venerdì 15 febbraio 2008

COXSA - Una libera università

La maggior parte delle persone si sono formate in famiglia, nella scuola e nell’ambiente sociale da cui provengono. Raramente dopo l’adolescenza studiano per proprio piacere, o fanno esperienze significative, o collaborano con persone al di fuori della propria sfera professionale.

Questo fa si che molti di noi, arrivati ad una certa età, si fermano. Pensano di aver raggiunto delle certezze, pensano di aver capito cosa vogliono e come raggiungerlo. Queste certezze sono spesso frutto di una educazione istituzionalizzata impartita in famiglia o a scuola o in vari ambienti sociali, in primis sul lavoro, ma anche tramite i programmi televisivi, i giornali, le riviste...

Anche volendo rimettersi in discussione, e già questo non è frequente, risulta difficile trovare un ambiente stimolante e funzionale ad un proprio ulteriore accrescimento culturale. Non si tratta solo di immagazzinare ulteriori informazioni e nozioni, come spesso fa un autodidatta, che riesce a raggiungere una vasta cultura enciclopedica, bensì di continuare a fare esperienze formative in cui, confrontandosi con altri, esperti in altre discipline o comunque curiosi di confrontarsi, si migliorano le proprie capacità di agire nel mondo.

Non si tratta di sapere più cose, ma di capirle, insomma.

Questo mettere in dubbio le facili certezze che ci vengono proposte si chiama spirito critico ed è mortalmente combattuto da tutto il sistema formativo e informativo.

Sulla standardizzazione di conoscenze e comportamenti si basa il successo della nostra società di massa. La fornitura di beni e servizi, come di prodotti culturali, necessita di una cultura pluralista ma omogenea da esportare come uno stampo in ogni parte del pianeta.

E’ infatti la libera adesione a paradigmi culturali che porta le persone a sottomettersi alle condizioni di lavoro e di vita che caratterizzano la produzione nella nostra epoca.

Prima gli schiavi dovevano essere incatenati per non fuggire. Oggi accorrono a milioni per poter possedere il telefono con le suonerie polifoniche e le scarpe con le molle.

E’ una cultura globale che indica il valore in un servizio che può essere acquistato. Chi mette in dubbio questa cultura, mette in dubbio la necessità incontrovertibile di questo sistema di produzione e consumo e i suoi rapporti gerarchici conseguenti.

Quindi non sarà mai un istituzione “di utilità sociale” a favorire lo sviluppo del pensiero critico.

Per questo solo una struttura nata e autogovernata dal basso può aiutare i singoli soggetti parcellizzati a cordinarsi per accrescere il proprio potenziale critico in vista del perseguimento del proprio benessere, inteso come coerente persecuzione dei propri interessi.

Nessun commento: