tecnologie, oppure se queste stesse tecnologie potranno essere lo strumento della diffusione del potere verso la base della piramide sociale. Questo dipenderà dalle forze della trasformazione sociale e dall'ambiente in cui queste si svilupperanno.
Il progetto, che assieme ad altri vorrei realizzare è costruire un ambiente in cui le forze sociali più progressiste, quindi orientate ad una maggiore diffusione del potere, possano svilupparsi, evolversi e affermarsi.
Una nuova forma di corpo intermedio che, in modo inclusivo, possa anche comprendere quelli già presenti, nella formula dell'ecosistema di organizzazioni.
Quello che si vuole costruire non è uno dei soggetti che si incontrano sulla piazza, geografica o telematica, ma la piazza stessa, con le sue caratteristiche di sicurezza e accoglienza molteplice. E non una sola ma molte in comunicazione fra loro. 

Nella prima parte di questo articolo avevo illustrato come quell' ”ecosistema di organizzazioni” potrebbe a mio parere prendere la forma di un social network open source federato ( FOSS ) che sappia integrare specifiche funzioni adatte al dibattito politico.

I social network federati e open source.

Perchè un ecosistema (ambiente) possa essere popolato deve avere delle caratteristiche che lo rendono attraente.
Queste caratteristiche devono rispettare la cultura egemonica storicamente determinata, devono quindi riflettere le aspettative già soddisfatte dagli ambienti esistenti, superandone alcuni limiti oppure offrendo ulteriori possibilità. Gli attuali social network open source e federati sono spesso riservati a comunità di hackers, alt-right, sex workers, gamers, LGTQB, BDSM, Manga fetish, che comunicano in modo criptico, rigorosamente anonimo, informazioni pratiche, emozioni private o disagio vario in una comunità separata.
La comunità di Diaspora, nata circa dieci anni fà e purtroppo in grave crisi, è quella più generalista, che mirava proprio a offrire un social simile a Facebook, ma libero e decentrato. 
Un software meno diffuso ma in crescita, per le sue caratteristiche di federabilità tra i vari protocolli e per l'interfaccia grafica evoluta, non troppo distante dallo standard di Facebook, è Friendica. Per questo ci stiamo orientando verso questo software, che permette di interagire con i principali social network distribuiti operanti, per poi evolvere magari verso lo sviluppo di un software specifico. 
Un progetto molto interessante è quello dell'associazione Feneas che unisce i vari nodi dei software federati con l'obiettivo dell'interoperabilità, permettendo ai milioni di utenti dei vari social di comunicare e interagire fra loro.

Segnerò con un asterisco “*” le caratteristiche già possedute da Friendica e con “+“ quelle invece da implementare.

Le caratteristiche di affinità ai social network commerciali.

Il modello è la piazza, tutto quello che un tempo si svolgeva in piazza e che oggi si svolge sulle piazze virtuali.

-L'accesso deve essere gratuito e libero, privato e, volendo, anonimo. *

-Il narcisismo, l'aspetto agonistico e «social». Sulla piazza si va per pavoneggiarsi, per sedurre, per coltivare relazioni, il cui scopo può essere il più antico del mondo (accoppiarsi), materiale come lavorare o i più vari e astratti. Quello che a noi intereressa è l'aspetto politico ma gli altri aspetti non possono essere eliminati. *

- Curiosità. Deve poter mostrare gallerie di foto e i contenuti prodotti dall'utente che costruiscono la sua «fama». *

-La molteplicità. Non vi devono essere elementi di filtro identitari. Sulla piazza si va ad incontrare «anche» i differenti fra i simili. Non deve essere una piazza privata o troppo caratterizzata. Certo può avere un carattere, lo scopo per cui esiste è diffondere la partecipazione, ma deve tutelare le minoranze e il dissenso: chi vuole solo divertirsi, chi non vuole prendere posizione. *

-Socialità. Permettere la formazione spontanea di gruppi, di scopo o semplicemente di opinione. * Attribuzione delle funzioni di amministrazione dei gruppi in modo partecipativo (punteggio, sorteggio, rotazione, votazione). +

- Comunicazione. Funzione messenger. Strumento di chat criptate anche per gruppi, scambio files, chiamate vocali e video anche di gruppo. Possibilità di associare le chat ai gruppi social. +

Le caratteristiche di discontinuità con i social network comerciali.

Questi aspetti possono essere fondamentalmente ridotti a due, la proprietà (il potere) e il governo (la decisionalità). Proprietà comune e partecipazione alla decisionalità (accesso alle informazioni, ai dati elaborati, alle decisioni, alla conoscenza e al valore prodotto) da parte degli «utenti».

-Sviluppo come protocollo federato, su software libero e licenza GNU o similare. I server (chiamati istanze o POD o semi), possono essere mantenuti da soggetti giuridici differenti: enti pubblici, associazioni, collettivi, privati. *

-Può accogliere anche le strutture organizzate con pagine istituzionali ma non deve dare a queste un eccessivo vantaggio strategico. *

-Impossibilità di sponsorizzare contenuti. *

-Consenso informato sull'uso dei dati e sul funzionamento degli algoritmi. *

-Consultabilità e spiegazione degli algoritmi usati, con possibilità di scelta (preferenze dell'utente). +

-Aspetti di gamification con valore sociale. Valutazioni da parte degli utenti con cui si interagisce-collabora che guidino gli algoritmi di matching. +

-Implementazione di strumenti decisionali (sondaggi, LQFB) associati ai gruppi di scopo o di interesse. +

-Implementazione di strumenti di market (shop personale o dei gruppi, a pagamento) +

-Proprietà comune dei Big Data prodotti e consultabilità (anonima) aperta. +

-Possibilità di importare i contenuti da altri profili social facilitando la migrazione (es.Facebook, Instagram) +

La funzione di aggregatore.

A mio parere il software potrebbe fornire vari indici per ogni aderente (pubblici se l'utente lo desidera). Uno è il posizionamento su un grafico bidimensionale Destra-sinistra / autoritaria-libertaria tipico dei sondaggi politici, in base alle scelte dell'utente più che alle sue dichiarazioni. +

Potrebbe raccogliere inoltre, tramite frequenti e brevi sondaggi, come attraverso l'analisi dei comportamenti, le preferenze dell'utente su varie tematiche politiche, civili, ambientali con lo scopo di suggerire amicizie, collaborazioni e gruppi che concordano con queste preferenze. +

La possibilità di ricercare attraverso opzioni (tipo e-bay) amicizie o gruppi (lontananza, età, campi di interesse, competenze, disponibilità). *

-L'adesione a gruppi, come alle istanze, potrebbe configurarsi da una semplice gruppo di affinità alla costituzione di una associazione, partito o sindacato con statuto proprio.

-Come servizio di base dovrebbe comprendere automaticamente un blog,* una chat con tutti gli appartenenti al gruppo + e la possibilità di fare votazioni o sondaggi con tutti gli appartenenti al gruppo. +

-Possibilità di richiedere il pagamento di una quota per l'iscrizione a dei gruppi che offrono determinati servizi. (Server e Data Base proprio, software decisionale Liquid Feedback articolato in sezioni, sedi fisiche, attività connesse allo scopo del gruppo come beneficenza, servizi mutualistici, servizi di comunicazione, riviste...). +

-Possibilità per associazioni di agire e affiliare persone attraverso l'iscrizione ad un gruppo pagando una tariffa (tesseramento, iscrizione, sostegno economico all'associazione) accettando un protocollo di trasparenza. +

-Il software dovrebbe giornalmente proporre i contenuti, i gruppi e le iniziative più adatti al profilo utente usando algoritmi di matching personalizzabili dall'utente (con opzioni). +

Lo scopo è far incontrare domanda politica con offerta politica. Opportunità di partecipazione con bisogno di partecipazione. Persone fra loro. Gruppi fra loro. Idee con consenso e energie per attuarle.

Per iniziare, il piccolo gruppo che si è formato ha deciso di aprire una istanza in lingua italiana di Friendica che speriamo a breve potrà essere attiva, a disposizione di tutti gli attivisti ma anche di tutti coloro che volessero avvicinarsi ai social network open source, autogestiti e federati. L'obiettivo è sviluppare, partendo da questo software, scritto in PhP, un linguaggio molto diffuso, quelle funzionalità utili a farne l'aggregatore politico di cui abbiamo bisogno, l'ecosistema di organizzazioni. 


Di: M. Minetti.


sabato 5 gennaio 2019

Sul Tempo libero. Perchè spariranno le cucine dalle case e altre prospettive.

Di: Rattus.
A chi fosse interessato al dibattito che c'è stato in Francia negli anni '90 sulla riduzione del tempo di lavoro, o ne ricordi qualcosa, la questione della sparizione delle cucine dovrebbe apparire in una luce particolarmente intensa e per così dire, rivelatrice. Mi concedo quindi una breve divagazione su quel dibattito francese di ormai oltre vent'anni fa. 

Daniel Mothé, esperto di lotte operaie, apriva un suo pamphlet velenoso all'indirizzo di Andé Gorz intitolato "L' utopia del tempo libero" (questo il titolo italiano del testo di Mothe, uscito qui nel 1998 per i tipi di Adelphi) con una considerazione su due usi possibili del concetto di riduzione dell'orario di lavoro. Per alcuni, la riduzione dell'orario di lavoro rappresentava esclusivamente una soluzione contro la disoccupazione.  Per costoro "Lavorare meno lavorare tutti" significava soprattutto risolvere i problemi di disoccupazione, senza preoccupazioni sull'uso e le qualità del tempo libero. Per altri, tra cui Gorz, la faccenda era molto diversa. Ma vediamo direttamente il testo di Mothé. Egli scriveva:

"Le tesi che difendono una politica di aumento incondizionato del tempo libero si basano generalmente su due serie di argomentazioni diverse. Secondo gli uni, la diminuzione del tempo di lavoro è una soluzione per risolvere il problema della disoccupazione. Il tempo libero si presenta allora come la ricaduta strumentale, piacevole per gli attivi, di una misura destinata prioritariamente ai disoccupati. In questa ottica, poco importa che il tempo libero sia piacevole o no per gli attivi, il problema essenziale concerne la diminuzione della disoccupazione. Gli altri argomenti difendono la tesi secondo cui l'aumento del tempo libero aprirebbe la strada a una società auspicabile per tutti, e in modo prioritario per coloro che lavorano. Questo approccio non è soltanto tecnico: esso è portatore di un progetto di società che anticipa un altro modo di vivere".

Ora credo che la maggior parte di noi appartenga alla seconda categoria. Quella di chi, con Gorz, annuncia la possibilità di nuovi modi di vita. Basta leggere il bel manuale di Peppe Allegri sul reddito di cittadinanza per rendersene conto.
Gorz, però, insisteva sul fatto che il consumismo era un effetto dell'alienazione, mettendosi su una linea "marcusiana" e anticonsumista (non molto amata dagli operaisti in quel periodo). Mothé, che aveva scritto il suo libretto per contestare Gorz, aveva gioco facile nel sostenere che la società del tempo libero rischiava di essere assai meno idilliaca di quanto sostenevano i suoi profeti:

"Secondo André Gorz, si potrebbe sperare che, sbarazzati dal consumo compensatorio richiesto dal lavoro, le persono operino scelte di svaghi diverse preferendo restare sulla spiaggia a guardare il mare piuttosto che navigare su barche a motore, preferendo andare in campeggio piuttosto che acquistare una residenza secondaria, preferendo servirsi di una bicicletta per viaggiare piuttosto che di un'automobile climatizzata ecc. Ancora una volta la realtà è diversa". pag. 60)
Mothé, tra le varie argomentazioni contro i teorici del tempo libero, notava come il tempo libero "miserabile" fosse facilmente catturato dal trash che, all'epoca, era prevalentemente quello di tipo televisivo. Scriveva Mothé:

"I divertimenti individuali devono essere distinti tra quelli gratuiti e quelli a pagamento. In questo campo per gli abitanti della megalopoli si trova solo la televisione come divertimento gratuito e popolare (che può essere consumato da tutti); le biblioteche e i musei rappresentano dal loro canto divertimenti élitari destinati a coloro che godono di risorse culturali." (pag. 44)


Quando Mothé affermava che esistevano divertimenti gratuiti e divertimenti a pagamento, sosteneva anche che i secondi erano gli unici degni di interesse. Se la gente chiedeva più lavoro e non più tempo libero, scriveva Mothé, una ragione c'era, ed era quella che con più denaro speravano di occupare meglio il proprio tempo libero, cioé di poter apprezzare divertimenti a pagamento sempre più idilliaci. L'unica eccezione che Mothé ammetteva a questo discorso è quella di tipo culturale, che però considerava elitaria, riservata a chi possiede "risorse culturali": i frequentatori di musei e biblioteche. Una nota a margine che ci preme fare è che l'aristocrazia era tale perché disponeva di un "patrimonio" culturale fatto essenzialmente di tempo libero e formazione. La classe operaia non poteva godere di quelle "risorse" perché erano un lusso rispetto alle esigenze di sopravvivenza quotidiana. Rude razza pagana, prediligeva "panem et circenses". Ma oggi ?



Qui c'è spazio anche per riflessioni intorno al contemporaneo trash internettiano e sui suoi effetti. Facciamone almeno una: Umberto Eco, intervistato da Giovanni Turchetta su massmedia e dintorni, sostenne, in una delle sue ultime lezioni, che in Internet esistono "ricchi" e "poveri". I ricchi saremmo noi, quelli che possono fare un uso avanzato della rete, perché sanno come usarla e cosa cercare. I poveri sarebbero quelli che non sono stati minimamente alfabetizzati e la ricevono per la prima volta attraverso lo smartphone, piena di pubblicità e di facezie. Lo stesso Mothé, nel passo citato sopra, poneva il problema in termini di "risorse culturali". Ma cosa significa avere "risorse culturali" ?
L'argomento, all'epoca, evocava concetti come quelli espressi in una splendida poesia di Pasolini, intitolata appunto "La ricchezza", dove il poeta ricordava i suoi trascorsi di disoccupato a Roma:

L'essere povero era solo un accidente
mio (o un sogno, forse, un'inconscia
rinuncia di chi protesta in nome di Dio...)

Mi appartenevano, invece, biblioteche,
gallerie, strumenti d'ogni studio: c'era
dentro la mia anima nata alle passioni,
già, intero, San Francesco, in lucenti
riproduzioni, e l'affresco di San Sepolcro,
e quello di Monterchi: tutto Piero,
quasi simbolo dell'ideale possesso,
se oggetto dell'amore di maestri,
Longhi o Contini, privilegio
d'uno scolaro ingenuo, e, quindi,
squisito... Tutto, è vero,
questo capitale era già quasi speso,
questo stato esaurito: ma io ero
come il ricco che, se ha perso la casa
o i campi, ne è, dentro, abituato:
e continua a esserne padrone...
( http://xoomer.virgilio.it/mailinversi/pasolinipoesie.htm )

A una ragazza che gli scrisse su «Vie Nuove» di voler studiare all'università, ma di non avere i soldi per farlo, Pasolini rispose così:

"Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell'esperienza speciale che è la cultura".


Il tema di questa presunta "ricchezza" culturale ricorre con una certa frequenza nei testi di Pasolini.
Sono dell'idea che la cultura nel senso in cui la intendeva Pasolini non costituisca, oggi, la ricchezza che rappresentava per lui ai suoi tempi. E come tale non costituisca, in quei termini, una reale alternativa. Questa è una delle spiegazioni del fallimento del perbenismo culturale umanista sulla linea Scalfari/Galimberti. L'argomento va indubbiamente approfondito su altre frequenze (a partire dalla polemica Foucault/Baudrillard). Per ora, basti dire che chi volesse seguire alla lettera il consiglio di Pasolini di "leggere leggere e leggere" in rete, finirebbe dritto nel trash (Eco docet) e poi, probabilmente, in un centro di riabilitazione psichiatrica. Rimane tuttavia aperta la questione fondamentale della pasta e patate. Su cui torneremo. 

Rattus

domenica 30 dicembre 2018

La redistribuzione e riduzione del tempo di lavoro individuale a parità di salario e ruolo trainante della P.A.

di: Matteo Minetti  (Quaderni Cestes N. 18 Maggio 2018, Cestes-USB, Ed. Efesto, pp.53-67)


Lavorare tanto in pochi o poco in tanti?

C’è una considerazione che chiunque può fare: la tecnologia e l’organizzazione del lavoro hanno ridotto il tempo di lavoro necessario a produrre beni e servizi in una società dell’abbondanza. Il valore aggiunto è molto di più il risultato di investimenti in innovazione tecnologica e infrastrutture piuttosto che della maggiore quantità di lavoro umano.(1)
Tab01 -Fonte: Istat 1995-2015 Misure di Produttività. www.istat.it

Nel breve periodo (Tab01) la produttività del lavoro non sembra aumentata di molto ma sul lungo periodo l'aumento è impressionante e non si è accompagnato ad un corrispondente aumento dei salari o diminuzione degli orari di lavoro. Osserviamo il grafico (Tab02), che mostra i dati italiani in valore del PIL (in Dollari US ) per ora lavorata in Italia (in rosso), a confronto con la media OECD (in nero).

 
Tab02 - Fonte: OECD - GDP per hour workedTotal, US dollars, 1970 – 2016
Source: GDP per capita and productivity growth

Di fronte a questa situazione, ci sono due possibilità: far lavorare tanto poche persone o poco tante persone.
La prima soluzione è apparentemente più economica in quanto i salari non sono commisurati alla produttività bensì al costo di riproduzione della forza lavoro, che è suppergiù uguale per tutti. Inoltre, applicando il dogma neoliberista, si limita la spesa pubblica, pensando di rendere più efficienti i processi produttivi.
Così non si tiene conto del fatto che le risorse risparmiate nell’efficientamento sono la sussistenza materiale di milioni di cittadini che sono relegati nell’indigenza della sotto-occupazione, con l’effetto aggiuntivo di abbattere la domanda interna e, di conseguenza, anche la produzione di beni e servizi. Un effetto che produce sofferenza economica e diminuzione del PIL.
La seconda soluzione, quella della redistribuzione del lavoro necessario, e quindi della riduzione del tempo di lavoro individuale, sembra antieconomica perché aumenta il costo orario del lavoro, ma globalmente è vantaggiosa per tutti. Anche senza considerare l’aspetto non direttamente monetizzabile del miglioramento della qualità della vita, la maggiore disponibilità di tempo libero e di reddito complessivo attribuito ai salari, avrebbero un effetto di supporto alla domanda aggregata, quindi una maggiore richiesta di beni e servizi con un effetto moltiplicatore sul PIL.
Per innescare questo processo, la riduzione degli orari deve essere consistente e sopravanzare il contestuale aumento della produttività (sviluppo senza occupazione).
Questa è la critica principale da sinistra, alla legge sulle 35 ore in Francia del 1997, secondo cui la riduzione sarebbe stata troppo ridotta per ottenere un effetto importante sull'occupazione, che comunque si è attestato su circa 350.000 nuovi posti di lavoro tra il 1998 e il 2002.(2)



Il ruolo dello Stato e l'indirizzo della spesa pubblica.

In un'ottica post-keynesiana, il ruolo dello Stato come soggetto economico in grado di governare la crisi del capitale è assolutamente necessario.
Nella prospettiva neo-liberista, la disoccupazione è un bene per gli imprenditori e un male per i lavoratori, nel cui mercato l'offerta è maggiore della domanda, perché abbassa il costo del lavoro. Se valutiamo la società nel suo complesso, però, la disoccupazione che erode i redditi della classe lavoratrice, tra chi non lavora affatto e chi lavora per salari più bassi, con la minore spesa destinata ai consumi e «l'effetto materasso», che porta a risparmiare in vista di tempi più duri, provoca la chiusura in massa di esercizi commerciali, la caduta dei prezzi e quindi anche dei profitti per tanti imprenditori. L’esito è la chiusura di impianti produttivi e lo spreco di risorse umane e materiali che diventano eccedenti, quindi inutilizzate. Il capitale si sposta facilmente in altri paesi ma le persone rimangono intrappolate nella situazione impoverita. Sia i lavoratori che i piccoli imprenditori.
Cosa può fare quindi lo Stato per contrastare questo generale impoverimento intervenuto nell'abbondanza, anzi, proprio a causa dell'abbondanza? La difficoltà di creare il lavoro, seppure vi siano molti bisogni insoddisfatti, si è aggravata anche per i limiti di spesa imposti inizialmente dal Trattato di Maastricht (1992) e successivamente dal Patto di stabilità e crescita (1997) e poi dal fiscal compact del 2011. Una via praticabile, è quella di far leva sulla ricchezza accumulata dal capitale e dalle rendite.
Il 10% degli Italiani possiede il 50% della ricchezza complessiva. Nel 2014 «secondo quanto rileva un rapporto dell'Ufficio studi di Bnl, c’è stato il sorpasso. La ricchezza mobiliare (conti correnti, azioni, titoli di Stato, polizze, fondi comuni) delle famiglie italiane è salita a 3.858 miliardi»(3) ed è in crescita. Questa cifra è circa il doppio del debito pubblico italiano.
Vista la difficoltà, e l'assente volontà politica, di imporre regole rigide ad un mercato reso flessibile da anni di riforme neoliberiste (privatizzazioni, esternalizzazioni, precarizzazione e decontrattualizzazione del lavoro dipendente, abbassamento aliquote IRPEF..), si può cercare di raggiungere l'obiettivo attraverso la spinta trainante del settore pubblico, che è pur sempre il più importante agente di spesa nel Paese, favorendo l’internalizzazione di tanti servizi finora dati in appalto e riducendo contemporaneamente gli orari di lavoro, per massimizzare l'effetto sull'occupazione.
Anche un economista post-keynesiano come Minsky, nel 1969, rilevava l'utilità dello Stato come «datore di lavoro di ultima istanza» per contrastare disoccupazione e crisi economica. «Le masse urbane richiedono un allargamento del settore dei servizi pubblici e urbani. La necessità di equalizzazione salariale richiedono un governo che espanda l'occupazione a salari crescenti. Questi programmi potrebbero portare benefici visibili ai nuovi poveri e quindi potrebbero essere fattibili»4.
La posizione di Minsky sottolinea la maggiore utilità dell'impiego pubblico, rispetto a forme di sussidio al reddito che, seppure sostengano la domanda aggregata, non forniscono alcun vantaggio in termini di servizi alla collettività, quindi alla soddisfazione di bisogni.
Pensiamo a tutto il settore degli asili nido e scuole per l'infanzia che non soddisfano lontanamente la domanda, la sanità, i trasporti pubblici, l'istruzione superiore e l'università. Ci sono poi quei settori abbandonati da anni o dati in appalto a strutture inefficienti come quello della tutela del territorio, la manutenzione stradale, la prevenzione del dissesto idrogeologico, spegnimento degli incendi boschivi (attualità estiva), la bonifica ambientale di territori devastati che potrebbero essere attivati da uno Stato come datore di lavoro di ultima istanza.5
Ci ricordiamo l'Italia come era prima? Prima del 1992 «lo Stato imprenditore aveva in carico il 16% della forza lavoro del Paese, controllava l’80% del sistema bancario, tutta la logistica (treni, aerei, autostrade), la telefonia, le reti delle utility (acqua, elettricità, gas), pezzi importanti della siderurgia e della chimica, il principale editore del Paese (la Rai). E poi, assicurazioni, meccanica, elettromeccanica, fibre, impiantistica, vetro, pubblicità, spettacolo, alimentare. Persino supermercati, alberghi e agenzie di viaggi.»6
Non si tratta di tornare al passato ma tornare a praticare soluzioni keynesiane, possiamo dire socialdemocratiche, di controllo del mercato e gestione politica delle forze economiche.


Il vantaggio redistributivo delle internalizzazioni.

Dall'epoca delle grandi privatizzazioni, inaugurata dal governo Amato del 1992, con Draghi al Tesoro, proseguita con Prodi e supportata dai governi di centro-destra e centro-sinistra in sostanziale continuità, gran parte della spesa pubblica è andata ad accrescere i profitti di aziende private o semi private, in cui i profitti erano sempre privati e le perdite pubbliche (vogliamo citare Alitalia?). Nei servizi pubblici, dati in appalto ad aziende private, oltre alla componente di spesa dei salari troviamo una parte importante che va ai profitti di impresa, agli intermediatori (legali o meno, tangenti comprese), ai primi appaltatori che spezzettano la commessa e la subappaltano a prezzo inferiore.
Ma lo Stato deve tutelare i profitti dei privati o la coesione sociale e il benessere dei suoi cittadini? La nostra unica possibilità è legata alla nostra capacità di superare il dogma del libero mercato, in realtà ben sostenuto dalla burocrazia statale, imposto dagli anni '80 del Washington Consensus e trasferito fino agli epigoni del centro sinistra di ieri e oggi, ben riassunto, ad esempio, nell'attività accademica e di consulenza alle amministrazioni del Prof. Riccardo Mussari, docente ordinario a Siena, fratello dell' Ex-Presidente di MPS e ovviamente in quota PD. 7

Esternalizzazione e precarizzazione del lavoro
Le posizioni liberiste che hanno modificato profondamente il sentire comune, con l'egemonia culturale conquistata grazie alla interessata proprietà dei mezzi di comunicazione e alla cooptazione del mondo accademico, non fanno che decantare le virtù delle esternalizzazioni. La maggiore efficienza (costo/unità di servizio) delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni, tutta da dimostrare anche in base alla qualità del servizio finale erogato, va in realtà a discapito dell’occupazione e della creazione di ricchezza.
Facciamo un esempio pratico. La pubblica amministrazione fa largo uso di sistemi informatici di gestione ed elaborazione dei dati e di personale addetto a raccoglierli, aggiornarli, manutenerli. Fino a tutti gli anni '80 il personale era tutto interno alla P.A., anche se la formazione tecnica, assieme alle macchine, erano fornite principalmente da IBM (con l'acquisizione di Olivetti e Bull alla General Electric, la quota USA arrivava al 70% in Europa)8. Installatori, manutentori, sistemisti, programmatori, ingegneri, analisti, operatori. Parliamo di migliaia di persone con competenze d'avanguardia (all'epoca), inquadrate contrattualmente come dipendenti pubblici.

Successivamente, dagli anni '90, complici la politica dei partiti e i sindacati confederali, società di proprietà pubblica vengono privatizzate, come Finsiel proprietà di IRI, nel 1997 ceduta a Telecom Italia e nel 2005, ormai spogliata, acquistata da Almaviva. Durante tutti gli anni '90 i servizi informatici vengono quasi totalmente esternalizzati a società private, che hanno avuto contestualmente un periodo d'oro. All'obsolescenza dei sistemi proprietari utilizzati nei mainframe IBM e con l'abbassamento dei prezzi dell'hardware, la spesa principale si è spostata sul Software e su appalti esterni. Oracle, Microsoft, SAP e altre aziende multinazionali hanno monopolizzato i sistemi mentre lo sviluppo del software veniva commissionato a grandi aziende, spesso multinazionali anch'esse, che a loro volta appaltavano progetti, o parti di essi, ad altre aziende più piccole, le quali assumevano personale con contratti a tempo, limitati allo svolgimento di quella parte del progetto, di solito trimestrale, o affittavano da aziende ancora più piccole, o di somministrazione, «consulenti» fatturati a giornata. Il cosiddetto «Body rental» (affitto di corpi) degli anni 2000.
Lungi dall'essere tecnocrati, questi depositari delle competenze lavorative («forza lavoro» direbbe qualcuno) più all'avanguardia si configuravano oramai come cognitariato, una nuova forma di operaio frammentato, inquadrato nella categoria dei metalmeccanici, se assunto regolarmente, ma nella stragrande maggioranza a «Progetto» e Co.Co.Pro, introdotti nel 2003 dalla Legge Biagi (legge del 14 febbraio 2003 n. 30, in realtà Maroni, allora Ministro del Lavoro) o tramite lavoro interinale, già previsto dal Pacchetto Treu nel 1997. Queste tipologie di contratto abolivano completamente le ferie, la malattia, i permessi, la maternità (in questo caso la madre concludeva il contratto e poteva essere licenziata al rientro), persino i versamenti pensionistici non avevano lo stesso valore di un lavoratore a tempo indeterminato. In deroga all'articolo n. 36 della Costituzione Italiana, sembrerebbe.

A fronte di una maggiore potenza tecnologica e di costi minori, sia per l'hardware che per il software (anche le competenze si erano diffuse ed erano diventate più accessibili, grazie alla rete e ai numerosi corsi universitari) i servizi forniti alla P.A. hanno comunque aumentato i loro costi, arrivati nel 2002 ai massimi livelli, oltre i 2 Mld di euro solo per la P.A. Centrale, (stabilizzati sui 1.600-1.700 negli anni 2007-2008)(9) e ora in netto rilancio con un progetto da 5,6 Mld per il 2018 (10), divisi in molteplici voci, di molto eccedenti i salari dei dipendenti, che si sono nel frattempo abbassati drammaticamente. Profitti per le aziende fornitrici di software e formazione, profitti per le licenze dei sistemi operativi (centinaia di milioni a Microsoft per anno perchè non viene imposto l'uso di software libero e gratuito), profitti per gli imprenditori del settore ITC delle tre o quattro aziende appaltanti e subappaltanti a catena, stipendi e provvigioni per dirigenti e commerciali delle suddette aziende e in ultimo stipendi per contratti a tempo determinato, in somministrazione, o contratti a partita Iva e raramente a tempo indeterminato, per chi effettivamente svolge il lavoro. Solo una minima parte del costo dell'appalto va ad analisti, ingegneri, programmatori e sistemisti, i quali prima avrebbero svolto il loro lavoro, pagato correttamente, tutelato da contratti collettivi, all'interno della P.A.

Dov'è la convenienza? Come dicevo, nella tutela dei profitti d'impresa e nella possibilità di distribuire politicamente i soldi pubblici ad amici, clienti e sodali, grazie alle gare d'appalto.
Un sistemista Microsoft per la P.A., dieci anni fa costava 900 euro al giorno. Al dipendente ventenne, dipendente a tempo determinato andavano 100 euro lordi al giorno. Oggi che i prezzi sono scesi, si va dai 200 ai 600 euro al giorno, anche il fenomeno degli appalti a catena è quasi scomparso. È veramente più conveniente per lo Stato e per la società tutta, chiamare un consulente solo per i giorni in cui serve, piuttosto che assumerlo e averlo sempre a disposizione? Alla P.A. paradossalmente converrebbe assumerlo anche per farlo lavorare solo pochi giorni al mese, e sarebbe comunque vantaggioso ridurgli l'orario a sei ore al giorno. Inoltre, la differenza tra i 200-600 euro del costo giornaliero del consulente esterno e i 100-250 euro lordi giornalieri, percepiti dal dipendente, non vanno certo tutti a sostenere la domanda aggregata, come abbiamo precedentemente dimostrato.

Questo breve richiamo all’esperienza concreta vissuta negli ultimi decenni nel settore informatico dimostra che se le esternalizzazioni, a parità di spesa, riducono la domanda aggregata, esse riducono parimenti la qualità e la quantità dell'occupazione , l’inversione della direzione di questo processo, con le internalizzazioni dei servizi, può contribuire ad avviare la soluzione del problema della sotto-occupazione e della precarizzazione.


La Pubblica Amministrazione come volano del processo.

L'orario di 36 ore settimanali nella P.A. (art. 17 del C.C.N.L. del 06.07.95, comma 1) è stato realizzato sulla spinta del dibattito sulla riduzione del tempo individuale di lavoro che ha portato ad esempio in Francia alla legge sulle 35 ore e in Italia alla proposta di legge che si sarebbe dovuta concretizzare nel 1998. Sono passati esattamente 20 anni. Il protocollo d'intesa tra il governo e Rifondazione Comunista del 14 ottobre 1997 venne pesantemente osteggiato. «La maggior preoccupazione di imprenditori e sindacati sembra essere, in definitiva, quella di uno «scavalcamento» delle loro competenze. Le loro dichiarazioni paiono disconoscere allo Stato la facoltà di imporre, anche se a fini sociali, un limite rigido alla durata del tempo della prestazione lavorativa.»(11)
Al momento attuale, con la deregolamentazione del mercato del lavoro, l'uso massiccio di voucher e partite IVA che mascherano lavoro dipendente, intervenire per legge, con una riduzione generalizzata degli orari di lavoro a parità di salario, non porterebbe neppure gli effetti auspicati in quegli anni, in cui, ricordiamo, la crisi del 2002 e del 2008 non si erano ancora fatte sentire e la rivoluzione neoliberista non era stata ancora completamente attuata.
L'effetto della riduzione dell'orario del lavoro pubblico, attuata nel 1995, è stato vanificato, in termini occupazionali, dai limiti di spesa imposti dall'Europa, dai tagli lineari su bilanci e organici delle amministrazioni, realizzati con il taglio di servizi, blocco del turnover (l'età media è di 50 anni), esternalizzazioni e ricorso al lavoro precario.
«I tagli al personale, che dal 2007 a oggi hanno riguardato il 5% dei lavoratori, vale a dire 237.220 persone» (12) hanno assorbito tutta la spinta occupazionale della riduzione di orario.

Oggi l'unica possibilità di rimettere in moto una inversione di tendenza può partire da ciò che lo Stato, e quindi la politica, controlla direttamente, ovvero la Pubblica Amministrazione. Occorre che con coraggio e visione più ampia di una legislatura, ricorrendo magari a soluzioni sperimentali per ricavare le risorse finanziarie necessarie, si attui una imponente operazione di internalizzazione dei servizi con una contemporanea riduzione di orario a parità di salario, per sostenere l'occupazione. «Le politiche keynesiane, quando vengono coerentemente interpretate,[...] rappresentano dunque la forma pratica coerente di un tentativo di dar vita a un sistema del diritto al lavoro»(13), in un momento in cui rivendicare questo diritto, non è solo legittimo, ma assolutamente necessario, per non incorrere in un aggravamento della crisi economica.
La spinta dell'incremento numerico di centinaia di migliaia di nuovi occupati giovani (basta un piccolo incremento percentuale sui 3,2 milioni di dipendenti pubblici) sull'intero sistema del mercato del lavoro potrebbe, questo sì, risollevare la domanda interna, i consumi e l'occupazione anche nel settore privato. Anche lì bisognerebbe agire sulla contrattazione coerentemente con l'obiettivo nazionale della riduzione di orario a parità di salario, almeno a 32 ore settimanali, forti di una maggiore capacità di negoziazione acquisita con il raggiungimento dell'obiettivo del settore pubblico.

Fonte: ISTAT l'Italia in cifre 2016 - Lavoro

Possiamo osservare dai dati recenti, che gran parte dei lavoratori hanno orari inferiori alle 40 ore, ma in molti casi questi sono dovuti a part-time involontari, quindi non ad una scelta ma ad una situazione di sotto occupazione che non garantisce un livello di salario sufficiente. Bisogna accettare la riduzione in atto dei tempi di lavoro, considerare ormai gli orari ridotti come normali e maggiormente sostenibili per il sistema nel suo complesso, equiparandoli verso il basso e remunerandoli con il salario pieno.
Il tema della riduzione del tempo di lavoro individuale, a parità di salario, deve essere oggi il tema centrale del movimento dei lavoratori per la redistribuzione del lavoro necessario, in modo più equo fra tutti.
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1 «Nel 2015 il valore aggiunto dell'intera economia ha registrato una crescita dello 0,9% rispetto al 2014. La produttività del lavoro, calcolata come valore aggiunto per ora lavorata, è diminuita dello 0,3 %, quella del capitale, misurata dal rapporto tra valore aggiunto e input di capitale, è aumentata dell’1,9%.» [Istat: 1995-2015 Misure di Produttività. www.istat.it ]
2 Secondo il Servizio statistico del ministero del Lavoro francese (DARES) le 35 ore hanno creato 350.000 nuovi occupati tra il 1998 e il 2002.
3 Fabio Pavesi, http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-11-30/il-paradosso-due-italie-ricchezza-privata-record-a-4mila-miliardi-e-debito-pubblico-massimi-171629.shtml
4 H.P. Minsky, Combattere la povertà. Lavoro non assistenza, Ediesse, Roma, p.149.
5 S.Farolfi, Intervista a Gallino: prima il lavoro, Sbilanciamoci, luglio 2013, in: Marco Craviolatti, E la borsa e la vita, Ediesse, Roma 2014, p.97.
6 Francesco Pacifico http://www.lettera43.it/it/articoli/economia/2013/11/22/privatizzazioni-tentativi-e-risultati-dal-1992-al-2013/104506/
7 Riccardo Mussari, L’oggetto dell’indagine: il concetto di esternalizzazione nelle amministrazioni pubbliche, in: Dipartimento della Funzione Pubblica, Le esternalizzazioni nelle amministrazioni pubbliche. Indagine sulla diffusione delle pratiche di outsourcing, a cura di: D’Autilia M.L. e Zamaro N., ESI, Roma, 2005.
8 Giuseppe Nicolosi e Fabrizio Fassio, I Visionari.L'ambigua Utopia digitale, Manifestolibri, Roma, 2018, p.54.
9 CAMERA DEI DEPUTATI, XVI LEGISLATURA, Doc. XIII, n. 2-ter (Allegato III) p. 6.
10 Agenzia per l'Italia digitale, Presidenza del Consiglio dei Ministri - Piano triennale per l'informatica nella Pubblica Amministrazione 2017-2019, p. 95.
11 Marcello Pedaci, Le 35 ore in Italia, Ires Abruzzo, Pescara 2001, p. 85.
12 http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/05/24/statali-quanti-sono-quantoguadagnano_Q268eaZhNf n0mzNyjt13II.html

13 Giovanni Mazzetti, Diritto al lavoro. Beffa o sfida?, Manifestolibri, Roma, 2014, p. 131.

domenica 23 dicembre 2018

Agosto 2018. La serialità del male.

Agosto 2018. La serialità del male - di: Rattus

Agosto 2018. Nel corso di quel mese abbiamo seguito tre vicende di gravità inaudita, di cui abbiamo avuto notizia dai mezzi di informazione: La morte per incidente stradale di sedici lavoratori agricoli occasionali in Puglia, il suicidio di otto tassisti di New York, quasi sicuramente dovuta al diffondersi di nuovi sistemi di trasporto pubblico che stanno via via sostituendo i tradizionali taxi e, infine, la scoperta, a Palermo, di una società di truffatori che convinceva persone disperate a sottoporsi alla frantumazione delle ossa degli arti per simulare incidenti stradali e quindi ottenere dei rimborsi dalle assicurazioni.
 
Riflettendo su queste tragedie ci è parso chiaro che c'era un filo rosso che le lega una all'altra: la progressiva riduzione del lavoro necessario ad opera dei processi di automazione. Ma è bene mettere subito in chiaro che questo non è un testo "luddista" o in qualche modo contrario all'innovazione tecnologica. Tutt'altro. Meglio però procedere con ordine, e partire dagli incidenti stradali avvenuti in Puglia e costati la vita a sedici giovani braccianti agricoli.
Molte forme di raccolta della frutta o degli ortaggi, in ambito agricolo, sono oramai del tutto automatizzate.
Del resto l'agricoltura è un settore in cui, come è noto, abbiamo avuto, nel corso del Novecento, la più drastica riduzione di manodopera che la storia umana abbia mai conosciuto. Per fare un esempio recente di automazione del lavoro dei braccianti agricoli si può prendere come esempio la produzione vinicola. Oggi i vigneti possono essere progettati lasciando che tra un filare e l'altro vi sia solo lo spazio necessario per farvi passare le macchine che copriranno tutte le operazioni principali un tempo svolte da operatori umani: potatura, protezione da parassiti, raccolta dell'uva (vendemmia). Perfino per la vendemmia, grazie a queste tecnologie, si è giunti alla completa raccolta automatica dei singoli acini da ciascuno grappolo, in modo tali che i raspi restano a seccare sulla pianta mentre gli acini (i chicchi) vengono asportati. Le vendemmie che vengono realizzate ancora a mano sono in genere quelle dei vigneti di impianto meno recente. Ma l'effetto dell'automazione sui prezzi del vino sul mercato si fa sentire. In Italia i vigneti spesso si impiantano ancora come si faceva trent'anni fa, scegliendo deliberatamente di fare ricorso ai braccianti agricoli. Tuttavia è inevitabile pagare questa manodopera con tariffe orarie molto basse, se si vuole restare sul mercato e competere con chi ha meccanizzato il lavoro integralmente. Norbert Wiener, il fondatore della cibernetica, sostenne che la macchina automatica era l'equivalente, in economia, del lavoro schiavistico e che qualsiasi lavoro che si fosse trovato a competere con il lavoro degli schiavi avrebbe dovuto "accettare le condizioni economiche del lavoro degli schiavi". La situazione che si rileva in Puglia nel periodo estivo di raccolta dei pomodori, in molti casi, rasenta effettivamente lo schiavismo sia per i pagamenti miserabili, sia per le condizioni di vita e di lavoro animalesche cui i braccianti sono sottoposti. Sarà la magistratura ad accertare le responsabilità dei due gravi incidenti, ma la strage di braccianti extracomunitari dell'Agosto 2018 è stata sicuramente anche conseguenza di questo incredibile degrado delle condizioni di lavoro. Si dirà: è la legge del mercato. Ma davvero dobbiamo rassegnarci all'assurda idea che i mirabolanti progressi di scienza e tecnologia abbiano avuto come risultato principale quello di far tornare la schiavitù ? È davvero solo questo il senso del tanto celebrato "progresso" ?
 
La vicenda dei tassisti di New York per molti versi è analoga e altrettanto drammatica. I giornali hanno documentato una lunga serie di tragedie personali e familiari che si sono susseguiti lungo tutto il 2018. Ben otto suicidi. I tassisti di New York hanno dovuto fronteggiare la gig economy e il relativo ingresso sul mercato del trasporto di Uber, Lyft e altre società di trasporti privati basate su piattaforme informatiche. Molti di loro si erano indebitati per avere un cosiddetto "medaglione" una licenza di auto-impresa che finalmente gli avrebbe permesso di diventare del tutto autonomi. Oggi, con l'ingresso di una concorrenza massiccia come quella introdotta dalle piattaforme, questi tassisti hanno dovuto moltiplicare la loro presenza sulle strade, lavorando su turni di  quindici- diciotto ore al giorno, mentre il valore economico di quelle licenze, che in molti casi stavano ancora pagando, ha iniziato a scendere vertiginosamente. Un "medaglione" che fino a due anni fa valeva un milione di dollari oggi ne vale 200.000. Non è difficile capire perché il sistema nervoso di alcuni di questi lavoratori abbia ceduto.

Anche in questo caso si deve rilevare amaramente come una forma di progresso indiscutibile, quale la realizzazione dei sistemi di geo-localizzazione, abbia avuto come immediata conseguenza un drammatico peggioramento delle condizioni di lavoro di un'intera categoria di lavoratori. Il funzionamento delle piattaforme che regolano servizi di traffico stradale come UBer integra una serie di straordinari progressi tecnologici, che vanno dalla velocità di trasmissione alla potenza di calcolo dei microprocessori. C'è di mezzo, insomma, l'intera linea evolutiva che ha permesso la crescita e la diffusione degli smart-phone. Tuttavia, la geo-localizzazione ne costituisce sicuramente l'elemento più importante. Un'innovazione originariamente pubblica, nata per scopi militari, basata sui segnali inviati da un gruppo di satelliti in rotazione intorno alla terra.
Spesso si dimentica che in passato portare il taxi significava avere "in testa" un'articolata mappa della città, che veniva appresa attraverso anni di esperienza. Se questo è vero per grandi città come Roma o Milano, figuriamoci per New York. Queste conoscenze conferivano al tassista un certo orgoglio professionale, un'idea intorno al valore delle proprie competenze. L'introduzione di sistemi automatici in grado di calcolare la strada da percorrere e suggerirla in tempo reale a chi guida il mezzo ha reso queste conoscenze quasi del tutto superflue. D'accordo: nessuno se ne lamenta. Ma intanto questo ci aiuta a comprendere il significato originario ed elementare che gli informatici di un tempo assegnavano al termine "Intelligenza Artificiale". All'origine si trattava di un termine che indicava semplicemente la sostituzione di alcune forme di intelligenza umana con dei dispositivi in grado di fornire prestazioni analoghe e possibilmente migliori a quelle erogate dall'uomo. Non si trattava di qualcosa di così diverso da quanto avveniva in agricoltura con i sistemi di raccolta automatica: come un dispositivo meccanico può sostituire il lavoro manuale dei braccianti, così un dispositivo di intelligenza artificiale può eliminare la necessità di una memoria spaziale ricca ed evoluta come quella che era indispensabile ad un tassista di New York fino a vent'anni fa. Ne più ne meno.
Per ora la risposta politica della città di New York al fenomeno è stata nel segno del soluzionismo: terapie antidepressive gratis per i tassisti che ne fanno richiesta. Fantastico !

Il terzo grave episodio di cronaca di Agosto 2018 che abbiamo menzionato, quella della società di truffatori di Palermo, apparentemente non sembra riconducibile a qualche tipo di automatismo. Ma la creazione di un'organizzazione, una sorta di dispositivo finalizzato a provocare delle invalidità per ottenere dei risarcimenti dalle assicurazioni, ci ha spinto a chiederci seriamente a quale livello di follia possa giungere un sistema economico e sociale che non riesce a creare condizioni di vita, di lavoro e di reddito normali o comunque accettabili per tutti. Si tratta dell'episodio che ha scatenato l'impulso che ci ha fatto realizzare questo lavoro. La logica punitiva e legalistica che prevale oggi in questo paese si limita ad evocare durissime sanzioni da infliggere ai responsabili, ma non si interroga sulle vittime, su quelli che in cambio di qualche migliaio di euro si sono resi disponibili per lasciarsi fracassare un braccio o una gamba con dei dischi d'acciaio da sollevamento pesi. Su questo argomento i giornali hanno glissato con i soliti riferimenti a tossicomani e alcolisti. E pensare che già nel 1963, in un gran film di Vittorio De Sica intitolato il Boom (1963), il protagonista, un imprenditore edile romano pieno di debiti, magistralmente interpretato da Alberto Sordi, si rassegnava a vendere un proprio occhio per poter continuare a mantenere il tenore di vita elevato in cui aveva vissuto fino a quel momento. A quanto pare non si tratta di questioni che interessano esclusivamente homeless e alcoolisti.  
E si dovrebbe riflettere sul fatto che la vicenda di Palermo è venuta alla luce perché c'è stato un decesso, quello di un giovane tunisino a cui le fratture hanno provocato un'emorragia interna. Gli attenti controlli di medicina legale sul corpo del tunisino hanno permesso agli investigatori di individuare la truffa e a risalire all'organizzazione criminale. Viene da chiedersi: quante altre ce ne saranno di organizzazioni simili ?
L'automatismo andrebbe cercato arrivando alla generalizzazione di questa domanda. Esiste una sorta di "serialità del male", una filiera del disagio da fine del lavoro, una "Fabbrica dell'infelicità" legata alla raggiunta incapacità del lavoro umano di essere realmente produttivo?