sabato 18 maggio 2013

Filosofia orizzontale contro la repressione: il conflitto. 31 - 06 - 2013 Spinaceto - Roma - CoXsA

Alle 19:30 al CSOA Auro e Marco, viale dei caduti della guerra di liberazione 258 - spinaceto - Roma

 laboratorio di filosofia orizzontale sul tema : Il conflitto.


Nelle giornate del G8 di Genova 2001 eravamo scesi in piazza da tutto il mondo  con la forza della ragione delle nostre idee, la convinzione nel denunciare un sistema che sfrutta  tanti per la ricchezza di pochi . Un sistema che già tremava e che oggi è in piena crisi, quella crisi che ci rifiutiamo di pagare.
Alberto e Marina sono due dei 300.000 manifestanti di quelle giornate e da dieci mesi stanno pagando in carcere una condanna  a dieci anni, capri espiatori ritenuti colpevoli insieme ad altre otto persone di ciò che successe durante quei cortei.
Tra le forze dell'ordine che invece torturarono, sequestrarono e picchiarono  nelle piazze, nella caserma Diaz e a Bolzaneto , pochi sono i condannati a pene irrisorie, mentre coloro che comandavano in quei giorni hanno anche fatto una brillante carrirera a suon di promozioni.
Chi ha devastato, picchiato e torturato la vita delle persone non è stato ritenuto colpevole , chi ha distrutto una vetrina o incendiato un cassonetto sta pagando con 10 anni di carcere.
Alberto,Marina e i condannati per Genova,così come i compagni imputati per i fatti del 15 ottobre etutte e tutti coloro che sono accusati per la resistenza alla devastazione delle nostre vite e al saccheggio dei nostri territori, non devono rimanere da soli.
Libere tutte, liberi tutti!!!!

Laboratorio di filosofia orizzontale. 19 - 5 - 2013. Garbatella

Alle ore 17:30 alla Casetta Rossa, in via Magnaghi 14 alla Garbatella,  il “laboratorio di filosofia orizzontale”. Gli incontri hanno la durata di 1 ora e sono liberi e gratuiti.
Leggeremo un breve testo di John Locke sull’origine del diritto di proprietà, che fa esplicito riferimento ai beni comuni. (5 min)
Poi si porranno delle domande (15 min.) e si deciderà a quale rispondere.
Si discuterà per circa 30 minuti per arrivare a una conclusione condivisa o ad una esposizione chiara per tutti.
Per farsi un idea: il diario Blog degli incontri pasati.
 
 
 
 
 

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domenica 12 maggio 2013

Laboratorio di filosofia orizzontale. Democrazia diretta e rappresentanza - 5 - 5 - 2013 Garbatella Roma

Laboratorio di filosofia orizzontale

Domenica 5 maggio 2013 -H 17: 30
casetta rossa - in via Magnaghi 14 alla Garbatella – Roma

Cogliendo l’occasione delle prossime elezioni comunali nella nostra città, ci confronteremo del tutto alla pari, all’interno della comunità di ricerca che si andrà a formare, assieme a chiunque altro abbia voglia di trovarsi sul posto alle 17;30.   
I primi 30 arrivati parteciperanno attivamente alla sessione di Philosophy for Community seguendo le indicazioni (per i neofiti che non l’abbiano mai fatto) che gli verranno fornite sul momento dal facilitatore. Se ci saranno più persone potranno assistere e gli verranno forniti i materiali .
L’argomento attorno al quale si parlerà è: 
“ democrazia diretta e rappresentanza ”,
 ma sarà la comunità stessa a decidere di cosa parlare.
Non c’è bisogno di prepararsi prima, non c’è bisogno di essere esperti, anzi, l’atteggiamento accademico è assolutamente bandito, sono vietate le citazioni. Ognuno partecipa al meglio e le sorprese sono assicurate. L’attività è libera.

Relazione dell'incontro svolto.
E' stato letto collettivamenteil seguente testo.


J.-J. Rousseau, Il contratto sociale III, 15



La sovranità non può essere rappresentata per la medesima ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa o è diversa, non c'é una via di mezzo. I deputati del popolo non sono dunque, né possono essere, i suoi rappresentanti, ma soltanto i suoi commissari: non possono concludere nulla in maniera definitiva. Ogni legge che il popolo in persona non abbia ratificata è nulla, non è una legge. Il popolo inglese ritiene di esser libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l'elezione dei membri del parlamento. Appena questi sono eletti, esso è schiavo, non è nulla. Nei brevi momenti della sua libertà, l'uso che ne fa giustifica davvero che esso la perda.

L'idea dei rappresentanti è moderna; essa ci viene dal governo feudale, da quell'iniquo e assurdo governo nel quale la specie umana si è degradata e in cui il nome di uomo era in disonore. Nelle antiche repubbliche e persino nelle monarchie, il popolo non ebbe mai rappresentanti: la parola stessa era ignorata...

Presso i Greci tutto ciò che il popolo doveva fare lo faceva direttamente: sedeva continuamente in pubblica assemblea nella piazza. Ma quel popolo viveva in un clima mite, non era avido, i suoi lavori erano fatti dagli schiavi, la grande questione che lo occupava era la libertà. Non avendo piú gli stessi vantaggi, come conservare gli stessi diritti? I vostri climi piú aspri creano piú numerosi bisogni, per sei mesi all'anno non è possibile tener sessione nella pubblica piazza, i vostri linguaggi sordi non possono venire intesi all'aria aperta, voi vi preoccupate piú del vostro guadagno che della vostra libertà e temete assai meno la schiavitú che la miseria.

E che! la libertà non si conserva se non con l'aiuto della schiavitú? Forse è cosí, i due estremi si toccano. Tutto ciò che non è naturale ha i suoi inconvenienti e la società civile piú di ogni altra cosa. Vi sono talune posizioni sfortunate in cui non si può conservare la propria libertà se non a spese di quella altrui, e in cui il cittadino non può esser perfettamente libero se lo schiavo non è ridotto alla piú estrema schiavitú. Tale era la posizione di Sparta. Quanto a voi, popoli moderni, non avete schiavi, ma lo siete voi stessi: pagate con la vostra libertà quella degli schiavi. Avete un bel vantare questa diversità di situazione: io trovo in essa piú viltà che umanità.

Non intendo dire con questo che occorra avere degli schiavi né che il diritto di schiavitú sia legittimo, ché anzi ho dimostrato il contrario. Espongo soltanto i motivi per cui i popoli moderni, che si credono liberi, hanno dei rappresentanti mentre i popoli antichi non ne avevano. Comunque sia, non appena un popolo si dà dei rappresentanti, esso non è piú libero, non esiste piú.   (Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XV, pagg. 908-909)

Quindi dai presenti sono state poste le seguenti domande:
- Il popolo può autogestirsi in maniera democratica?- Che cos'ha in più la libertà assoluta rispetto a una libertà delegata ai rappresentanti?
- Che vuol dire libertà assoluta?
- Quale può essere una alternativa alla rappresentanza?
- La natura dell'uomo è egoista o altruista? 
- Che relazione c'è tra la felicità del popolo e il ruolo dei rappresentanti?
- L'eliminazione della schiavitù (anche attuale) è un'utopia?
- Che caratteristiche dovrebbero avere i rappresentanti per rappresentare tutte le differenze?
- Perchè al popolo piace essere schiavo?
- Qual'è la forma attraverso cui il popolo esprime i propri bisogni?
- Cos'è il popolo? E come si garantisce la partecipazione di tutti?

Si è scelto di rispondere alla domanda:
- Quale può essere una alternativa alla rappresentanza?  

La discussione si è aperta con diverse posizioni inconciliabili. C'è chi mette in dubbio che la partecipazione diffusa alle decisioni sia un bene. Come si può affermare che la maggioranza abbia gli strumenti culturali e teorici per prendere le decisioni migliori? Meglio una dittatura illuminata, mettiamo di un Gesù, che risolva i problemi guidato da una intelligenza superiore.
Ecco rispondere che l'alternativa alla rappresentanza potrebbe essere l'anarchia ma si ammette che questa soluzione è utopica, quindi non praticabile, le persone sono troppo immature per fare a meno delle istituzioni.
Una ragazza propone un modello di autogoverno territoriale basato su piccole comunità federeate che per la loro piccola dimensione siano in grado di praticare la democrazia diretta e, grazie ad internet, a mettere in rete con le altre comunità territoriali, gli esiti delle decisioni, come un network dell'autogoverno. Resta il problema della rete internet, come proteggersi da hacker che rubano le identità e manipolano i dati falsando le decisioni? Inoltre si obietta che basare la democrazia diretta sull'uso di piattaforme informatiche taglia fuori ad esempio gli anziani e comunque tutti quelli che non hanno una alfabetizzazione digitale. Qualcuno ribatte che anche gli anziani usano internet, possono imparare a farlo e comunque anche il voto cartaceo viene manipolato ad esempio quando anziani o persone ingenue e poco informate vengono convinte a votare in un certo modo da familiari, con informazioni distorte.
La discussione si fa accesa, come per la politica spesso si manifesta, e diventa complesso mantenere un ordine tra gli interventi.  L'attenzione viene portata sull'egoismo e l'interesse dei rappresentanti unito ad una ineliminabile autoreferenzialità. Come nella riunione di condominio, il convivente incaricatosi di portare certe istanze dell'altro nell'assemblea, segue poi il sentimento personale e parla di tutt'altro, così il politico eletto abbandona presto i cavalli di battaglia del programma elettorale per una prassi del tutto appiattita sul realismo e le alleanze più inconfessabili (es. la "sinistra" al governo e le guerre in Kossovo, Iraq, Afganistan..). Un partecipante, porta l'esempio di Cuba, che conosce bene, dove l'azione di governo è teoricamente ispirata al Marxismo, quindi a dei principi di giustizia sociale, libertà, emancipazione dei più umili, e questi principi teorici ammirevoli si trasformano nella diddtatura personale e militare di una elite che fa solo i suoi interessi. 
Il problema è lì: l'uomo è altruista o egoista? E' egoista, sicuramente, da qui non si sfugge. Tutti su questo sembrano concordare ma si cerca una via d'uscita. 
Che visione dell'uomo e della politica vogliamo consegnare alle giovani generazioni che vogliono fare politica? A chi pensa che si possa fare qualcosa per cambiare, in meglio, l'esistente? Forse, posto anche che l'uomo è egoista, rimane l'obiettivo di rendere le persone più felici, perchè questo rende più felice ognumo di noi.
Un intervento riporta la discussione sul tema della rappresentanza con una analisi del problema. La rappresenzanza è uno strumento attraverso cui creare una catena di decisioni. Di come i rappresentanti usino il potere che gli è stato conferito, in questa valutazione, non dovrebbe interessare. 
Il problema a cui ci si accingeva a rispondere è: questo sistema di rappresentanza è utile? E' un buono strumento? Va conservato o superato? 
In effetti, il dibattito sulla rappresentanza, spesso si limita a dei giudizi di valore sulla qualità dei rappresentanti, ma non mette in discussione l'istituzione della rappresentanza in sé. 
Anche se tutti i rappresentanti politici delle varie assemblee istituzionali fossero dei criminali, dei bugiardi, dei corrotti, degli incapaci, questo non dimostrerebbe che la rappresentanza politica non funziona, bensì soltanto che il popolo italiano sceglie dei rappresentanti di pessima qualità. Come si dice: "ognuno ha i governanti che si merita".
Il facilitatore chiude la sessione osservando che, seppure non si sia assolutamente riusciti a dare una definitiva risposta alla questione, l'esperimento è perfettamente riuscito in quanto ogni partecipante ha potuto vivere la difficoltà di praticare la democrazia partecipativa. Ognuno ha difeso le proprie idee contro le altre, spesso non rispettando i turni di parola, e, a differenza di quando si affrontano tematiche più "filosofiche", le teorie non si sono integrate bensì sono rimaste identiche, le une contro le altre.  Posto che oggi noi avessimo dovuto decidere legislativamente "come superare la democrazia rappresentativa", bè dovremmo ammettere che non ci siamo riusciti. Se vogliamo una democrazia partecipativa, quindi più "diretta", dobbiamo imparare a risolvere queste questioni collettivamente arrivando a soluzioni condivise e non tra esperti, ma proprio tra noi che siamo una parte, e nemmeno troppo eterogenea della società italiana.


venerdì 10 maggio 2013

E’ il progetto che cambia il sistema - Il pensiero divergente.






























 



E’ il progetto che cambia il sistema, è il sistema che cambia il progetto.



E’ certo che le forze materiali siano ciò che interviene a modificare le relazioni finora costituite. In un qualsiasi sistema è l’errore, o l’errore intenzionato che non è errore, che rappresenta la libertà di cambiare progetto.  Eliminare l'errore significherebbe eliminare la possibilità del cambiamento, dell'evoluzione. Per questo, in poche parole, esiste il cancro. Il male, si diceva una volta.


Nel momento in cui un dato sistema è stato configurato in un certo modo, per complesso che sia, quella modalità, quel progetto, quelle procedure interconnesse, inevitabilmente vanno ad attuarsi. Se si tratta di una procedura di accumulazione, questa accumulazione si attuerà regolarmente come i sali che si cristallizzano sul fondo del recipiente in cui la soluzione ha raggiunto la sua temperatura di saturazione.
Velocizzare questo processo è l’unica possibilità di vedene il risultato, visti i tempi biologici di un sistema, formato da generazioni di individui.


E' come una freccia scagliata da un arco in quel preciso istante, il suo destino è segnato, colpirà il bersaglio oppure no. L'unica possibilità di cambiare questo esito è lanciare un'altra freccia. A meno che, ci sia una deviazione improvvisa, qualcosa che non era stato considerato  prima, perchè impossibile da prevedere.
Ma l’attenzione può spostarsi su di un altro aspetto.
Ottenere il sale, o fare centro, non era il nostro fine. Era un esperimento. Solo una delle molte verifiche che si effettuano.
Mentre le verifiche vengono portate a termine bisogna pensare a quale sarà il prossimo esperimento. Cosa si stava cercando? Qual'è il nostro ruolo nell'esperimento? In cosa il progetto va cambiato? C’è veramente troppo dolore al mondo, o ce n’è nella giusta misura, o addirittura ce n’è troppo poco. Oppure è solo maldistribuito.


L'esperimento è fallito. Oppure è perfettamente riuscito. Il prossimo passo è sicuramente una modificazione del sistema dell'esperimento, o per renderlo efficace, o perchè ha esaurito la sua efficacia.  Ogni parte ed esito del sistema precedente è utilizzato dal successivo, purchè trasferisca le sue relazioni e si adatti, oppure verrà riciclato comunque in modo utile partendo dai suoi componenti, che possono essere ad esempio le proteine, o addirittura l'azoto.   E' la dura legge della dialettica: la realtà è in movimento. 


Qual è la parte del sistema che progetta la sua prossima forma? L’errore oppure l’orlo del caos. I mutamenti non appaiono per scelta bensì per mutazione o aggregazione. Il prodotto delle innumerevoli piccole forze che agiscono è imprevedibile. Della totalità di mutazioni e aggregazioni avvenute, solo la infinitesima parte sopravvivono in questo momento. E non le più "forti", bensì le più adatte all'ambiente in cui si inseriscono. Possono essere anche forme di vita debolissime, basta che non abbiano alcun antagonista e conquisteranno ogni nicchia del globo.


Ci possono essere, però, delle condizioni in cui aumentano le probabilità favorevoli, in cui il cambiamento avviene. Queste condizioni non possono essere generate ma possono essere assecondate. Si tratta di sviluppare dei casi limite all'interno di un sistema di incontrollabile complessità. L'orlo del caos si chiama.

Ci sono aspetti, del nostro sistema attuale, che sono utili a riprogettare il cambiamento e l'evoluzione ma non hanno nulla a che vedere con la programmazione, cioè con la gestione statistico matematica delle previsioni economiche. Non bisogna confondere il fine con il mezzo. Il denaro, così come il pane e qualsiasi altro bene economico, sono mezzi a disposizione di un fine.
Il fine può essere anche la sopravvivenza della specie umana, o di una specifica classe sociale, o di una nazione contro le altre, o di una religione... Più il punto di vista si allarga, andando a comprendere l'universo, o gli universi, i milioni di anni e le ere geologiche, più il fine non può che spostarsi oltre "l'uomo", come psicologicamente abbiamo imparato a conoscerlo, per ricomprenderlo interamente come attore biologico, con un valore non meramente materialista. Nella bio-logia rientra il comportamento, il linguaggio, la "cultura" della forma di vita. 
La biologia non è "le analisi del sangue", è capire il sangue, in tutte le sue accezioni.

Quello che si chiamava progresso, e che è stato tradotto in una abbondanza di merci utili ma anche inutili, quando non dannose, è un processo biologico e culturale che porta ad affiancare la nuova forma di vita alla vecchia. La vecchia forma di vita ce l'abbiamo sotto gli occhi. La nuova pure.



martedì 7 maggio 2013

Relazione Laboratorio Filosofia Orizzontale - 28 - 4 - 2013

Relazione attività filosofica 28 Aprile 2013-05-03

Dopo la lettura dell'inizio del capitolo " La perfezione imperfetta " tratto da: Paul Watzlawick , La realtà inventata. Contributi al costruttivismo, Feltrinelli, 2008, pp.149 - 151.



Domande Proposte:
- Come uscire dalla tenaglia degli opposti?
- Ma è possibile?
- Perché cercare di uscirne?
- La realtà esiste?
- Perché pensiamo per opposti?
- Ciò che non sono gli opposti, esiste? Ed è l’imperfezione?

Rilevata in alcune domande più condivise (le ultime) una certa completezza, si è scelto di rispondere alla domanda: 
Perché pensiamo per opposti? E quello che non è opposto (sta in mezzo, il grigio tra bianco e nero) è l’imperfezione?

Relazione sintetica:
- pensiamo per opposti per economia, per semplificare. Per cercare di conoscere, per spiegare in modo, sicuramente insufficiente ma rapido.
- Il regno dell’opposto e dell’assoluto è tipicamente la morale, che ha delle origine storicamente religiose. E’ il Dio, attraverso i suoi sacerdoti, che dice questo è buono e questo è sbagliato, specialmente un Dio monoteista.
- Perché gli opposti sono nella natura delle cose. Il pensiero semplicemente riflette l’opposizione che è nelle cose.
- Qual è il contrario della vita? Non è la morte. La morte è un confine, come la nascita di cui è l’opposto, la vita è ciò che sta in mezzo.
- Per cercare di conoscere bisogna uscire dagli opposti e guardare dall’esterno, valutare senza essere coinvolti. Ma, si oppone , non da tutti gli opposti ci si può estraniare, solo da quelli che non ci interessano.
- Riguardo la seconda parte della domanda la risposta è certamente no. Proprio ciò che sta in mezzo, che è come la vita, intesa come somma infinita di tutti gli elementi viventi, rappresenta la perfezione. Ogni elemento è in parte morto, è mortale, è debole, vecchio, malato, è diversamente imperfetto ma l’insieme è perfetto, nel significato che non ha senso giudicare che potrebbe essere migliore. Come la somma delle nostre individualità nella comunità di ricerca non conducono ad una sola, unanime, verità, ma compongono una verità molteplice che contiene al suo interno la differenza, l’incoerenza, e pertanto ha un grado di “perfezione” più elevato del pensiero univoco. Forse anche in questo senso l’autore ha usato il titolo del capitolo “la perfezione imperfetta”. Questo pensiero ha una fortissima carica anti idealistica e porta a riflettere sul ruolo primario che il pensiero idealistico ha nel valutare noi stessi in base ad assoluti e a renderci quindi inadeguati e infelici. Il facilitatore suggerisce che è per questo motivo che ha scelto il brano da leggere.