venerdì 5 dicembre 2008

Panamericana - Viaggio in pullman Peru e Cile - ridotto Lima Santiago

Tra il 25 ottobre e il 21 dicembre io e la X alice siamo in viaggio tra Lima (Perù) e Buenos Aires (Argentina) utilizzando pullman. Chi volesse aggregarsi o incrociare il nostro itinerario ci contatti alla mail del blog (infocoxsa@gmail.com)

in rosso l'itinerario previsto di
massima.
Matteo X e Alice X

Oggi 26 ottobre siamo arrivati a Lima alle 5.10 di mattina. Abbiamo preso alloggio nella guesthouse Mami Panchita... il tempo non e' un granche' ma dicono che e' cosi'. La giornata e' durata 36 ore, non pensavo fosse possibile vedere cosi' tante cose in un giorno, parlare con tente persone e alla fine ritrovarsi a mangiare un piatto di coratella con la pajiata alla peruviana con spiedini di cuore e di pollo..tra personaggi incredibili, cerimonie religiose, gare di karate', taxi collettivi, centri commerciali e bar dove di compra di tutto...tutto si prospetta alla grande...

Oggi 29 ottobre ci apprestiamo a lasciare Lima. Ieri siamo andati ai quartieri turistici di Miraflores e Barranco, una mezza cagata di 4 strade ultra sicure e commerciali per turisti. Ma siamo anche andati al museo nazionale, quello di tutta l'archeologia Inca, ma era in ristrutturazione. Quindi ci hanno fatto vedere un riassunto del museo in una sala e una mostra sul terrorismo di sendero luminoso e MRTA e il regime di Fujimori che spiegava la storia del Peru' tra il 1980 e il 2000. Un documentario e delle fotografie agghiaccianti. Come prima tappa andremo proprio ad Ayacucho, la citta' andina poverissima in cui all'universita' e' iniziato il terrorismo. C'era l'equivalente identico di Curcio e della Compagna Mara, che qui si chiama compagna Nora.... uccisa in uno scontro a fuoco con la polizia... e queste sono storie...che fanno paura.

1 Novembre
Dopo due picevoli giorni in Ayacucho siamo partiti verso Cuzco, la prima tappa Andauaylas (9 ore di bus su strada di montagna non asfaltata e due passi a oltre 4000, ma questo noi non lo sapevamo. La mattina alle 5 e mezza con un pullman sgarrupatissimo che poi vi diro'...
Neanche siamo partiti che mi viene voglia di prendere la guida nello zainetto sopra i sedili. Alice si alza e costernata dice: non c'e'! Mi alzo pure io: lo zainetto e' sparito! Mentre dico: cazzo me lo hanno fregato, Alice rincalza.. "io non ho i soldi e il passaporto, li ho lasciati nella camera dell'albergo!". Alla grande!!! Insomma questa giornata e' durata una settimana. Io ho parlato con gli autisti e hanno fatto aprire le borse a tutti ma non e' uscito fuori niente. Intanto hanno chiamato ad Ayacucho col cellulare in un raro momento di campo e hanno fatto chiamare l'albergo. Poi dovevamo aspettare, sull'altipiano il campo è' tornato dopo 5 ore. Intanto abbiamo visto di tutto, cose che mai avremmo pensato di poter vedere... Villaggi tropicali lungo il fiume, pastori che vivono a piu' di 4000 nelle capanne di paglia, indios (li sono tutti e solo indios) che vivono in case di adobe senza luce e acqua con gli animali davanti casa e che arano i terrazzamenti scoscesi piantati a patate con l'aratro con i buoi... e panorami con montagne a predita d'occhio senza quasi segno di presenza umana.

Una cosa divertente? Eravamo sull'altipiano e facciamo sosta per i bisogni, l'autista guarda sotto il pullman e si fa dare una corda, si stende sotto e comincia a legare con 20 metri di corda da scalatore il giunto della ruota anteriore... Capito come ce lo siamo fatto il passo di montagna sulla carrareccia sterrata e senza parapetto..? col giunto legato con la corda.. e non c'e' stato bisogno di meccanico..abbiamo continuato per 6 ore cosi', con la corda.





Ora abbiamo preso alloggio nel migliore albergo di Andauaylas (20 usd) e Alice ha un culo spaziale domani ci spediscono il passaporto con i soldi (probabilmente non tutti, ma gli abbiamo detto di prendersi la mancia...). Stiamo a vedere.
A me invece m'hanno fregato senza ritorno: la macchina fotografica anni 70, un k way, panini e acqua, occhiali da sole, mp3 e bada bene, i biglietti aerei del ritorno!!! Vuoi vedere che non torniamo?

2 novembre
Stamattina alle 7 e' arrivato il passaporto di alice con ben 500 USD (100 se li son presi di mancia ma glie lo avevamo detto) Dopo ricca mancia anche al personale della compagnia di pullman che ci ha fatto riavere il tutto abbiamo fatto colazione in pasticceria, e al negozio di fotografia di fronte Alice, in crisi da entusiasmo, mi ha comprato una nuova macchina fotografica, un gioiello anni 70, la olympus trip 35, per i conoscitori...
Poi denuncia alla polizia per i biglietti...c'era una ragazza a sporgere denuncia contro il convivente ubriaco che l'aveva maltrattata, con il tipo, ubriaco, con il figlio che voleva fare conversazione..uno spettacolo pietoso... dovremo rimanere fino a domani per avere la copia della denuncia. intanto..

3 novembre. Siamo andati alla laguna di Pachuga, sul taxi collettivo abbiamo conosciuto una mamma con due figli che erano in giro a passeggio per il compleanno di 10 anni della figlia (l' altro di 5)..in pratica ci si sono accollati. La laguna era abitata da indios, le donne molto belle, ne abbiamo viste due, che lasciano i bambini a riva, raccoglievano la totora nel lago (una specie di canne) da dare da mangiare ai vitelli. Abbiamo pranzato con loro, offrendo il pranzo ovviamente, pesce fritto del lago, patate insalata e riso, il tutto per 5, 12$. La bambina di 10 anni, Natalia, ha parlato con Ali fino a fondergli il cervello, ma ha anche cantato registrandogli nel cellulare...
4 Novembre. Siamo partiti alla volta di Cusco. Con una compagnia di pullmann piu' seria stavolta..Altre 7 ore di passi di montagna... le solite martellate al giunto della ruota ogni due ore per andare avanti ma meta' del tragitto era su strada asfaltata.
5 novembre. Siamo arrivati a Cuzco. E' una bellissima citta' coloniale. In centro ci sono i portici che sembra bologna...Purtroppo veniamo trattati come dei gringos quindi ci offrono dal bodymassage, agli spinelli, ristoranti, artigianato, discoteche... Insomma dei portafogli ambulanti.
Abbiamo visitato il primo sito inca, il tempio del sole di Cuzco, quello che era foderato da 700 piastre d'oro massiccio... Per vederlo bisogna fare il biglietto alla chiesa dei domenicani che hanno costruito ovviamente esattamente sopra il tempio. Le camere inca si trovano ai lati dello stupendo chiostro interno. Dopo questa prima fatica archeologica ci siamo concessi il tipico spuntino peruviano del mezzogiorno: caldo di gallina, ovvero brodo con 1quarto di gallina, patate, manioca (mi pare) e zenzero. Quantita'..almeno 3 litri. Alla grande, nemmeno a natale c'abbiamo un brodo cosi'!!

giovedì 6 novembre 2008

Panamericana 2 - Viaggio in Peru e Cile

6 Novembre. Oggi abbiamo visto la prima citta' Inca Vicino Cuzco: Pisac. Con vari mezzi abbiamo raggiunto il punto piu alto da cui iniziare la visita. Faceva caldo, le gambe cedevano salendo i gradini megalitici.. ho pensato: ci vuole un aiutino..le foglie di coca comprate al mercato di Andawaylas... Me ne sono messe in bocca una manciata assieme a un pezzetto nero di una roba che la vecchia ci ha dato insieme (al museo spiegava che e' un catalizzatore per le sostanze delle foglie) e che sapeva sinceramente di cacca di gallina e dopo poco masticare ecco che mi si addormentava la guancia..come dal dentista. Alice, con meno foglie e niente cacca nera, nessun effetto. Intanto le mie gambe cominciavano a procedere leggere sui mille gradini e sentieri di pietra che collegavano le tre fortezze. Alice allora ha preso anche lei la cacchetta nera e anche la sua lingua si e' addormentata, e piano piano le sue gambe non hanno sentito piu' la fatica...provvidenziale!!! Ha apprezzato molto il sito e a un certo punto ballava e cantava tra le rovine... Come nostra prima esperienza con le foglie di coca, nel suo piu' tradizionale ambiente inka, direi che e' andata bene, basta che poi non ci prende il vizio..


7 novembre. Oggi sono andato a vedere altri 3 siti Inka, senza Alice che doveva smaltire la stanchezza di ieri. Io dopo la cena di ieri (2 uova al prosciutto, platano fritto e riso, bistecca con cipolla, e colazione con altre 2 uova al prosciutto) mi sono perfettamente ripreso...
Mi sono fatto fare da guida da un indio che mi ispirava, mi sembrava un tipo serio. Dopo le solite menate sulle rovine, che si chiamano pucha puchara, mi ha parlato un po dei riti inca, spiegandoli anche alla luce dello sciamanismo ancora praticato tra gli indios. Diceva che gli inca non erano politeisti come si crede, il sole, il puma, il condor le montagne l'acqua e i vari elementi naturali venivano rappresentati solo come centri di potere da interpretare, controllare e influenzare magicamente ma adoravano una sola divinita' che non rappresentavano se non in forma di varie impersonificazioni, che sarebbe lo spirito vitale che e' in tutti gli uomini e in tutte le cose. Mi sa che l'indio riporti una concezione contemporanea dello sciamanismo locale piu' che della relligione inka ma tant'e'. Dice che loro non credono in un dio che ha creato l'uomo ma in uno spirito che viene creato da tutti gli uomini, un Feuerbach delle ande , insomma... Allora gli ho chiesto perche' nei quadri coloniali di soggetto religioso, cristo e i santi vengono sempre rappresentati sofferenti, insanguinati, torturati... Lui dice che essendo gli artisti di origine india, rappresentavano nascostamente il cattolicesimo come sofferenza e dolore (una schifezza insomma), inserendo nelle pitture dei simboli nascosti della religione Inka, serpenti , montagne , puma, etc... Oppure l'indio rappresentava la sua condizione di schiavitu' e sofferenza nei soggetti religiosi, in cui in realta' i pagani che martirizzano i santi sarebbero proprio i religiosi e i cattolici conquistadores sapagnoli...
Quello che si coglie qui al Cuzco e' in effetti un notevole orgoglio indio che trova esperessione anche in movimenti politici ispirati a Tupac Amaru II (El 18 de mayo de 1781, en la Plaza de Armas del Cusco, Tupac Amaru fue obligado, tal y como señalaba la sentencia, a presenciar la ejecución de toda su familia, que era llamada muerte psicológica. Ante su presencia ejecutaron sus aliados y amigos, su esposa y sus cuatro hijos. Luego le cortaron la lengua. Se le intentó descuartizar vivo atando cada una de sus extremidades a sendos caballos, de manera infructuosa, por lo que finalmente se optó por decapitarlo y posteriormente despedazarlo.WIKI)
per qualche notizia sul popolo Quechua http://web.tiscali.it/inti.wasi/ande_runa_simi.htm

8 novembre. Siamo andati a visitare Ollantaytambo prendendo 4 autobus locali e minibus stracarichi. Eravamo a due passi da Macchu Picchu, ma visto il nostro spirito anticonsumista e lo snobismo per il turismo di massa, non ci siamo andati.

9 Novembre. dopo sei ore di viaggio, le ultime tre su uno stupendo altipiano, siamo arrivati a Puno sul lago Titicaca. La sera abbiamo mangiato la prima pizza peruviana (cotta a forno a legna e con formaggio andino fresco) piuttosto buona e poi ci siamo andati a ristorare con il tipico quarto di pollo alla brace che qui tutti mangiano la domenica sera...

10 novembre. Ci siamo convertiti al turismo di massa. Abbiamo comprato l'escursione a Sallustani (non c'era altro modo di andarci , pare) e per domani quella di due giorni alle isole del lago Titicaca.

12 novembre. Tornati dalla crocera sul Titicaca..(si fa per dire 25 dollari tutto compreso) Il lago e' stupendo,abbiamo visitato le isole galleggianti, dove alcuni indios fanno finta di vivere per vivere di turismo, pero'sono molto simpatici..quando andavamo via uomini e donne in costume ci hanno cantato "vamos alla playa..ho ho ho ho". Ma il pezzo forte viene ora. Arriviamo dopo 3 ore all'isola di Amantani', dove dovremmo pernottare. Al porto la nostra guida ci smista come schiavi al mercato, noi per ultimi, capitiamo con Norma, una india di circa 25 anni in costume che comincia a trottare in salita verso la sua casa.
Noi avevamo addosso gli zaini con tutto il mondo(che abbiamo comprato nel frattempo) e gli stiamo dietro per un po. Dopo un KM in salita alice e' stremata, ha il raffreddore e non ce la fa. Io mi prendo anche il suo zaino e ricominciamo dietro la piccoletta. Dopo 300 metri alice non si vede piu'. poso lo zaino, riscendo e la trovo seduta "io da qui non mi muovo, tornami a prendere dopo..." Io risalgo e con i due zaini e altri due zainetti pieni mi rimetto in salita a inerpicare sull'isola dietro la india. Dopo altri 500 metri in cui fischiavo come una locomotiva arriviamo a casa della signora. Ricordo che siamo a 4500 metri e sono le 2 di pomeriggio sotto il sole. La casa della signora e' una vera casa india, solo molto piu' pulita anche se senza acqua corrente e luce.. Fuori casa ha il recinto con le pecore. In cortile la sorella 18enne intreccia braccialetti e una bambina gioca. Recuperata Alice la porto nella camera a noi assegnata: chicche di ali sul momento: "ma anche questa isola e' galleggiante? O e' come gli Iceberg...?? Che sono Radicati..." (parole esatte confermate da alice). La stanza e' pulita con i letti con la rete di Totora, le solite canne, e una candela. Dopo un po di riposo in cui sono stato incastrato dalla figlia di 8 anni di Nora a giocare il gioco dei sassetti..siamo andati a pranzo. La cucina, con un fornello a legno tipo camino, con sopra pentole di coccio a bollire, tutta la famiglia seduta su ciocchetti di legno a parlare sommessamente in Quechua. La Mamma patriarcale al posto di comando davanti alle pentole che dirigeva e cucinava per terra tra vari catini e ciotole che servivano per tutto, la bambina ogni tanto veniva mandata a prendere l'acqua. Accanto ai fornelli vivevano liberi due Cuy (porcellini d'india) che qui si mangiano. Ci hanno dato una zuppa di quinoa (il mais selvatico andino) con patate e verdure e pataste riso e un pezzo di formaggio ripassato in padella. Da bere te di Mugna (tipo mentuccia). Il pomeriggio alice ha dormito con Aspirina. Io escursione sulla cima del monte a vedere il tramonto. Ovviamente ho mangiato le foglie di coca, in allegra compagnia del gruppo di ravers polacchi, di una famiglia americana-cilena, di una coppia francese e un viaggiatore olandese. La sera solita cena nella solita cucina incredibile, illuminata solo da una candela. Dopo cena, alice a letto che mi imprecava dietro e io a ballare con la Norma, agghindato con poncho e cappelletto tradizionale. Mi e' toccato ballare per forza , ma l'atmosfera era molto paesana e divertente. Abbiamo bevuto birre, offerto coca cole alle indie, fatte le foto di rito e tornati a dormire alle 9, 30.
Il giorno dopo , sveglia alle 7. Comprati i cappelletti di rito da Norma e escursione all'isola di Taquile. Bruno, la guida ci ha detto (da confermare) Che i terrazzamenti di cui l'isola e' composta dal 1000 AC, epoca del popolo Pukara, in quechua si chiamano Pata Pata, da qui i conquistadores hanno chiamato la Patata che su quelle terrazze si coltivava.
Molto interessante anche il comunismo comunitario che vige sull'isola. Il mercato turistico e' gestito centralmente come una coperativa e cosi' la ristorazione turistica. I lavori pubblici vengono svolti dalle varie comunita' (gruppi di famiglie) direttamente. Stavano mettendo a posto il selciato di una strada: dai nonni ,uomini e donne col piccone, alle vecchie col filo a piombo, ai ragazzi con le zappe e carriole... Particolarita' dell'isola di Taquile e' che anche gli uomini lavorano all'uncinetto per fare i soliti cappelli.
Al ritorno ci siamo insolati sul tetto della barca, io e alice siamo viola.

13 novembre. Prendendo il bus da Puno, alla fermata che puzzava come un orinatoio che dai tempi di vespasiano non sia mai stato lavato, guardando che i nostri zainio non sparissero nella notte, alice coglie l'aspetto romantico, cerca effusioni che gli vengono negate dal sottoscritto, troppo impegnato a trattenere i conati di vomito. Non l'avessi mai fatto, Alice si "dispiace" per le 12 ore successive. Alle 4 di mattina siamo arrivati ad Arequipa. Alle 6 abbiamo preso un bus per Chivay, all'inizio del Canyon del Colca, il secondo piu profondo del mondo: 4000 metri.
Passando per paesaggi lunari di sedimenti vulcanici, desertici o a tratti umidi, con i ghiaccioli sul lato nord e le vigogne che pascolano libere... siamo alfine giunti alle 9.30. Abbiamo preso alloggio all'Hostal "estrella de David" e al gestore, quando gli ho fatto notare che l'acqua calda non c'era per la poca pressione e gli ho chiesto uno sconto gli stava prendendo un collasso...!! E sto' a scherza'...!! Pero' e' vero. Abbiamo dormito 4 ore di fila, io sto a pezzi , c'ho pure il mal di gola, lo stesso che c'aveva Alice l'altroieri. In farmacia ho chiesto un colluttorio, m'ha detto no no , agua de Coca. Ok mi sono comprato le caramelle di coca. Poi siamo andati alle terme. Molto bello, col panorama sulla valle, il sole del tramonto, la vasca molto grande con acqua a 38 gradi. Solo che i turisti hanno una vasca, con armadietti docce e spogliatoi, i locali un'altra. Ovviamente pagano la meta'.

14 novembre. Oggo abbiamo fatto il giro del canyon in bus. Con due dollari e 5 di pranzo (ottimo!!) abbiamo visto pure il condor.

15-16 novembre. Dopo 26 ore, dico 26, di viaggio siamo giunti infine ad Iquique, in Chile.
4 ore Chivay Arequipa. Visita veloce di Arequipa, monastero di S. Catalina da Siena (incredibile citta' nella citta'). Bus 7 ore per Tacna, dove, arrivati a mezzanotte, non c'erano piu' bus per il chile, solo taxi collettivi. Preso Taxi sgarrupato e in 1 ora e mezza attivati ad Arica, in Cile, alle 2 della notte (4 ora chilena). Tutto serrato. Rimasti nel parcheggio dei taxi fino alle 6 (la macchina rossa era il nostro taxi, quella che dorme e' alice)poi trasferiti nel terminal dei bus fino alle 7 che e' partito il primo per Iquique. Arrivati a mezzogiorno in decente hotel vicino al mare. Tutto il tragitto in un incredibile deserto marziano su cui volano roteando gli avvoltoi (??). Domani vado a vedere la citta' fantasma dei minatori di nitrati. La differenza col Peru' si percepisce subito, tutto costa il doppio, non ci sono quasi indios, le condizioni di vita, anche nelle periferie sono molto migliori. Tutti e' molto piu' europeo, tranquillizzante ma molto meno esotico. Ci siamo comunque gia' integrati bene andando a mangiare nei locali piu' frequentati da persone del posto (ovviamente noi unici turisti, questa e' la sfida da perseverare)ma ad Alice gli hanno dato l'avocado marcio...sara' perche' e' troppo bionda.... In centro, che e' una specie di rimini del far west, con le costruzioni di legno dipinto, c'era un concerto tradizionale con balli da cow boys, affollato dai turisti locali.

17 novembre. Stamattina sono andato a visitare la citta' fantasma di Humberstone, un villaggio minerario morto all'improvviso con l'era dei concimi chimici. Sono passato pure un oretta in spiaggia (proprio in citta') dove sotto il volo circolare degli avvoltoi (prioprio quelli con la crapa pelata) tra gli scogli vivono strane stelle di mare... Alice intanto ha comprato degli splendidi vestiti ad una specie di H&M chileno...


20 novembre. Siamo alfine giunti a S. Pedro de Atacama, nel bel mezo del deserto. Non si capisce come sia posibile che ci siano tanti turisti. Certo il posto e' ameno, ma del tutto finto, forse proprio per quello. Odio i turisti fighetti alternativi (in inglese backpaker: zainisti) con ogni cosa firmata North Face, occhiali fascianti e vestiario da surf...

22 Novembre. Siamo appena tornati da due escursioni ( in pullmino, per carita') alle bellezze naturali dei dintorni..veramente impressionanti. Il salar de Atacama, su cui siamo, e' in realta' un lago sotterraneo ricoperto da una crosta di sale, in cui, nei punti piu' bassi affiora l'acqua, salatissima e tossica, in cui vivono i fenicotteri. Oggi li abbiamo visti...assomigliano molto ad Alice nel loro incedere posato sulle loro zampette..amche i colori poi rispettano gli abbinamenti pastello, rosa, rosso antico... Poi siamo andati alle lagune di Menique e Miscanti, dei laghetti tra vulcani di 6000 metri
23 novembre . Abbiamo visitato la Valle della Luna vicono S. Pedro. Molto suggestivo. ad Alice e' piaciuta piu' di tutto fino a ora e si e' molto divertita a scapicollarsi giu' correndo dall'altissima duna su cui eravamo saliti per vedere il tramonto (una delle poche cose spontanee che non fanno proprio tutti) anche se ce l'ha suggerito Alan, la nostra espertissima guida geologica e naturalistica..che ha fatto invaghire Ali con la suaspilletta di Che Guevara...















25 Novembre. Siamo arrivati a Santiago dopo circa 25 ore di viaggio su ininterrotto deserto condito di villaggi minerari, depositi di acido solforico e bellissimi cementifici (per chi ammira il paesaggio industriale..). Esattamente incontrandoci con Alejandro (il fratello dello zio cileno di Alice), la suddetta si storceva una caviglia su uno stupido gradino collocato in modo inopportuno, terminava la sua giornata nella splendida casetta santiaghera degli zii, accudita e
tr
aspo
rtata a dal solito Matteo che portava ghiaccio...

30 Novembre. Siamo qui a Santiago, torniamo ora dal pranzo domenicale con i genitori dello zio di Alice, 90 e 91 anni... Sono veramente gentilissimi e pieni di spirito.. Alice si e' commossa, voleva rimanere li' Ci hanno parlato della loro vita sociale, davvero invidiabile, mai visti degli anziani cosi' vispi e pieni di vita...


2 dicembre. Abbiamo visitato la casa di Neruda a Isla Negra, veramente curiosa... poi siamo stati a Valparaiso, il porto piu' vicino a Santiago e simile ea Genova per conformazione..dove alice ha mangiato un Churrasco gigante: Fette di carne, avocado, pomodoro, cipolla...
4 dicembre. Il viaggio volge al termine. Purtroppo abbiamo dovuto anticipare la partenza all' 8 dic. Partiremo direttamente da Santiago , quindi rimaniamo qui gli ultimi giorni a fare vita rilassata e estiva..fanno circa 30 gradi....

5 dicembre. Per finire in bellezza siamo andati alle terme di Baños Collina, a 2000 metri sulla cordigliwera dietro Santiago. Essendo Venerdi' e ancora primavera non c'era nessuno, nemmeno gli autobus e ci siamo dovuti arrivare in autostop, ma ne e' valsa assolutamente la pena. Dopo Bus+pick-up+furgoncino della verdura+camion+ auto, siamo arrivato in uno dei posti piu' belli che si possano trovare, una valle vulcanica con ghiacciai perenni, un ruscello che scorre sul fondo e sun un costone delle vasche a terrazza di acqua termale calda... Il modo migliore per salutare il cile.



venerdì 3 ottobre 2008

Co-housing a Roma

Ciao a tutti. Domenica 18 mattina parteciperò ad un incontro con un gruppo di co-housing. Questa la presentazione con gli obiettivi:

Costruire a Roma un "villaggio" a basso consumo energetico, eco-sostenibile, basato sui principi del Co-Housing
Parole Chiavi.
- Eco-sostenibilità: Rispetto dell'ambiente attraverso l'uso efficiente di materiali e tecniche rivolte ad ottenere il massimo beneficio energetico
- Co-housing: Spazio abitativo e sociale che unisce i vantaggi tradizionali dell'essere padrone della propria casa con quelli di avere in co-proprietà alcuni servizi


Chi fosse interessato questo il ink dell'associazione Ecoabitare

http://www.cohousingbologna.org/

http://www.sostenibile.org/aContenuti/coHousing/coHousing.html

www.mappaecovillaggi.it


FlascoX

martedì 1 luglio 2008

Di cosa ci rempiamo il cervello, la scelta.


Si paragona spesso il cervello umano ad un computer e la mente umana a un programma eseguito su quel computer. Una volta questa era considerata solo una metafora, ma ormai questo punto di vista è accettato dalla maggior parte dei filosofi della coscienza umana e da molti ricercatori nel campo dell'intelligenza artificiale. Se accettiamo questa visione in modo letterale, allora possiamo chiederci quanti megabyte di RAM abbia un PC, così come possiamo chiederci quanti megabyte (o gigabyte, o terabyte, o quello che è) di memoria abbia un cervello umano.
Una stima di 10^20 bit è una delle prime stime di tutti gli impulsi neurali che attraversano il cervello durante una vita (fatta da Von Neumann in “The Computer and the Brain”). Questo numero è quasi certamente più grande della risposta corretta. Un'altro metodo è di stimare il numero totale di sinapsi e quindi presumere che ogni sinapse contenga alcuni bit. Le stime sul numero di sinapsi sono state fatte in un range tra 10^13 e 10^15, con stime corrispondenti di capacità di memoria.Il cervello è altamente ridondante e non ben compreso: il semplice fatto che una grande massa di sinapsi esista non implica che esse contribuiscano tutte alla capacità di memoria. Questo rende il lavoro di Thomas K. Landauer interessantissimo, perché egli ha evitato completamente questo gioco di supposizioni basate sull'hardware misurando direttamente la reale capacità di funzionamento del cervello umano (Vedi "How Much Do People Remember? Some Estimates of the Quantity of Learned Information in Long-term Memory", in Cognitive Science 10, 477-493, 1986).
L'interessante risultato di questo esperimento fu che gli esseri umani ricordano intorno ai due bit per secondo, in condizioni sperimentali. In modo visuale, verbale, musicale, quale che sia, sempre due bit per secondo. Continuando per una vita intera, questa velocità di memorizzazione produrrà qualche poco più di 10^9 bit, o qualche di centinaia di megabyte. ( da: Quanti byte ci sono nella memoria umana? di Ralph C. Merkle)

Visto che la capacità di memoria del cervello umano è piuttosto limitata, è molto importante scegliere bene cosa ricordare, ovvero di quali dati riempire questa memoria. Siamo ovviamente bombardati dallo spam, è la nostra intelligenza che dovrebbe proteggerci, scegliendo di esporci solo alla comunicazione che ci interessa. Infatti, purtroppo, non si può scegliere coscientemente COSA ricordare ma solo cosa vedere sentire ascoltare... L’unica intellligenza possibile oggi è la capacità di selezionare informazioni per lasciare “spazio libero” per ciò che ci interessa davvero. Ma lo sappiamo cosa ci interessa davvero?

mercoledì 28 maggio 2008

Tolleranza Zoro



Mercoledì 28 maggio ore 21
Tolleranza Zoro
dalle primarie alla Fondazione Daje
Libreria flexi

martedì 11 marzo 2008

Sabato 8 Marzo al FUSOLAB: la COSA X

L’8 Marzo 2008 cercherà di nascere la C.O.X.S.A.

Al < Fusolab > Via giorgio Pitacco 29 a Centocelle

l’assemblea costituente del Coordinamento Orizzontale di X Soggetti Autonomi.

Abbiamo deciso di fondare questo coordinamento per raggiungere un’esperienza che ognuno di noi nella vita vorrebbe sperimentare, quella di progettare qualcosa e poi farla.

Ognuno di noi, nella sua vita e nelle sue relazioni, porta avanti un suo progetto, in questo attua la sua libertà. Nel farlo si scontra con un ambiente precostituito fatto di regole e istituzioni che spesso lo ostacolano, vuoi perché espressione di interessi opposti, vuoi perché frutto di epoche passate che stentano a passare.

Stabilire un contatto e una organizzazione tra questi soggetti liberi e autonomi, ci è sembrato un bisogno condiviso a cui dare risposta, per attuare, mediante delle pratiche condivise, i nostri progetti di vita, che sono X, per numero e varietà, che non sono predeterminati e imposti ma una libera variabile.

Si tratta di darsi una disciplina, un insieme di regole, decise democraticamente dal basso, da noi, per coordinare i nostri sforzi paralleli verso un futuro comune.

Pensiamo che la libertà non sia quella nicchia di egoismo particolare che riusciamo a ritagliarci all’interno di un totalitarismo sempre più ingombrante, ma la possibilità di agire secondo regole che abbiamo scelto, cercando, per quanto è possibile, di rendere quel totalitalitarismo impotente nel determinare la società futura.

Il progetto è ambizioso, certo, ma è condivisibile da tutti, sempre che siano interessati alla libertà piuttosto che a comode identità e aggregazioni gestite gerarchicamente e finanziate dall’alto (“cose” varie, partiti, associazioni, onlus, movimenti o affini).

Ognuno di noi è anche inserito necessariamente in strutture gerarchiche, sul lavoro ad esempio, o in associazioni e movimenti di cui fa parte, ma, grazie a un coordinamento orizzontale, può portare all’interno di quelle strutture, la sua voce raffrozata da una rete estesa e solidale.

Il coordinamento servirà a darci una linea comune di intervento attraverso i nostri progetti paralleli, culturali, professionali, sociali, politici, in modo trasversale e non identitario verso una loro efficace attuazione, è uno strumento, un ingranaggio per mettere in movimento il nostro futuro.

Per maggiore informazione e chiarezza si specifica che l’iniziativa di un Coordinamento Orizzontale di X Soggetti Autonomi ha la sua origine ideale nelle teorie dell’anarchismo metodologico e educazionale quali quelle espresse da Ivan Illich in Descolarizzare la Società (1970), e nelle basi del pensiero gramsciano sullo spontaneismo e l’aggregazione del partito d’avanguardia che si incontra con la riflessione sulle nuove tecnologie della comunicazione (Manuel De Landa, La guerra nell’era delle macchine intelligenti; Baricco, I Barbari.)

http://coxsa.blogspot.com/

venerdì 15 febbraio 2008

COXSA - Una libera università

La maggior parte delle persone si sono formate in famiglia, nella scuola e nell’ambiente sociale da cui provengono. Raramente dopo l’adolescenza studiano per proprio piacere, o fanno esperienze significative, o collaborano con persone al di fuori della propria sfera professionale.

Questo fa si che molti di noi, arrivati ad una certa età, si fermano. Pensano di aver raggiunto delle certezze, pensano di aver capito cosa vogliono e come raggiungerlo. Queste certezze sono spesso frutto di una educazione istituzionalizzata impartita in famiglia o a scuola o in vari ambienti sociali, in primis sul lavoro, ma anche tramite i programmi televisivi, i giornali, le riviste...

Anche volendo rimettersi in discussione, e già questo non è frequente, risulta difficile trovare un ambiente stimolante e funzionale ad un proprio ulteriore accrescimento culturale. Non si tratta solo di immagazzinare ulteriori informazioni e nozioni, come spesso fa un autodidatta, che riesce a raggiungere una vasta cultura enciclopedica, bensì di continuare a fare esperienze formative in cui, confrontandosi con altri, esperti in altre discipline o comunque curiosi di confrontarsi, si migliorano le proprie capacità di agire nel mondo.

Non si tratta di sapere più cose, ma di capirle, insomma.

Questo mettere in dubbio le facili certezze che ci vengono proposte si chiama spirito critico ed è mortalmente combattuto da tutto il sistema formativo e informativo.

Sulla standardizzazione di conoscenze e comportamenti si basa il successo della nostra società di massa. La fornitura di beni e servizi, come di prodotti culturali, necessita di una cultura pluralista ma omogenea da esportare come uno stampo in ogni parte del pianeta.

E’ infatti la libera adesione a paradigmi culturali che porta le persone a sottomettersi alle condizioni di lavoro e di vita che caratterizzano la produzione nella nostra epoca.

Prima gli schiavi dovevano essere incatenati per non fuggire. Oggi accorrono a milioni per poter possedere il telefono con le suonerie polifoniche e le scarpe con le molle.

E’ una cultura globale che indica il valore in un servizio che può essere acquistato. Chi mette in dubbio questa cultura, mette in dubbio la necessità incontrovertibile di questo sistema di produzione e consumo e i suoi rapporti gerarchici conseguenti.

Quindi non sarà mai un istituzione “di utilità sociale” a favorire lo sviluppo del pensiero critico.

Per questo solo una struttura nata e autogovernata dal basso può aiutare i singoli soggetti parcellizzati a cordinarsi per accrescere il proprio potenziale critico in vista del perseguimento del proprio benessere, inteso come coerente persecuzione dei propri interessi.

domenica 10 febbraio 2008

Teorie dei sistemi complessi

Il principale obiettivo della teoria della complessità è di comprendere il comportamento dei sistemi complessi, caratterizzati da elementi numerosi e diversi tra di loro e da connessioni numerose e non lineari.
Auto-organizzazione
I sistemi complessi adattivi (CAS) sono sistemi dinamici con capacità di auto-organizzazione composti da un numero elevato di parti interagenti in modo non lineare che danno luogo a comportamenti globali che non possono essere spiegati da una singola legge fisica. Alcuni esempi: comunità di persone interagenti, il traffico, il cervello umano. Il campo della scienza che si occupa di studiare e modellare questi sistemi è detto scienza della complessità. Questa proprietà è sfruttata in varie applicazioni pratiche, come ad esempio le reti radio militari e i sistemi anti-intrusione delle reti informatiche.
Comportamento emergente
I sistemi complessi sono sistemi il cui comportamento non può essere compreso in maniera semplice a partire dal comportamento dei singoli elementi che lo compongono, ovvero la cooperazione degli elementi determina il comportamento dei sistemi globali e fornisce loro delle proprietà che possono essere completamente estranee agli elementi che costituiscono il sistema.
Questa proprietà è chiamata comportamento emergente, nel senso che dai comportamenti semplici e ben definiti dei singoli componenti del sistema, emerge un comportamento globale non previsto dalle singole parti.
Confine del caos
La complessità è fortemente legata al caos. La sopravvivenza in ambienti così variabili viene ricercata nel raggiungimento del confine del caos, quella particolare area dove si massimizzano le possibilità di evoluzione. I sistemi complessi adattativi, cioè, si situano tra l'eccessivo ordine - una staticità che ricorda da vicino un meccanismo - e l'eccessivo disordine - un caos fuori controllo che può sconfinare nell'anarchia.
Le tre leggi delle organizzazioni complesse
Un'introduzione alla teoria della complessità applicata alla gestione delle organizzazioni a cura dell'autore del libro "Prede o Ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità"
di Luca Comello
Un argomento di particolare interesse nel management è l’applicazione della teoria della complessità alla gestione delle organizzazioni. La teoria della complessità rappresenta un nuovo approccio al sapere, orientato alla comprensione olistica di sistemi fortemente interconnessi, quali, ad esempio, Internet, gli stormi di uccelli, il cervello o, appunto, le organizzazioni. La teoria della complessità è una teoria in forte ascesa tra gli scienziati di tutto il mondo, ma le sue implicazioni pratiche risultano spesso oscure. Il libro “Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità”, di cui sono autore insieme al prof. De Toni dell’Università di Udine, identifica tre leggi che caratterizzano i sistemi complessi e dovrebbero dunque essere ricercate dalle organizzazioni.
La prima è la legge dell’apertura. Tutti i sistemi complessi sono aperti, ovvero scambiano materia, energia ed informazione con l’esterno. Anche le organizzazioni dovrebbero mantenersi «aperte», per co-evolvere nell’ambiente circostante. Una organizzazione si apre mediante lo scambio di informazione con l’esterno: l’informazione può essere diffusa all’esterno (pubblicità, comunicati stampa, investor relations, ecc.) o venire acquisita all’interno (ricerche di mercato, benchmarking, competitive intelligence, ecc.). Proprio come i sistemi aperti studiati inizialmente dallo scienziato russo Prigogine, le organizzazioni aprendosi acquisiscono elementi di informazione che possono essere considerati come apporto energetico per alimentare la crescita.
La seconda legge delle organizzazioni complesse è la legge del riorientamento. I sistemi complessi adattativi hanno l’importante caratteristica di riuscire a riorientarsi in seguito alle discontinuità improvvise che sperimentano. Le previsioni e la pianificazione hanno un senso se il possibile si stabilizza nel probabile, ovvero gli accadimenti si susseguono secondo il corso previsto. In determinate circostanze, però, il possibile si destabilizza nell’improbabile, ovvero entra in gioco l’inaspettato. In queste situazioni è fondamentale che le organizzazioni siano pronte a cogliere l’attimo, a reagire all’inaspettato, a fronteggiare la situazione. Di fronte ad eventi come l’11 settembre oppure lo sviluppo a due cifre delle economie asiatiche non resta che essere rapidissimi nel riorientamento, ad esempio tramite la costruzione di scenari alternativi, contingency plans, ecc.
Infine la terza legge delle organizzazioni complesse, ovvero la legge dell’equilibrio dinamico tra continuità e discontinuità. I sistemi complessi vivono solamente in quella zona chiamata orlo del caos, al limite tra l’ordine eccessivo che porta alla fossilizzazione e il disordine totale che porta alla disintegrazione. Anche le organizzazioni complesse ricercano l’orlo del caos, dove l’obiettivo è quello di perseguire l’equilibrio dinamico tra continuità e discontinuità. La continuità è raggiunta mediante l’instaurarsi di relazioni con tutti i possibili attori rilevanti per l’eccellenza operativa. In un mercato complesso, però, le organizzazioni sono spesso chiamate anche a generare l’improbabile sotto forma di innovazioni radicali. Si possono ottenere questi risultati alimentando la discontinuità, ad esempio investendo in ricerca e sviluppo, tollerando limitate inefficienze che favoriscano la creatività, ecc. Tali costi sono ricompensati dai guadagni generati da innovazioni radicali di prodotti, servizi, processi e modelli organizzativo-gestionali.
In conclusione, investimenti congiunti per garantire apertura, riorientamento ed equilibrio dinamico tra continuità e discontinuità sono fondamentali fonti di vantaggio competitivo per le organizzazioni complesse.
Intervista a Luca Comello
a cura di Annalisa Fassetta


Luca Comello laureato in ingegneria gestionale nel 2003, ha lavorato in programmi di ricerca europei dell’Università di Udine su temi quali complessità, creatività, innovazione e change management.
Attualmente è nella direzione Research & Innovation della Illycaffé.
Con Alberto De Toni è autore del libro sulla teoria della complessità Prede o ragni edito da Utet nel 2005.
Gli chiediamo di rispondere ad alcune domande che riguardano il tema della complessità e alcuni aspetti del libro.
Che cosa si intende per complessità?
Complesso deriva dal latino cum plexum, dove plexum indica il nodo, l’intreccio. Quando si parla di complessità si fa riferimento alla caratteristica principale dei sistemi complessi. Vale a dire quei sistemi che presentano numerosi elementi, legati fra loro da un elevato numero di connessioni.

Qualche esempio di sistema complesso?
I sistemi complessi sono ovunque: noi esseri umani, gli animali, le organizzazioni, le culture, le ecologie, le politiche. I sistemi complessi esistono in natura, ad esempio il cervello dell’uomo, ma sono anche frutto dell’invenzione, come internet, i sistemi economici e i sistemi sociali.


Perché nasce l’esigenza di approfondire lo studio della complessità?
La scienza classica, che ha origine con la presentazione da parte di Isaac Newton delle leggi fondamentali del moto, ha l’obiettivo principale di scoprire le leggi universali della natura, a cui tutti i fenomeni devono sottostare. Ma esistono fenomenologie complesse che non possono essere ricondotte e descritte per mezzo di queste leggi. Pertanto, la voglia di progredire nell’avventura della conoscenza ha portato a cercare risposte che potessero comprendere la complessità del reale.

Insieme ad Alberto Felice De Toni sei autore del libro “Prede o Ragni”.
In che modo possiamo applicare la teoria della complessità al mondo delle imprese?
Le organizzazioni sono dei sistemi complessi: presentano numerosi elementi ed un alto numero di interconnessioni fra gli stessi. Le dinamiche che le governano sono, quindi, simili a quelle di altri sistemi complessi.
Per questa ragione i principi della teoria della complessità possono essere applicati alle organizzazioni stesse. Questo comporta un cambiamento culturale: la complessità non fornisce ricette certe e infallibili per la gestione delle organizzazioni, ma un punto di vista nuovo.
Ai manager il compito di adattare creativamente questo nuovo sapere alla situazione contingente delle proprie organizzazioni.

Nel libro si parla di “disorganizzazione creativa”. Di cosa si tratta?
E’ la condizione di una organizzazione che ricerca l’orlo del caos.
I sistemi complessi, ad esempio l’azienda, non possono vivere nell’ordine totale perché non ci sarebbe spazio per l’innovazione. Neppure nel disordine totale perché si disintegrerebbero.
L’orlo del caos è la zona che i sistemi complessi ricercano per l’evoluzione in quanto in essa sono presenti continuità e discontinuità.
Per le organizzazioni si tratta di una vera e propria “disorganizzazione creativa” tendente alla compresenza di miglioramento continuo e distruzione creativa. Fondamentale per cercare anche forti discontinuità che garantiscono l’evoluzione.

“Prede o Ragni si rivolge a coloro che hanno il coraggio di accettare la sfida della complessità, con l’auspicio che immaginazione e creatività consentano loro di vincerla: il futuro appartiene a chi sa immaginarlo”. E’ una frase tratta dal libro. Qual è la relazione che lega creatività e complessità?
In natura non vi è spazio per cio’ che è rigido e immutabile. I sistemi complessi sono flessibili, si adattano ai cambiamenti esterni; e possono a loro volta essere creatori del cambiamento.
La creatività, l’immaginazione risultano essenziali per adattarsi a situazioni inaspettate e per crearne di nuove.

Nel libro è piu’ volte citato “l’effetto butterfly”. Come si inserisce nella teoria della complessità?
L’effetto butterfly è teorizzato da Edward Lorenz che, studiando i fenomeni metereologici, nota che una variazione minima nelle condizioni iniziali di un sistema (fisico, chimico, biologico, economico) puo’ provocare grandi conseguenze, perché esistono numerosissime interconnessioni che incidono sul fenomeno.
Allo stesso modo nei sistemi complessi gli elementi che interagiscono sono numerosi ed anche le interconnessioni. L’effetto butterfly è pertanto una delle caratteristiche dei sistemi complessi.

Chi sono le prede e chi sono i ragni?
La complessità puo’ essere vista come una grande ragnatela in cui noi possiamo essere prede imbrigliate in essa, oppure ragni, e quindi creatori di questa realtà.

La teoria della complessità contiene in sé un messaggio ottimista. Puoi illustrarcelo?
Nasce dall’effetto butterfly stesso. Possiamo essere creatori attivi della realtà. Proprio perché una piccola causa puo’ generare grandissimi effetti, così anche una nostra azione puo’ generare grandi cambiamenti. Così saremo ragni.

Ivan Illich, Descolarizzare la società, 1970.

Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola: gli insegna a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l'applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l'escalation porta al successo. In questo modo si «scolarizza» l'allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si «scolarizza» la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore.
In questo libro mostrerò che l'istituzionalizzazione dei valori conduce inevitabilmente all'inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all'impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di aggiornata miseria. Spiegherò come questo processo di degradazione si acceleri quando bisogni non materiali si trasformano in richieste di prodotti, quando la salute, l'istruzione, la mobilità personale, il benessere o l'equilibrio psicologico sono visti soltanto come risultati di servizi o di «trattamenti». Lo faccio perchè credo che le attuali ricerche sul futuro tendano in genere ad auspicare una sempre maggiore istituzionalizzazione dei valori, e diventa di conseguenza necessario precisare le condizioni grazie alle quali possa avvenire esattamente il contrario. Abbiamo bisogno di ricerche su come servirci della tecnologia per creare istituzioni che permettano un'interazione personale creativa e autonoma e per far emergere valori che i tecnocrati non siano sostanzialmente in grado di controllare. Ci servono insomma ricerche in direzione contraria a quella della futurologia attuale.

L'istruttore professionale parte da un insieme di circostanze prestabilite che permettono al discente di sviluppare certe determinate reazioni. La guida, invece, o il maestro ha il compito di favorire l'incontro tra partner ben assortiti perché possa attuarsi il processo della conoscenza. Questo incontro è determinato dai partner stessi, dalle loro domande rimaste senza risposta. Al massimo la guida può aiutare l'allievo a formulare l’oggetto della propria ricerca, perché solo esponendolo in maniera chiara egli avrà la possibilità di trovare il compagno che in quel momento desidera, come lui, esplorare lo stesso problema nel medesimo contesto.

L'assortimento a scopo didattico di persone già brillantemente scolarizzate è un problema completamente diverso. La maggioranza certo non può e non deve essere chiamata a discutere su uno slogan, una parola o un'immagine; ma l'idea è la stessa: bisognerebbe che si riunissero per affrontare un problema scelto e definito da loro stessi. L'apprendimento creativo, esplorativo, esige partecipanti a un eguale livello e interessati in quel momento ai medesimi problemi.

Per dare un esempio di ciò che intendo, dirò come questo tipo di incontro intellettuale potrebbe attuarsi a New York. Ogni persona, in qualunque momento e con un costo minimo, dovrebbe poter comunicare a un computer l'indirizzo e il numero di telefono, indicando il libro, l'articolo, il film o il disco per discutere il quale vorrebbe trovare un compagno. Nel giro di pochi giorni riceverebbe per posta un elenco di coloro che negli ultimi tempi hanno presentato la medesima richiesta, e questo elenco gli permetterebbe di combinare per telefono incontri con persone che, inizialmente, sarebbero note soltanto per il fatto che hanno chiesto un dialogo sullo stesso argomento.
Mettere insieme le persone secondo il loro interesse per un determinato titolo è estremamente semplice. Permette l'identificazione solo in base a un reciproco desiderio di discutere un'affermazione precisa fatta da una terza persona, e lascia all'individuo l'iniziativa di organizzare l'incontro. Contro questa semplicità scheletrica si sollevano di solito tre obiezioni. Intendo affrontarle non solo per chiarire la teoria che voglio illustrare con la mia proposta - esse infatti mettono in luce la radicata resistenza alla descolarizzazione dell'istruzione e alla separazione dell'apprendimento dal controllo sociale - ma anche perché possono far capire quali siano le risorse esistenti che non vengono usate a fini educativi.
La prima obiezione è: perché l'autoidentificazione non può avvenire anche intorno a una idea o una questione ? Certo in un sistema computerizzato sarebbe possibile partire anche da simili termini soggettivi. I partiti politici, le chiese, i sindacati, i circoli, le associazioni di quartiere e gli ordini professionali già organizzano le proprie attività didattiche in questa maniera e si comportano in pratica come se fossero scuole. Riuniscono cioè persone per indagare su certi “temi”, e questi vengono trattati in corsi, seminari e cicli di studi nei quali i presunti “interessi comuni” sono prestabiliti. Un simile incontro su un tema è per definizione accentrato intorno all'insegnante: esige una presenza autoritaria che decida per conto dei partecipanti il punto di partenza della loro discussione.
Viceversa l'incontro suggerito da un libro, un film, ecc., nella sua forma più pura, lascia decidere all'autore del libro, film, ecc. il linguaggio, i termini e il contesto nei quali si presenta un determinato problema o un avvenimento, e permette a quanti accettano questo punto di partenza di arrivare a un'identificazione reciproca. Per esempio radunare gente sull'idea della “rivoluzione culturale” sfocia di solito nella confusione o nella demagogia. Invece riunire coloro cui interessa aiutarsi reciprocamente a capire un particolare articolo di Mao, Marcuse, Freud o Goodman, s'inscrive nella grande tradizione della cultura liberale, dai dialoghi di Platone, costruiti intorno a presunte affermazioni di Socrate.
La seconda obiezione dice: perché l'annuncio di chi cerca un incontro del genere non può contenere anche informazioni sull'età, il passato, la visione del mondo, le competenze, le esperienze e altre caratteristiche determinanti? Si può ancora rispondere che non c'è motivo per cui non si possa e non si debba inserire queste restrizioni discriminatorie in alcune delle tante università - con o senza mura -, dove gli incontri basati sui titoli potrebbero essere un metodo organizzativo fondamentale. Potrei immaginare anche un sistema che incoraggi gli incontri di persone interessate alla presenza dell'autore del libro scelto o di un suo portavoce; uno che garantisca la presenza di un consulente preparato; uno aperto soltanto agli studenti iscritti a un dipartimento universitario o a una scuola; o uno che permetta esclusivamente incontri tra persone che hanno precisato il loro particolare modo di vedere il titolo in discussione. Ognuna di queste limitazioni può avere i suoi vantaggi per il raggiungi mento di obiettivi didattici specifici. Ma ho paura che, nella maggior parte dei casi, la vera ragione per cui vengono proposte è il disprezzo, derivato dal presupposto che la gente è ignorante: gli educatori vogliono insomma evitare che gli ignoranti si incontrino per parlare di un testo, che magari non capiscono, e che leggono soltanto perché li interessa.
Terza obiezione: perché non fornire a coloro che cercano un incontro un'assistenza non invadente che lo faciliti, cioè uno spazio, un orario, un vaglio, una protezione? È ciò che fanno adesso le scuole, con l'inefficienza tipica delle grandi burocrazie. Se vogliamo lasciare l'iniziativa degli incontri a quelli stessi che li desiderano, a questo probabilmente provvederebbero molto meglio organizzazioni che oggi nessuno associa alla didattica. Incontrandosi per la prima volta in un caffè, per esempio, i due possibili compagni potrebbero farsi riconoscere tenendo il libro da discutere accanto alla tazza: Comunque chi ha preso l'iniziativa di organizzare tali incontri imparerebbe presto di quali mezzi servirsi per stabilire rapporti con le persone che gli interessano. C'è il rischio che una discussione con uno o più estranei si riveli una perdita di tempo, una delusione o addirittura un'esperienza sgradevole, ma è certamente minore del rischio che corre chi presenta domanda d'iscrizione a un'università. Un incontro combinato da un computer per discutere un articolo comparso su una rivista a diffusione nazionale, se lo si tiene, mettiamo, in un caffè del centro, non obbliga nessuno dei partecipanti a restare in compagnia dei suoi nuovi conoscenti per più tempo di quanto occorre per bere una tazza di caffè, e inoltre egli non è per niente obbligato a rivederli in futuro. È alta in compenso la possibilità che ciò contribuisca a diradare l'opacità della vita in una metropoli moderna e aiuti a trovare nuove amicizie, un lavoro di propria scelta e testi da leggere criticamente. È certamente innegabile che in questa maniera l'FBI potrebbe procurarsi una documentazione sulle letture e gli incontri dei singoli cittadini, ma che nel 1970 qualcuno si possa ancora preoccupare di questo fa soltanto sorridere un uomo libero, il quale, volente o nolente, contribuisce comunque al mare di carte irrilevanti in cui affogano i ficcanaso.

Sia lo scambio di capacità tecniche sia l'incontro tra persone interessate a un determinato argomento si fondano sul presupposto che l'educazione per tutti è l'educazione da parte di tutti. A una cultura popolare non si può arrivare con l'arruolamento forzoso in un'istituzione specializzata, ma solo mobilitando l'intera popolazione. Oggi questo diritto eguale per tutti di valersi delle proprie capacità di insegnare e di apprendere è monopolizzato dagli insegnanti patentati. La competenza di questi ultimi, a sua volta, è ristretta a ciò che si può fare nell'ambito della scuola. E da qui deriva, inoltre, la netta separazione tra lavoro e svago: allo spettatore come al lavoratore si richiede di arrivare nel luogo di lavoro o di svago pronti a inserirsi nella routine che è stata per loro predisposta. Questo condizionamento, simile a quello che determina la forma, il modo d'impiego e la pubblicità di un prodotto, li plasma in funzione del loro ruolo esattamente quanto l'istruzione regolamentare impartita attraverso la scuola. Per un'alternativa radicale a una società scolarizzata non occorrono soltanto nuovi meccanismi formali per l'acquisizione formale delle capacità e la loro utilizzazione didattica. Una società descolarizzata comporta anche un nuovo modo di affrontare il problema dell'istruzione casuale o informale.

In realtà l'apprendimento è l'attività umana che ha meno bisogno di manipolazioni esterne. In massima parte, non è il risultato dell'istruzione, ma di una libera partecipazione a un ambiente significante. Quasi tutte le persone imparano meglio “stando dentro” le cose, eppure la scuola le porta a identificare l'accrescimento della propria personalità e delle proprie conoscenze con una elaborata pianificazione e una complessa manipolazione.

Tutti i futurologi d'oggi cercano di rendere economicamente attuabile ciò che è tecnicamente possibile, ma nello stesso tempo si rifiutano di affrontarne l'inevitabile conseguenza sociale: l'accresciuta bramosia di tutti gli uomini per beni e servizi che rimarranno privilegio di pochi.
Io credo invece che, se vogliamo un futuro desiderabile, dovremo scegliete decisamente una vita d'azione anzichè una vita di consumi, dovremo inventare una maniera di vivere che ci consenta di essere spontanei, indipendenti e tuttavia in stretto rapporto con gli altri, e non continuare in questo tipo d'esistenza che ci permette soltanto di fare e disfare, di produrre e consumare - un tipo d'esistenza che è una semplice stazione intermedia nel cammino verso il depauperamento e l'inquinamento dell'ambiente. Il futuro dipende dalla nostra capacità di scegliere istituzioni che favoriscano una vita attiva, più che dall'elaborazione di nuove ideologie o tecnologie.
La scelta è tra due tipi istituzionali radicalmente opposti, esemplificati entrambi da certe istituzioni oggi esistenti, anche se l'uno dei due caratterizza l'epoca contemporanea al punto da potere quasi definirla. Propongo di chiamare questo tipo dominante istituzione manipolatrice. Anche l'altro tipo esiste, ma solo in modo precario; le istituzioni che vi si adeguano sono più modeste e meno in vista, ma io le prendo egualmente a modello di un futuro più auspicabile. Le chiamo “conviviali” e propongo di collocarle alla sinistra dello spettro istituzionale, sia per evidenziare le istituzioni che costituiscono una via di mezzo tra i due estremi, sia per illustrare come certe istituzioni storiche possano cambiar colore mano mano che passino dal facilitare una vita attiva all’organizzare una produzione.
In genere una classificazione di questo tipo, da sinistra a destra, viene usata per caratterizzare gli uomini e le loro ideologie, non le istituzioni sociali e il loro comportamento.
Diventerà allora evidente che gli uomini di sinistra non sono necessariamente caratterizzati dall'opposizione alle istituzioni manipolatrici, che io colloco sulla destra dello spettro.
È in questa zona che si stipano le istituzioni moderne più potenti. Vi si è spostata quella per il mantenimento dell'ordine, da quando negli Stati Uniti è passata dalle mani dello sceriffo a quelle dell’FBI e del Pentagono. La guerra moderna è diventata anch'essa un'impresa altamente professionistica, la cui attività è il massacro. La sua potenziale idoneità a mantenere la pace dipende dalla sua capacita di convincere amici e nemici dell'illimitata potenza distruttiva della nazione. I proiettili e le armi chimiche moderne sono talmente efficaci che basta una spesa di poche lire per avere la garanzia di uccidere o mutilare, a patto beninteso di poter raggiungere il “cliente” designato. In compenso aumentano vertiginosamente i costi di distribuzione: la spesa media per ogni vietnamita ucciso è salita dai 360.000 dollari del 1967 ai 450.000 del 1969. Soltanto un'economia al limite del suicidio della specie potrebbe rendere economicamente efficiente la guerra moderna. Il suo effetto di boomerang diventa sempre più palese: quanto più alto è il conto dei vietnamiti uccisi, tanto più aumentano i nemici degli Stati Uniti nel mondo; non solo ma tanto più devono spendere gli Stati Uniti per creare - sotto la cinica etichetta di “pacificazione” un'ennesima istituzione manipolatrice, in un vano tentativo di neutralizzare le conseguenze indirette della guerra.
Alla stessa estremità dello spettro troviamo inoltre le organizzazioni sociali specializzate nella manipolazione dei loro clienti. Anch'esse, come le forze armate man mano che aumenta la portata delle loro operazioni, tendono a produrre effetti contrari agli obiettivi che si prefiggono. Sono cioè altrettanto controproducenti anche se in modo meno ovvio. Molte di loro, per mascherare questo effetto paradossale, si presentano come istituzioni misericordiose e terapeutiche.
All’estremo opposto dello spettro ci sono le istituzioni caratterizzate dal fatto che si ricorre ad esse per scelta spontanea, quelle che noi abbiamo battezzato “conviviali”. Non occorrono particolari metodi di vendita, più o meno aggressivi, per convincere i clienti a servirsi dei telefoni, delle linee metropolitane, della posta, dei mercati pubblici e della borsa. E anche le fogne, l'acqua potabile, i parchi e i marciapiedi sono istituzioni di cui gli uomini si servono senza che sia necessario convincerli con strumenti istituzionali che ciò è nel loro interesse. Naturalmente, tutte le istituzioni richiedono una forma di regolamento; ma il funzionamento di quelle che esistono perché le si usi e non per produrre qualcosa esige regole di tipo completamente diverso da quelle richieste dalle istituzioni manipolatrici. Il loro obiettivo principale sarà quello di evitare gli abusi che impedirebbero la piena accessibilità generale alle istituzioni stesse. I marciapiedi devono essere tenuti sgombri, l'uso industriale dell'acqua potabile deve essere limitato e giocare a palla deve essere permesso solo in certe zone particolari di un parco.
I regolamenti delle istituzioni conviviali si limitano a porre delle restrizioni al loro uso; man mano che si passa dal settore conviviale dello spettro a quello manipolativo, le regole richiedono sempre di più un consumo o una partecipazione imposti alla nostra volontà. La differenza di costo nell'acquisizione dei clienti è appunto una delle caratteristiche che distinguono le istituzioni conviviali dalle manipolatrici.
Alle due estremità dello spettro troviamo delle istituzioni-servizi, ma a destra il servizio è una manipolazione imposta e il cliente è vittima della pubblicità, dell'aggressione, dell'addottrinamento, dell'incarcerazione o dell'elettroshock, mentre a sinistra il servizio è una possibilità allargata, offerta entro limiti esplicitamente definiti, e il cliente rimane libero delle proprie azioni. Le istituzioni di destra sono in genere processi di produzione assai complessi e costosi, nei quali gran parte dell'elaborazione e dei costi serve a convincere i consumatori che non si può vivere senza il prodotto o il trattamento offerti da quella data istituzione. Le istituzioni di sinistra sono invece di solito delle reti per facilitare una comunicazione o una cooperazione nate dall'iniziativa dei clienti. Le istituzioni manipolatrici di destra producono assuefazione sul piano sociale o psicologico. L’assuefazione sociale, o escalation, consiste nella tendenza a prescrivere dosi maggiori di un determinato trattamento quando quantità più piccole non hanno ottenuto i risultati voluti. L’assuefazione psicologica, o abitudine, si ha invece quando i consumatori diventano schiavi della necessità di dosi sempre maggiori di un processo o di un prodotto.
Le istituzioni di sinistra, che si attivano per iniziativa autonoma degli utenti, tendono invece ad autolimitarsi. A differenza dei processi di produzione che identificano la soddisfazione con il mero atto del consumo, queste reti adempiono uno scopo che va oltre il loro uso ripetuto. Un individuo prende il telefono quando vuol dire qualcosa a qualcun altro, e riattacca una volta finita la comunicazione desiderata: se non è un adolescente, non se ne serve insomma per il solo piacere di parlare nel ricevitore. E quando il telefono non è il modo migliore di mettersi in contatto, si scrive una lettera o si fa un viaggio. Le istituzioni di destra, invece, come vediamo chiaramente nel caso delle scuole, impongono obbligatoriamente un uso ripetitivo, e nello stesso boicottano i modi alternativi per raggiungere risultati analoghi.
Sul versante di sinistra dello spettro istituzionale, ma non proprio all'estrema, possiamo collocare le imprese che sono in concorrenza con altre nel loro campo ma non si sono ancora impegnate a fondo nella pubblicità. Troviamo cioè le piccole lavanderie, le panetterie, i parrucchieri, e - passando al settore professionale - certi avvo¬cati e insegnanti di musica. Tipicamente di centro-sinistra sono dunque quelle persone che lavorano in proprio e che hanno istituzionalizzato i loro servizi ma non la loro pubblicità. Si fanno una clientela con i contatti personali e con la qualità relativa di ciò che offrono.